Indiane dorate

by Claudia
1 Gennaio 2024

Per molte donne i gioielli costituivano una vera e propria rete di sicurezza

Secondo stime recenti, le donne indiane detengono l’11% delle riserve auree totali del mondo. Si tratta di circa 18mila tonnellate d’oro, per un valore stimato che oscilla tra i 600 e gli 800 miliardi di dollari: quattro volte le riserve di Fort Knox. La notizia, assieme all’abituale comunicazione dell’aumento dei prezzi dell’oro, arriva a deliziarci come ogni anno all’apertura della stagione delle feste in India. E a spaventare tutte le famiglie che hanno una figlia da sposare, gli uomini con un bambino in arrivo e i neo sposi obbligati a fare doni di una certa consistenza alla loro consorte. Perché in India non si celebra Diwali (la festa delle luci, come Natale per noi), matrimonio, nascita o festa famigliare senza che da qualche parte riluccichi un gioiello. Tradotto: in questo immenso Paese il volume degli scambi di pietre preziose e gioielli sarà pari, a fine stagione, al Pil di un piccolo Stato africano. La stagione delle feste coincide difatti con la stagione dei matrimoni, e non esiste matrimonio in India senza che alla sposa venga regalata dai genitori e dai suoceri una quantità di gioielli e pietre preziose che, nei casi più estremi, raggiunge diversi chili di peso.

Anche nella famiglia più povera, pure negli slums, nessuno si sognerebbe mai di far sposare una figlia senza un ornamento d’oro. Magari piccolo, leggero, magari ricavato fondendo l’oro della madre, ma nessuna sposa indiana, per quanto povera, si sposa senza un gioiello. Anzi, senza orecchini, bracciali, un «mantika» (pendaglio sulla fronte), un diamante o un bottoncino d’oro al naso, cavigliere, una collana da mettere in vita come cintura e una collana al collo che più pesante e decorata e meglio è. Perché tradizionalmente una sposa incarna Lakshmi, la dea della prosperità, destinata a portare fertilità e abbondanza nella casa del marito. E Lakshmi porta monete d’oro (oltre ai gioielli). Ma soprattutto perché, attraverso i secoli e fino a non molto tempo fa, per le donne che avevano ricevuto pochissima o nessuna istruzione i gioielli costituivano una vera e propria rete di sicurezza.

Le donne erano di fatto escluse dalle eredità, dal possesso di terra o di altri beni immobili: l’oro, i gioielli, venivano considerati come l’unico bene su cui le donne potevano vantare possesso esclusivo. Un bene da passare di madre in figlia, a cui ricorrere in caso di bisogno. Gioielli d’oro a 23 o 24 carati, perché l’oro puro ha quotazioni migliori e migliori possibilità di essere rivenduto a un prezzo conveniente. Perché l’oro si può nascondere o cucire negli abiti se, come è successo ai tempi della Partition (la divisione tra India e Pakistan), devi scappare abbandonando tutto ciò che possiedi. Con l’oro puro si bagnavano una volta i fili d’argento adoperati per ricamare i sari di Benares o di Kanchivaram, con l’oro liquefatto si decoravano i braccialetti di vetro di Firozabad: anche quell’oro, per quanto insignificante, poteva essere riutilizzato in caso di bisogno. Si portavano braccialetti e sari all’omino che li fondeva, o li bruciava, per ricavare quei pochi grammi d’oro che potevano però servire a comprare i libri a tuo figlio o da mangiare per la famiglia. Altri tempi, certamente, ma l’atavico attaccamento ai gioielli rimane ancora, almeno tra le donne di una certa generazione.

La mia amica Renu ha cominciato a collezionare gioielli da quando sua figlia aveva otto anni, e nel mio piccolo ho contribuito anch’io: quando Gauri si sposerà, finito il suo dottorato in criminologia, si ritroverà con i gioielli della nonna, della mamma, della sua zia preferita e di sua suocera. E speriamo che ne sia felice. Perché un’altra amica aveva invece il cuore spezzato quando sua figlia, dopo il matrimonio, ha tenuto pochi pezzi dei gioielli accumulati dalla madre nel corso degli anni e si è liberata del resto. È andata in una filiale di Muthoot Finance, l’equivalente di un banco dei pegni, e col contante ricevuto ha avviato una start-up. Dice che prima o poi riscatterà i gioielli, ma probabilmente per venderli e investire in un fondo d’investimenti. Il divario generazionale ma, soprattutto, il divario tra centri urbani e piccole città in questo caso diventa evidente. Mentre le spose di provincia, o almeno la maggior parte di loro, preferisce ancora tenere i propri averi, al sicuro intorno al polso, al collo e alle caviglie, donne e ragazze della borghesia urbana comprano i libri di Monika Halan: autrice di libri su fondi d’investimento e su una finanza orientata al femminile che è diventata un vero e proprio guru per molte di loro. Queste ragazze, al contrario delle loro madri, possiedono un conto in banca, una carta di credito e soprattutto gli strumenti culturali per adoperarli. Vogliono investire in borsa e non «tenere i soldi sotto al materasso» o, in questo caso, nel portagioie. Passeranno però ancora molti anni prima di vedere una sposa che non barcolli sotto il peso dei gioielli perché in fondo, diceva la mia amica: «Ho messo da parte un capitale per mia figlia, investito nel bene più sicuro che conosco, l’unico bene non soggetto a inflazione. E non ho intenzione di cambiare». Con buona pace degli economisti e degli investimenti fruttiferi.