Di colpo nella mente mi arriva la somiglianza fra la parabola in discesa dei giornali e quella della breve avventura del cementificio del Mendrisiotto. Altre similitudini le trovo a Rancate, alla pinacoteca Züst, dove avevamo programmato un «post grotto» culturale con la mostra L’incanto del paesaggio. Sono le intense proposte delle prime sale della Züst a destare una forte analogia fra l’evoluzione compiuta dalla cartografia e quella ancora in atto della editoria. Certo: qui c’è il fil rouge di carta, inchiostri e colori. Ma a rafforzare le somiglianze è soprattutto la corrispondenza dei cambiamenti. Da un lato apparecchi fotografici, droni e nuove tecnologie giunti ad ammodernare riproduzioni e letture dei territori, a rivoluzionare l’arte dei paesaggisti (impossibile non citare i mirabili disegni dell’architetto Hermann Fietz), cioè a segnare la trasformazione della cartotecnica. Dall’altro, nell’editoria, praticamente le stesse evoluzioni tecnologiche, spinte sino a grafica digitale, sistemi informatici e fotocomposizione, che già hanno soffocato l’arte dei tipografi e scatenato nello scenario editoriale opportunità e pericoli, innovazioni e fallimenti, genialità e abusi. Inevitabile l’interrogativo: visto che non solo i turisti, ma persino le guide alpine oggi consultano non le cartine topografiche ma gli smartphone, presto o tardi anche l’informazione non sarà più cartacea e i giornali si consegneranno al digital first?
Volendo dribblare cose scontate e ripetitive cerco due paletti indicatori. Il primo, in partenza, reca una poco nota massima di Karl Marx: «È portato a vedere chiodi dappertutto chi ha in mano un martello». Non occorre spiegare che nel nostro caso coloro che hanno in mano il martello da decenni e vedono chiodi ovunque sono editori e giornalisti. Sono loro che, picchiando colpi spesso alla cieca o per imitazione, non avvertono più nemmeno le loro assurdità. L’ultima? Giustificare con il rincaro della carta i nuovi e inevitabili aumenti degli abbonamenti e nel contempo affidare la caccia ai lettori e abbonati a pubblicazioni cartacee gratuite (dai tabloid ai domenicali, dagli allegati agli inserti «sperlusenti»). Oppure, come fa l’editoria italiana, decidere di togliere la cultura dai quotidiani e svenderla poi a parte a prezzi irrisori. Esagero? Il settimanale «La Lettura» costa 1 euro (da noi 1 franco, cinque volte meno di un settimanale di gossip) mentre per «Review», nuovo mensile culturale che inebria per ore occhi e mente (irreperibile in Ticino), il «Foglio» chiede addirittura 50 centesimi di euro! Sicuri che queste ed altre scelte editoriali siano le più efficaci per catturare chi per l’attualità già si accontenta del web o delle app dei social media?
Secondo paletto indicatore. Ricorda Winston Smith, il protagonista di 1984 di Orwell che correggeva libri e articoli di giornale «che non dicevano la verità di quel momento»: corretti, gli articoli di giornale avrebbero proposto una versione esatta dei fatti a chi li avrebbe consultati. Mi vien da credere che anche il destino dei giornali può ancora cambiare se editori e giornalisti, oltre a preoccuparsi di abbonati e pubblicità, riusciranno prima a convincere autorità e popolazione che solo la carta, con libri e giornali, potrà offrire rimedi contro la perdita di verità dell’informazione e la fragilità delle certezze del digitale.