Elezioni presidenziali 2020 - Donald Trump continua ad avere un vasto seguito nella popolazione, segnatamente in quella parte che pone il benessere economico sopra ad ogni altro valore, compresa la lotta alla pandemia
Il risultato finale dell’elezione è appeso ai ricorsi che Donald Trump ha presentato per trascinare l’America ai tempi supplementari con le battaglie legali. Con ogni probabilità non hanno alcun fondamento le sue accuse di brogli e schede truccate. È grave che il presidente in carica lanci un simile attacco per delegittimare la correttezza del processo elettorale. È indegno ma non è sorprendente. Trump lo aveva annunciato da mesi, e dovremmo ormai sapere che lui fa quello che dice. Forse ci terrà con il fiato sospeso fino all’8 dicembre, scadenza obbligatoria perché i 50 Stati Usa rendano finali e ufficiali i loro risultati. Biden sarà comunque il 46esimo presidente degli Stati Uniti, con ogni probabilità.
Ci sono già tante lezioni importanti da questo voto, utili anche per capire l’America e gli scenari del nostro futuro. Questa elezione conferma alcune differenze valoriali e culturali tra le due sponde dell’Atlantico. Ne segnalo una, che non dovrebbe sorprenderci ma viene spesso sottovalutata: l’America ha una diffusa cultura capitalista, molti cittadini qui (non necessariamente ricchi) riconoscono la centralità dell’impresa come motore del benessere collettivo. Se si vuol capire quella metà di America – o quasi – che vota repubblicano, questo è un dato importante.
Questa tornata elettorale ha smentito una rappresentazione dell’America che da quattro anni prevale sui media di riferimento (come Cnn, «New York Times», «Washington Post»). Ci hanno raccontato una vasta reazione di rigetto verso il «mostruoso» Trump, che non c’è stata. Ci hanno annunciato svolte epocali, ciascuna delle quali doveva affondare questo presidente. Prima lo scandalo del Russiagate, poi l’impeachment, poi ancora il coronavirus e la recessione conseguente, poi le proteste contro il razzismo per l’uccisione di George Floyd, infine gli scandali fiscali, lo scontro sulla Corte suprema.
La geografia elettorale che esce dalle urne invece è di una sostanziale stabilità. Grosso modo i rapporti di forze dei due schieramenti sono rimasti al 2016, come se nulla fosse accaduto da allora. Trump è sempre rimasto un presidente di minoranza, per quattro anni i suoi consensi hanno oscillato attorno al 45% a livello nazionale o poco sopra, ma quel patrimonio di consensi è intatto. Gli spostamenti, dove ci sono stati, sono modesti. Il più significativo, per assegnare la Casa Bianca a Biden, è la sua parziale riconquista di voti operai nell’Upper Midwest: Wisconsin e Michigan. È la «missione compiuta» del vecchio Joe, la ragione principale per cui molti hanno visto in lui il salvatore dopo la sconfitta di Hillary Clinton. Però la maggioranza degli operai ha continuato a votare Trump, e nel Midwest il presidente ha conservato l’Ohio, dove il 56% degli operai iscritti al sindacato ha votato per lui. Quella quasi-mezza America che lo vota condivide la sua narrazione sul coronavirus: la pandemia non è colpa sua, se ha fatto degli errori non sono più gravi di quelli fatti da certi governatori democratici (o governanti stranieri), in compenso ha ragione a non voler paralizzare l’economia nazionale a oltranza perché i danni dei lockdown rischiano di essere ancora più micidiali del bilancio della pandemia.
Un dato importante riguarda il voto etnico, che etnico non è affatto. La narrazione di un’America anti-razzista che vota a sinistra contro un’America razzista che vota a destra, è una caricatura. Trump ha avuto un successo decisivo tra gli ispanici in Florida, è questa la ragione per cui quello Stato-chiave non è andato ai democratici. L’idea che gli ex-immigrati siano «naturalmente» di sinistra è una delle illusioni del partito democratico. Gli ex-immigrati venuti da Cuba ma anche dal Messico o da Portorico, se hanno avuto qualche successo economico diffidano di una sinistra che istintivamente «cura» ogni problema a colpi di tasse e spesa pubblica. Se hanno ottenuto la cittadinanza americana nel rispetto delle leggi, diffidano di una sinistra radicale che vuole aprire le frontiere a tutti, anche a chi entra in violazione delle leggi.
Trump è andato meglio del previsto perfino tra gli afroamericani, a dispetto di tutta la retorica sulla «rivoluzione anti-razzista» di Black Lives Matter. Certi afroamericani, come tanti ispanici e tanti bianchi, hanno considerato positivo il bilancio economico dei primi tre anni di Trump, e non gli addebitano il disastro della recessione post-pandemia, anzi pensano che le sue ricette siano più adatte a tirare fuori l’economia americana da questa crisi (come sembra dimostrare il rimbalzo del Pil nel terzo trimestre). In quanto alle proteste anti-razzismo, si sono rivelate un autogol per la sinistra. Se sei afroamericano e commerciante, o piccolo imprenditore, o proprietario di ristorante, e hai visto gli spacciatori e i capi-gang del tuo quartiere mettersi le magliette di Black Lives Matter, impugnare le mazze da baseball, spaccare le vetrine per svuotare i negozi, tu voti per chi sta dalla parte della polizia. Lo slogan «togliamo fondi alla polizia», pur sconfessato da Biden, è stato gridato nelle piazze per mesi, ha l’appoggio della sinistra radicale, ed è diventato realtà nelle due maggiori metropoli americane grazie ai loro sindaci democratici: Bill de Blasio a New York, Eric Garcetti a Los Angeles.
Perfino nella ultra-democratica California, che continua a votare a sinistra, tre referendum hanno dato dei segnali in contro-tendenza rispetto all’immagine progressista di quello Stato. Ha vinto la flessibilità del lavoro nella Proposition 22: Uber e altre aziende simili non saranno tenute a trattare i propri lavoratori come dei dipendenti stabili. Ha perso il referendum che voleva reintrodurre la affirmative action nelle università, cioè le ammissioni preferenziali in base a quote etniche, per favorire minoranze come gli afroamericani (ha vinto qui la resistenza degli asiatici-americani, di gran lunga la percentuale maggiore di studenti, che si fanno strada grazie ai criteri meritocratici). È quindi sconfitta la politica «identitaria» di una sinistra che pensa di governare sfruttando il risentimento razziale, la pretesa di un risarcimento per tutti i torti subiti da due secoli.
È in bilico, ma rischia di non aver successo, anche un terzo referendum che puntava ad aumentare la pressione fiscale sugli immobili. Perfino la California dunque mostra qualche dubbio sui dogmi della sinistra di governo. California e New York sotto i governanti democratici hanno raggiunto livelli di pressione fiscale europei; eppure hanno il record dei senzatetto, e hanno servizi sociali scadenti. Hanno continuato ad aumentare le tasse ma non sono paradisi scandinavi. Prima ancora che dilagasse lo smart working da pandemia, molti californiani e newyorchesi avevano cominciato a emigrare verso Stati con minore pressione fiscale.
I media, i sondaggisti, e i dirigenti democratici come la presidente della Camera Nancy Pelosi avevano alimentato il sogno di un’Onda Blu che doveva consegnare ai democratici la Casa Bianca, la maggioranza al Senato, un ulteriore aumento di seggi alla Camera, e magari espugnare il Texas. Questo dimostra quanto fossero incapaci di capire la realtà del paese. Ora i mercati festeggiano lo scenario di una presidenza Biden con un Senato repubblicano: è un equilibrio che impone compromessi permanenti, obbliga a governare al centro. Per tradurlo nel linguaggio della politica europea, è quasi l’equivalente di un governo di coalizione. L’America che crede nella centralità delle imprese, chi pensa che sarà l’iniziativa privata a trainarci fuori da questa depressione, chi non vuole più tasse e più burocrazia, terrà sotto controllo una presidenza democratica. La sinistra delle università e dei media continuerà a descrivere questa mezza America come una tribù di fascisti, ignoranti, razzisti, bigotti. Dopo la sconfitta dei sogni di Onde Blu e di grandi New Deal, si consolerà cullandosi sulla certezza della propria superiorità morale. Trump, se si conferma la sua sconfitta, griderà al golpe e si trasformerà nel capo di un’opposizione bellicosa, incivile, preparandosi a una campagna per il 2024. Non sono ottimista sulla qualità della democrazia americana. La forza dell’economia americana però è fatta di altri ingredienti, ed è saggio non sottovalutarli. Non considero particolarmente significativo l’aumento delle Borse, non riflette l’economia reale. Però qualcosa gli investitori hanno intuito, sul fatto che in questa elezione chi ha votato Trump e ha difeso la sua maggioranza al Senato, ha votato per il capitalismo.
Qualche retroscena su questa elezione. La riconquista del Michigan da parte di Biden non è merito suo ma della candidata Libertarian, Jo Jorgensen, che ha portato via a Trump la manciata di voti decisivi (1,1%). Si è ripetuta, all’incontrario, la beffa dei candidati indipendenti che di solito danneggiavano i democratici: il Verde Ralph Nader nel 2000 e la Verde Jill Stein nel 2016 portarono via a Gore e Hillary giusto quel tanto che bastava. I Libertarian sono una minuscola spina nel fianco del partito repubblicano, rappresentano la destra anti-Stato pura e dura. Il Wisconsin è l’altro Stato dell’Upper Midwest che Biden è riuscito a riportare nella casella democratica dopo che Trump lo aveva espugnato nel 2016. Qui sembra essere stato decisivo il Coronavirus: lo Stato ha un’impennata di contagi e molti elettori dicono di averlo considerato il problema.
