BigSur ha dato alle stampe un’imperdibile raccolta di saggi scritti dal grande narratore e Premio Nobel Saul Bellow
«Mia madre voleva che diventassi un violinista, o in alternativa un rabbino», scrive Saul Bellow. A scombinare i piani, la passione per la lettura: «Avevo cominciato a leggere in maniera frenetica fin da piccolo, allontanandomi così dalla religione e dalla mia gente». Università , e ancora letture: «Per riposare gli occhi stanchi giocavo a biliardo e a ping pong, nel club riservato agli studenti maschi».
Vigeva l’apartheid tra i sessi, al club. Non come adesso che le studentesse vanno in giro con un materasso sulle spalle per protestare contro le violenze nel campus, e altri iscritti non vogliono indicare sui documenti se sono maschi o femmine (Asia Kate Dillon, che recita nella serie Billions, vorrebbe agli Emmy una categoria intermedia tra attori e attrici). Intanto scopriamo che non solo gli schermi fanno male agli occhi, anche i libri di carta stancavano.
Parola di Saul Bellow medesimo, nei saggi raccolti in Troppe cose a cui pensare, edizioni BigSur (l’arco di tempo va dal 1951 al 2000). Subito notiamo la bravura di chi riesce a passare disinvoltamente dall’autobiografia all’opera. Era nato in Canada con il nome di Solomon Bellows, in una famiglia ebreo-lituana proveniente da San Pietroburgo; a metà degli anni 20 emigrò a Chicago, non del tutto legalmente. «Molti miei romanzi mi sembrano ora, retrospettivamente, commedie sul significato della lettura». E via con l’elenco. Nel romanzo Il re della pioggia, Henderson si aggira tra gli scaffali del palazzo ereditato cercando i libri sottolineati dal padre. Humboldt – modellato sull’amico poeta Delmore Schwartz – in Il dono di Humboldt cita Macbeth (e la trama del romanzo, una rivalità tra due scrittori, ricorda L’informazione di Martin Amis). Augie March scopre i classici in una scatola sotto il letto del suo datore di lavoro, il corrotto Einhorn.
Manca Herzog, il tradito che scrive lettere al mondo? Niente affatto, lo troviamo qui e in altri saggi della raccolta (compilata da Benjamin Taylor, edizione italiana a cura di Luca Briasco). «Una presa in giro degli americani colti» spiega lo scrittore che all’occasione fa prevalere la propria ebraicità , in altri momenti più tormentata. Il romanzo si potrebbe ribattezzare: a cosa serve leggere tanti libri? Poco e niente, quando la moglie ti lascia per un altro uomo. Herzog furioso scrive lettere a tutti gli amici e ai conoscenti, ma anche a Heidegger e a Dio (senza ricavarne gran sollievo, a divertirci siamo noi lettori).
Sappiamo da Saul Bellow anche quando la lettura diventa scrittura. Accade a Parigi, con l’idea di sfruttare un’infanzia che oggi diremo multietnica, ma allora era solo povera, poco educata, difficile. Si lascia alle spalle l’inglese accademico, comincia a scrivere con le inflessioni che aveva sentito nelle strade di Chicago. Pubblica Le avventure di Augie March, il suo primo grande successo (poi arriveranno il Pulitzer e il Nobel). Questa – perlomeno – la versione fornita a Philip Roth, in una serie di conversazioni.
Scrivere significa «coltivare una stramba fedeltà a cose che abbiamo scoperto da ragazzi» (Graham Greene sarebbe d’accordo: è l’infanzia il vero patrimonio di uno scrittore). E qui vuol dire scrivere romanzi, genere che dopo James Joyce era guardato con sospetto. «I seguaci del disordine non amano i romanzi», annota, riconoscendo a ogni narratore degno del nome la voglia di sistemare e capire il mondo.
Non resta in piedi un solo luogo comune, primo fra tutti il consiglio: «bisogna scrivere solo quel che si conosce» (di recente, si è dichiarato contrario anche l’altro premio Nobel Kazuo Ishiguro). La forza di uno scrittore sta nell’immaginazione: l’esperienza va bene quando bisogna assumere un contabile, non in letteratura. Saul Bellow odia anche i lettori che cercano dietro le parole significati reconditi, come se un romanzo fosse una sciarada da risolvere.
Nel 1959 – prima degli strutturalisti anni 70, prima della psicoanalisi che spiega ogni cosa, prima del femminismo, prima delle etnie che cercano il loro spazio e nella Tempesta di Shakespeare sono interessate solo a Calibano, prima della correttezza politica che impedisce di dire «vecchio» o «negro» – scrive «La lettura in profondità è diventata pericolosa per la letteratura stessa». Il Pequod di Hermann Melville può essere una fabbrica, certo. E Achab un capitano d’industria. Salpa la mattina di Natale, ci sarà un significato religioso? Ma non sarebbe più interessante – e originale – leggerlo come romanzo sulle balene?
