Informazioni
Le puntate precedenti sono apparse su «Azione» il 18.02.2013, il 17.06.2013, il 07.10.2013, il 02.12.2013, il 09.02.2015, il 21.03.2016, il 19.06.2017 e il 22.01.2018.

Ormeggio di Portaferry

Verso la Scozia nella nebbia

Reportage - Nona puntata del viaggio della barca a vela Mamé in navigazione nel mare d’Irlanda
/ 11.02.2019
di Giorgio Thoeni, testo e foto

«Scendiamo insieme fino a Portaferry – mi propone l’irlandese – poi ognuno sulla propria barca fino all’Isola di Man: ti va l’idea?» C’è un bel sole di fine luglio sull’Irlanda del Nord quando rimetto in acqua Mamé, pronta a navigare. In fondo è quello che volevo per concludere la mia lunga avventura a tappe verso la Scozia (sul sito www.azione.ch si trova una mini galleria fotografia). 

L’anno scorso, poche ore prima di tornare a casa, avevo incontrato una coppia che aveva la barca ormeggiata a Bangor, nel Galles, accanto alla mia. Due chiacchiere, un sorso di whisky e tra noi è sbocciata una bella amicizia che abbiamo coltivato anche a distanza, ripromettendoci che quando ci saremo rivisti avremmo condiviso una parte della navigazione. Così è stato. 

Ho navigato di conserva, come si dice, con loro per una decina di giorni ma senza rinunciare alla mia beata solitudine. Accompagnata però da una piccola sfida personale: rileggermi I Promessi sposi in barba a certe rimembranze scolastiche, la mia guerra illustre contro il Tempo, per dirla col Manzoni. Ma torniamo a bordo. Le prime trenta miglia fino a Portaferry mi fanno conoscere quello che diventerà il tormentone di questa navigazione: la nebbia. Fitta e improvvisa, è una sorta di maledizione… che ha il suo fascino! Ma se non si è muniti di strumentazione, navigare in sicurezza può diventare un problema serio. Manco a farlo apposta, su Mamé durante questo viaggio non funziona più niente. A parte un mio vecchio GPS e l’ecoscandaglio che ho fatto installare in Bretagna. Di conseguenza, per capire dove mi trovo, devo far ricorso alle care vecchie carte nautiche, un esercizio che richiede più tempo e una certa precisione. 

Così riportavo sul diario di bordo prima di raggiungere Portaferry sulla costa irlandese: «Sono in un momento di stallo fra alta e bassa marea, i fondali sono molto bassi e il rischio di toccare è altissimo. Faccio il punto e riprendo la rotta avvolto dalla nebulosa bambagia. Per raggiungere il marina di Portaferry dovrò entrare nello stretto che porta al Langford Lough (Lough, tipico lago irlandese): in tutto un paio di miglia dove la corrente di marea però è molto forte. Dovrò calcolare il momento giusto per entrarvi».

Quando finalmente mi appare il segnale d’ingresso. La nebbia si è già dissolta, ma non del tutto: la foggy dew mi ha ormai vaccinato e a quel punto ormeggio in un batter d’occhio. Tiro il fiato e scopro la località. 

È il punto d’attracco del traghetto che porta a Strangord sulla riva opposta, Portaferry, appunto. Sul suo lungomare, il colore delle facciate delle case, arancione, rosa, azzurro, appare come una studiata sequenza cromatica. Dopo aver preparato la barca, Mamé riprende il mare con la sua nuova amica, Cu Na Mara («Segugio del mare», in gaelico), uno sloop di nove metri. Dopo aver mollato l’ormeggio annoto sul diario di bordo: «L’uscita dallo stretto è da romanzo. Sta iniziando la bassa marea e il flusso è impetuoso, sostenuto, si formano gorghi improvvisi e violenti. Fantastico. La barca sembra volare spinta dalla corrente».

Usciamo per attraversare il Mare d’Irlanda; l’isola di Man è fra il George’s Channel e il North Channel. L’isola è a poco più di trenta miglia ma ne faremo di più. Il cielo è coperto, non fa freddo e ogni tanto piove. I bassi fondali, la corrente, le onde incrociate e il vento instabile rendono la navigazione abbastanza faticosa. Un po’ a vela un po’ a motore, dopo otto ore superiamo il ponte levatoio che segna l’ingresso di Peel, porto d’arrivo, riconoscibile dalla ciminiera della factory dove vengono affumicate le aringhe (ottime in padella). 

Ci accolgono anche gli imponenti ruderi di un millenario castello vichingo. Dopo l’ormeggio mi specchio distrattamente. Devo essermi ferito leggermente a un sopracciglio, con il berretto calcato sugli occhi sembro un gangster dopo una scazzottata: fortunatamente è solo un graffio. L’isola di Man è una dipendenza della Corona Britannica ma ha statuto autonomo e batte Sterlina propria. Dalle antiche radici celtiche e vichinghe, oggi l’isola è famosa per una folle corsa motociclistica che si disputa dal 1909: un pericoloso circuito di 60 Km lungo la via costiera a strapiombo sul mare e attraverso case, muretti e pali della luce. Nata per attirare il turismo internazionale, la gara vanta un triste primato con 256 piloti morti finora. 

Da Peel prendiamo l’autobus per visitare Douglas, la capitale. È sulla riva opposta dell’isola. Sul suo lungomare si allineano decine di alberghi. Come sul Boulevard des Anglais, a Nizza. 

Dopo qualche giorno di sosta, decidiamo di raggiungere, sempre insieme, la parte più occidentale della costa scozzese. Destinazione Portpatrick, un minuscolo villaggio di pescatori a una quarantina di miglia, molto frequentato dal turismo estivo. Impostare la rotta da Peel non è complicato. Tradizionalmente è la prima tappa per chi vuole andare in Scozia via mare. Cu Na Mara sceglie un percorso leggermente diverso con il risultato che dopo poche ore ci perdiamo di vista. 

La nostra destinazione si trova all’interno di una baia semicircolare dall’ingresso stretto che va preso centralmente e con molta attenzione: accanto ai frangiflutti ci sono scogli appuntiti dove l’acqua non è molto profonda. Inoltre va tenuto conto dell’ora d’arrivo per calcolare l’altezza della marea. Come se non bastasse finisco in un altro tratto di mare abbracciato dalla nebbia che fa capolino a poche miglia dall’arrivo. Non sono distante dalla costa ma non la vedo e le sto andando incontro. Poco dopo aver fatto il punto nave sulla carta, esco dal quadrato, ho la nebbia alle spalle e di fronte a me, con un brivido, vedo la scogliera vicinissima. Viro all’istante e, avendo già ammainato le vele, procedo lentamente a motore lungo la linea costiera a una trentina di metri, confrontando la mia posizione sulla batimetrica indicata sulla carta con la profondità rilevata dall’ecoscandaglio. Un valido esercizio che avevo dimenticato sui banchi del corso per l’ottenimento della licenza. 

Nel frattempo sento via radio Cu Na Mara che mi fa sapere di essere già in porto. Infine riesco anch’io a vedere il minuscolo ingresso di Portpatrick. È bassa marea e all’interno del bacino spiccano ancora di più gli alti muraglioni che lo cingono. Le barche possono ormeggiare solo a pacchetto, una di fianco all’altra. Con Mamé l’abbiamo schivata ancora una volta. Sono in Scozia ma nonostante la nebbia, il mio viaggio continua…