Il monumento a Re Artù sulle rocce di Tintagel

Verso Avalon

Viaggiatori d’Occidente - Inghilterra e Galles tra le leggende di Re Artù
/ 17.12.2018
di Paolo Ciampi, testo e foto

Ogni volta il buon senso mi ricorda che il Regno Unito è stato il primo Paese trasformato in profondità dalla Rivoluzione industriale: inutile quindi aspettarsi memorie del passato diffuse ovunque, come in Umbria o nella mia Toscana. Certo ci sono autentiche meraviglie – il Vallo di Adriano! L’ho percorso anni fa a piedi – ma quasi ovunque il prezzo pagato alla modernità è stato pesante. E tuttavia ogni volta l’immaginazione prende il sopravvento sulla ragione, perché in pochi altri Paesi vi è una tale abbondanza di antiche storie e il gusto di raccontarle un’altra volta da capo, come se fossero sempre nuove. 

Tintagel è questa roccia a strapiombo sul mare della Cornovaglia. La schiuma bianca sferza la riva in basso, il verde dell’erba precipita nel verde dell’acqua. «Qui la storia incontra la leggenda» avverte un cartello prima della scalinata che si arrampica fino alle rovine del castello. Un viaggio in Cornovaglia e in Galles, sulle tracce di Artù e dei cavalieri della Tavola Rotonda, non può che cominciare da Tintagel, qui dove sarebbe nato il sovrano destinato a diventare «il più famoso degli uomini». 

Racconta Goffredo di Monmouth, monaco benedettino autore della Storia dei Re di Britannia, che a quei tempi su queste terre regnava Uther Pendragon. Gli era alleato Gorlois, signore di Tintagel, che aveva per moglie Igraine, donna bellissima di cui re Uther si invaghì. Divampò la guerra, come per Elena di Troia. Poi un giorno spuntò fuori un mago, Merlino. Invece di sciogliere il cuore del re dal desiderio, si offrì di esaudirlo. Uther sarebbe entrato a Tintagel con le sembianze di Gorlois, avrebbe trascorso la notte con Igraine e concepito un figlio allevato dallo stesso Merlino. Artù, appunto.

Fin qui la leggenda. Ma non è facile distinguere i fatti reali dietro il mito. Chi era veramente Artù? Un re dei britanni, un guerriero scozzese o un comandante romano rimasto in Britannia dopo il ritiro delle legioni? Vai a sapere. Al viaggiatore comunque bastano le leggende; la geografia immaginaria, tracciata dalle gesta del sovrano e dei suoi cavalieri, si traduce facilmente in un itinerario reale.

Non lontano da Tintagel per esempio c’è Bossiney, dove si dice sia sepolta la Tavola Rotonda; una notte di mezza estate riemergerà dalle sabbie, accarezzata dai raggi della luna. Nei dintorni di Camelford si racconta che il re abbia combattuto la sua ultima battaglia. E dalle acque di Dozemary Pool, un laghetto nelle brughiere dell’interno, un giorno emergerà la sua spada, Excalibur, e chi la troverà sarà Re d’Inghilterra. 

Il ponte sul Canale di Bristol prova a ricucire le terre degli antichi celti e mi conduce in Galles. Per i gallesi di ieri e di oggi il Galles è Cymru, per chi ci arriva con la testa piena di leggende è Logres, l’antico nome del regno di Artù. 

Galles: miniere di carbone ormai abbandonate e stadi del rugby, pub da cartolina e castelli buoni per i fantasmi. Persino il poeta Dylan Thomas, ispiratore di tanti musicisti rock, porta un nome tratto dall’antico ciclo di romanzi Mabinogion. A Swansea si respirano ancora i suoi versi.

Camarthern potrebbe sembrare un posto come tanti, se non fosse per il suo nome gallese: Caerfyrddin, il forte di Merlino. E proprio la pazzia di Merlino è raccontata nel Libro nero di Carmarthen, il più antico manoscritto in gallese.

St. Davids, nel Pemborkeshire, è la città più piccola dell’intero Regno Unito e al tempo stesso luogo sacro del Galles. Si dice che Davids fosse figlio di Non, una santa sedotta – o forse violentata – dal principe di Ceregidion. Si dice anche che fosse nipote di Artù, partorito su una roccia a picco sul mare, in una notte di tempesta.

Snowdon è il monte più alto di tutta la Gran Bretagna a sud delle Highlands. I gallesi lo chiamano Eryri, il nido delle aquile, o meglio ancora, Yr Wyddfa, la tomba, perché vi sarebbe sepolto un gigante pluriomicida, che tesseva mantelli con le barbe delle sue vittime. A farlo fuori – come stupirsi – fu naturalmente Artù. Bello salire sulla sua cima con la Snowdonian Mountain Railway, la ferrovia a cremagliera più alta di tutto il Regno Unito. Ancora più bello, forse, percorrere i sentieri del monte Cader Idris: chiunque trascorra una notte sulla sua cima si risveglierà pazzo o poeta. 

Superando i castelli dei sovrani Tudor – Caernarforn, Conwy, Harlech – giungo alla penisola di Llwyn, con le sue storie e le sue meraviglie. Sul filo dell’orizzonte, separata da un braccio di mare di appena tre chilometri, vedo Bardsey, in tempi remoti era conosciuta come Ynys Enlli, l’Isola delle correnti, o anche l’Isola dei ventimila santi, perché in tanti sarebbero venuti sin qui a morire, quando un pellegrinaggio a Bardsey valeva quanto uno a Roma. 

Bardsey, ovvero Avalon: la sacra isola delle mele, la brumosa, evanescente Avalon, dove Artù dorme un sonno profondo, simile alla morte. In attesa del risveglio la sua anima è custodita nel corpo di un corvo e per questo i corvi volano indisturbati nei cieli di Cornovaglia: chi può sapere qual è quello del re? Avalon è un’isola sospesa tra sogno e realtà, tra vero e falso, come Atlantide, che Platone collocò oltre le Colonne d’Ercole, oppure Thule, ipotesi di fuoco e ghiaccio all’estremo Nord. Isole dai contorni sfumati, fatte di parole. Del resto Tolkien, l’autore del Signore degli Anelli, sosteneva che «il mito è un’invenzione a proposito della verità». Il suo pensiero riassume perfettamente il mio, mentre l’isola sembra un vascello fantasma, il vento scompiglia i capelli e sembra portare con sé le voci di chi non c’è più.