Vele nere su Abhay Mitra Ghat

Viaggiatori d’Occidente - Attracco per pirati e pescatori, il vecchio porto di Chattogram, nel Golfo del Bengala, è oggetto di un possibile ammodernamento che distruggerebbe la sua stessa storia
/ 01.06.2020
di Cristina Gemma, testo e foto

Chattogram, con i suoi sei milioni di abitanti, è seconda solo a Dacca, la capitale del Bangladesh. A Chattogram la modernità ha calcato la mano con raffinerie e industrie chimiche, ma restano la cerchia delle verdi colline, le foreste, il Lago Foy e spiagge infinite. Santuari, moschee, templi buddisti o indù invitano a un risveglio spirituale.

Chattogram è uno dei più antichi porti del mondo: il porto è esistito prima della città, il porto ha creato la città. Il perfetto approdo naturale all’estuario del fiume Karnaphuli – tra i Chittagong Hill Tracts e il Golfo del Bengala, una dozzina di chilometri a ovest del centro – era noto ai marinai arabi già nel IX secolo. I navigatori portoghesi e veneziani lo chiamavano Porto grande. Chattogram commerciava con Cina, Sumatra, Sri Lanka, Maldive, Africa orientale e Medio Oriente. Una fantastica varietà di merci si accatastava sulle sue banchine: perle, seta, riso, cavalli, polvere da sparo…

Per la sua ricchezza, la città fu sempre contesa: nel XIV secolo fu legata al Sultanato del Bengala, poi fu preda dei Portoghesi, nel 1666 fu riconquistata dall’Impero Moghul, infine un secolo dopo passò saldamente nelle mani degli Inglesi attraverso la Compagnia delle Indie orientali. Nella sua ultima incarnazione, Chattogram è diventata il primo porto del Bangladesh e il terzo d’Asia. Come tutti i porti, mescola genti, lingue, culture, fedi, ricette. È multiculturale, inclusiva e tollerante: anche i suoi santi musulmani sono i miti sufi.

Da diversi anni vivo qui ma, nonostante le diverse possibilità, quasi ogni giorno i miei passi mi conducono al porto vecchio, Abhay Mitra Ghat, sulle rive del fiume Karnaphuli, nella zona di Sadarghat. Da tempo l’amministrazione cittadina vuole rinnovare e ampliare quest’area, scavando il fondale e ricostruendo la banchina, ma ai miei occhi proprio la sua aria d’altri tempi me la rende così cara.

Ad Abhay Mitra Ghat l’attività principale è la pesca nel Golfo del Bengala. E ogni giorno all’alba, nel retro del porto, apre il mercato del pesce. I compratori – ristoratori o gente del popolo – attendono il ritorno delle barche dal mare, poi il pesce fresco viene offerto in ceste intrecciate a mano o in vasche piene d’acqua. Si vende anche pesce essiccato, crostacei e le buonissime uova di Ilish. C’è una meravigliosa confusione: chi scarica il pesce, chi trita il ghiaccio, chi grida prezzi e magnifica la propria merce.

Le diverse aree del porto sono collegate da una lunga banchina. Mi piace passeggiare qui durante il giorno, quando i marinai riparano le reti e preparano le barche. Verso sera i numerosi tea shop e i piccoli ristorantini economici sono affollati di cittadini in libera uscita: qualcuno passeggia, altri giocano a cricket con gli amici sull’erba. E poi non mi stancherei mai di guardare i meravigliosi sampan.

Le barche tradizionali del Golfo del Bengala hanno una caratteristica forma a U, con la punta della prua rivolta verso l’alto, e oltre alla pesca sono utilizzate anche per le merci o come traghetto sul Karnaphuli. Alcune sono spinte dal motore, le più vecchie tuttavia inalberano ancora le tradizionali vele nere, come al tempo dei pirati; secoli fa infestavano queste acque saccheggiando la città, depredando i mercantili e razziando schiavi a migliaia. A dire il vero la pirateria non è mai scomparsa del tutto: abbordaggi in mare e rapimenti sono ancora frequenti.

A bordo dei sampan di giorno si lavora, si cucina, si dorme, aspettando la notte per uscire a pescare. I pescatori vengono assunti a giornata e vivono a ridosso dell’area portuale oppure vengono da altre regioni del Bangladesh e per lunghi mesi non possono vedere le loro famiglie. Di notte piccoli falò illuminano la banchina del fiume: alcuni continuano a lavorare come possono, altri invece cercano di rilassarsi in compagnia masticando foglie di betel, cantando o raccontando storie; o forse più probabilmente si lamentano del misero salario, dei pericoli e delle troppe ore di lavoro.

Il mondo dei sampan è strettamente maschile: per una straniera sola sarebbe impensabile salire a bordo. Ma una volta, con l’aiuto di un amico fotografo, ho tentato una breve visita raccogliendo un invito al volo. Per salire ho camminato in bilico su una stretta e lunga tavola di legno oscillante, tenendo le braccia aperte come le ali di un uccello. Arrivata a bordo, i pescatori sono usciti da tutti gli angoli per vedere i nuovi ospiti. Era l’ora della cena e il volto del cuoco si affacciava dalla finestrella di una minuscola cucina, probabilmente appena sufficiente per un uomo seduto con le gambe incrociate davanti a una bombola di gas da campeggio (il profumo del cibo però era ottimo).

Dialogando in un inglese molto arrangiato ci hanno portato a fare un giro sul ponte della nave e ci hanno offerto una tazza di tè. Di entrare nella stiva mi è mancato il coraggio, sentivo che l’iniziale stupore e l’amichevole curiosità si stavano lentamente trasformando in qualcosa di diverso e forse pericoloso. La situazione a un certo punto si è surriscaldata, il gruppo di marinai si stringeva intorno a noi e abbiamo preferito scendere abbastanza in fretta. Ci siamo salutati da lontano, mentre la moschea chiamava alla preghiera e la luce del giorno andava spegnendosi.