Bussole

La città dei grattacieli sulla sabbia
Bussole Inviti a letture per viaggiare

«Welcome to the happiest city in the world. Il viaggiatore che atterra viene accolto da questa scritta, sui pavimenti che portano alla metro. Dubai è città ricca, cosmopolita, audace (…) Una metropoli avveniristica, un prodigio di grattacieli costruiti sulla sabbia…». 

Come abbiamo letto nell’articolo qui a fianco, Dubai è la meta più sognata dai viaggiatori internazionali. A prima vista le ragioni di questo successo possono sembrare misteriose. La volontà visionaria dei suoi emiri ha creato una città dal nulla in mezzo al deserto. E forse proprio perché ha deboli legami con la storia o la geografia, Dubai insegue sempre nuovi primati, risvegliando nel turista uno stupore infantile caratteristico del nostro tempo. 

Gli alberghi sono smisurati, a cominciare dal celebre Burj al-Arab, a forma di vela: nell’eliporto in cima all’edifico, nel 2005, Federer e Agassi giocarono una memorabile partita a tennis. Buri Khalifa, anch’esso con un hotel di lusso disegnato da Armani, è l’edificio più alto del mondo. Tra le altre attrazioni, giganteschi centri commerciali, come Mall of the Emirates, con la sua pista da sci e i pinguini nel mezzo del deserto. E ancora Palm Jumeirah, il più grande complesso artificiale del pianeta, una laguna a forma di palma.

Dubai è cresciuta velocemente in pochi anni, senza accontentarsi mai. Nel 1990 accoglieva seicentomila visitatori, nel 2008 erano già sette milioni; il tempo di superare la crisi economica e dieci anni dopo è arrivata a sedici milioni, la quarta città più visitata al mondo dopo Bangkok, Londra e Parigi. Il 2020, con l’Expo, avrebbe dovuto essere l’anno della sua definitiva consacrazione ma ci si è messo di mezzo Covid-19 e per adesso tutto è rinviato al 2021. 

Dubai si propone come la città del futuro: ma è un sogno o un incubo? / CV

Bibliografia
Emanuele Felice, Dubai, l’ultima utopia, Il Mulino, 2020, pp. 224, € 15.–.


Ritorno al futuro

Viaggiatori d’Occidente - Dopo l’epidemia si apriranno spazi per un turismo diverso?
/ 03.08.2020
di Claudio Visentin

Il turismo se la passa male, lo sappiamo, pur con qualche timido segno di ripresa. Nei Paesi dove l’epidemia sta arretrando, come il nostro, si ricomincia lentamente a viaggiare, ma attraversare un confine resta un sogno, anche solo per timore di incappare in una quarantena. Sono probabilmente timori eccessivi (e forse stiamo perdendo qualche buona occasione, per esempio visitare gli Uffizi senza troppi turisti) ma è difficile cambiare gli orientamenti profondi dell’opinione pubblica. 

Il Tour Operator Kuoni ha scavato proprio dentro questi desideri, analizzando le ricerche più frequenti su Google per capire dove gli abitanti di ciascun Paese vorrebbero andare in vacanza all’estero il prossimo anno.

Su scala mondiale vince Dubai, al secondo posto troviamo insieme Qatar, Canada e Stati Uniti, terzo l’Egitto. Limitandoci all’Europa, i meno pretenziosi sono senza dubbio i francesi, attratti dal confinante Belgio. Gli inglesi, che di viaggi se ne intendono, pensano invece alle Maldive; al viaggio vorrebbero unirsi italiani, polacchi, rumeni e bulgari. E i Maldiviani, che già ci vivono tutto l’anno? Loro andrebbero alle Mauritius. 

Anche Bali è molto gettonata (per esempio da olandesi, serbi e croati) e gli abitanti dell’isola ne sono ben lieti. Con sei milioni di turisti internazionali nel 2019, e dieci dall’Indonesia, l’economia dell’isola è fortemente dipendente dal turismo. O sarebbe meglio dire era? Da quando a marzo il turismo balinese si è completamente bloccato, i lavoratori dei resort sono tornati nei loro villaggi d’origine, riprendendo a malincuore le tradizionali attività nella pesca e nell’agricoltura, per sostenere le loro famiglie. 

Ni Nyoman Ayu Sutaryani, quarant’anni, madre di tre figli, per due decenni ha lavorato come massaggiatrice e istruttrice di yoga negli hotel e nelle spa di lusso di Bali. Ora raccoglie chiodi di garofano in cima a un’alta scala di bambù. Ma aldilà della gioia di passare più tempo con la sua famiglia, c’è poco altro di cui rallegrarsi: «Questa è la prima volta che sono senza lavoro e, a volte, mi viene da piangere. Siamo tornati indietro ai vecchi tempi, quando si lavorava per non morire di fame» ha raccontato al «New York Times». Qui nessun rimpianto per il passato, nessun desiderio di novità, solo la preghiera che tutto torni com’era.

A Maiorca, la principale isola delle Baleari, la pandemia ha lasciato un segno profondo. Le spiagge sono vuote, così come gli hotel imbiancati fronte mare. Nel 2019 sono passati di qui dodici milioni di visitatori, in un’isola con meno di un milione di abitanti. Due milioni sono arrivati su cinquecento navi da crociera, gli altri in aereo: in un giorno di luglio 2017 si è contato un atterraggio ogni minuto e mezzo. 

Grazie al turismo, l’isola è uscita dalla sua endemica povertà, ma il prezzo è stato elevato: le scorte d’acqua sono allo stremo, l’aria è inquinata dagli scarichi di migliaia di auto e motorette a nolo, il costo della vita è schizzato alle stelle. Ubriachezza e altri eccessi sono parte della vacanza alle Baleari, Magaluf è tristemente nota per questo. Ma ora che club e discoteche sono chiusi, gli abitanti stanno riappropriandosi dell’isola in tutta la sua bellezza. Gli animali selvatici sono tornati e in spiaggia si può sentire il rumore del vento e del mare. La babele delle lingue si è spenta, lasciando voce al rassicurante dialetto locale. Non sarebbe meglio vivere così – si sono chiesti in molti – accettando anche un minor guadagno per accogliere famiglie e amanti della natura invece che inglesi ubriachi?

Anche nelle grandi città, sino a pochi mesi fa minacciate dall’iperturismo (Overtourism), come Amsterdam o Barcellona, è tempo di nuovi pensieri. Il vecchio modello mostrava già i suoi limiti prima dell’epidemia e anche solo l’emergenza climatica sconsiglia repliche del passato. Potrebbe essere la fine del turismo, per come l’abbiamo pensato sin qui. 

Nel frattempo, a Venezia, pur nell’occhio del ciclone, tra disdette e mancati arrivi, si sperimenta una nuova, gradevole quotidianità. Sino a pochi mesi fa tutto congiurava per allontanare i residenti dalla loro città: in settant’anni sono passati da 180mila a 50mila. Le cause si sommano: gli affitti troppo elevati, gli appartamenti affidati ad Airbnb, i negozi di quartiere trasformati in rivendite di souvenir dozzinali o pizzerie al taglio… 

Poi nel tempo dell’epidemia è cominciata una graduale riconquista della città da parte dei veneziani. Senza le onde provocate dalle grandi navi da crociera le acque dei canali sono più pulite e piacevolmente navigabili per le piccole barche. E dopo averla abbandonata per anni ai turisti, i residenti si sono spinti sino in Piazza San Marco. Certo il turismo vecchio modello portava oltre tre miliardi di dollari l’anno, ma anche trenta milioni di presenze, almeno venti milioni di troppo secondo le stime. Per questo molti sognano un diverso modello di sviluppo: una città popolata di studenti universitari, creativi, artigiani, artisti, designer… «Potrebbe essere una città normale» sintetizza Andrea Zorzi, un attivista. «Niente cambia se non cominci a cambiare qualcosa».