L’orso addormentato

Viaggiatori - d’Occidente Una visita sentimentale in Siberia
/ 23.09.2019
di Paolo Brovelli, testo e foto

Fin da bambino ho pensato alla Siberia come a un orso: un orso bruno, enorme, col pelo lungo, acciambellato in letargo e bianco di neve. A parte quell’immagine da fiaba, c’erano le bufere gelate, il vento nei boschi fitti, le rocce arancioni di licheni, le renne. E poi – ma questo solo quando scoprii che esisteva al mondo anche un paesaggio politico – le file di deportati coperti di stracci e di catene spediti al confino per morire di freddo e fatica. 

Da anni volevo svegliare quell’orso. Cominciai a suon di libri; poi però partii, che sul posto è un’altra cosa. Mi ci calai direttamente con un volo a Novosibirsk, la sua maggiore città. E subito, parlando con la gente – da Ivan, un barista del porto di Krasnoyarsk, al mio vicino nella sala d’attesa d’un treno, al capitano del traghetto sul lago Bajkal – m’accorsi di come la Siberia sia un concetto, una regione del mito, che t’entra dentro e non te ne liberi più. Il siberiano è orgoglioso d’esser siberiano proprio come l’amazzonico o il sahariano. Sarà che vivono tutti in luoghi estremi: sanno d’essere speciali. 

La Siberia, quella sulla mappa, va dai monti Urali fino al Pacifico. È grande come tutta l’Europa più una decina di Italie, divisa in repubbliche autonome e province. Per millenni terra d’allevatori di renne e cavalli, la sua eco, spesso foriera di disgrazie, pervenne a noi attraverso le scorrerie degli sciti e dei sarmati, e poi di unni, tatari, mongoli. Qui mescolò il suo sangue con quello che trovava, e per mille anni fu quello slavo, baluardo della cristianità europea.

Nell’aeroporto di Novosibirsk, la scultura d’un uomo a cavallo che si lancia contro un lupo rabbioso mette subito le cose in chiaro sull’esito finale del confronto. Quell’uomo, mi spiegano, ha nome Ermak Timofeevič, il cosacco del Don conquistatore della Siberia. Il lupo è siberiano, turco, mongolo, colui che verrà travolto dalla furia moscovita. Accadde nel Cinquecento, il secolo in cui l’Europa straripò. Quella occidentale, iberici & C., sugli oceani. Quella orientale, i russi, per le steppe del Levante. Nell’Est i conquistadores si chiamavano cosacchi. Ci furono pionieri, soldati, banditi, massacri. E una corsa all’oro siberiano: lo zibellino dalla pregiata pelliccia, per secoli tesoro, tributo, riscatto. 

Come nella conquista del West, anche qui le città nacquero da fortini di legno (gli ostrog) e palizzate conficcate nel fango che poi diventarono Tyumen, Tomsk, Krasnoyarsk, Irkutsk… Gli eroi, i cosacchi, erano pirati, uomini pronti a tutto che avanzavano su canoe, lungo fiumi grandi come mari: l’Ob’, lo Enisei, la Lena. Conquistavano terre e popoli: i mongoli, i tatari, gli uralici, i mansi, i tungusi, gli ostiachi, i ciukci… fino a che, nel 1639, non giunsero al Pacifico. La Russia, da lembo d’Europa, s’era fatta Eurasia. E impero. 

Novosibirsk è più recente. Fu fondata alla fine dell’Ottocento intorno a un ponte sul fiume Ob’ – ora in disuso – della ferrovia Transiberiana. È da sempre in espansione: una città moderna, con locali di tendenza, qualche grattacielo nuovo, un vecchio Lenin, il teatro sovietico e fabbriche. Terza città di Russia, è piena di immigrati e di speranze: russi, tatari, ucraini, yakuti… un’ottantina di etnie diverse. Prima, fin dall’età zarista, deportati qui con scuse qualsiasi per popolar le nuove terre e in seguito qui convenuti per scelta dall’entroterra, da tutta la Russia e oltre. D’estate, quando c’è il sole, son tutti sbracciati, come se non esistesse un inverno. Eppure qui a maggio c’è ancora la neve…

La mia direttrice è la Via siberiana, un tracciato già misto di sentieri e fiumi. Era l’antica Via del tè, che veniva in carovane di cammelli insieme alla seta e altri prodotti pregiati dal Regno di mezzo. Da fine Ottocento diventerà anche la ferrovia Transiberiana, oggi di gran moda e la scelta abituale per chi viaggia in queste terre. Ma io preferisco restare ben attaccato al suolo, lungo cattive strade di terra battuta. Così, di fiume in fiume, tutti diretti al Mar Glaciale Artico, incontro Krasnoyarsk e poi Irkutsk, grasse delle acque dello Enisej e del suo affluente Angara. Sono due città tra le più antiche, seicentesche, anche se d’antico non sono rimasti che palazzi di fine Ottocento nelle vie principali e poche case di legno, tipiche isbe di città, sprofondate tra i marciapiedi zuppi, nel terreno fangoso delle zone vecchie. Intorno, come sempre, i casermoni popolari, sovietici e nuovi. Larissa, professoressa di spagnolo all’università di Irkutsk, dopo una lunga permanenza nella Cuba di Castro, è orgogliosa della sua città. «Ci sono voluta ritornare io, a casa!» precisa quando ammicco al bel clima caraibico. Nei primi del Novecento Irkutsk era persino detta la Parigi siberiana, mi spiega, per i teatri e le tracce del bel mondo. Irkutsk mi apre le porte del lago Bajkal e della Repubblica dei buriati, una delle ventidue, etniche, della Federazione russa, che chiuderà il mio assaggio siberiano. 

E piove.

Piove sulle tigri e i leoni di gesso. Piove sugli stupa. Piove sulle tonache color mattone e piove sulle risate dei monaci che scherzano nel vialetto fradicio. Piove da due giorni su questo tratto di Siberia, perché qui quando non gela piove. A Ulan Ude, capitale della Repubblica dei buriati, sul Lysaya Gora, il Monte Calvo, da che la religione non è più considerata l’oppio dei popoli, è tornato il Buddha. È un Buddha tutto d’oro, che troneggia in un datsan sobrio e dai colori caldi. Un tempio nuovo, consacrato dal Dalai Lama pochi anni fa. 

In mezzo ai visi mongoli e agli incarniti scuri, nel gruppo che parlotta, spicca Dimitri, chiaramente slavo. In una chiacchiera, più tardi, mi confesserà d’aver abbracciato il buddismo fin da piccolo, quando viveva fianco a fianco coi buriati, i suoi migliori amici di sempre. Non importa la nascita, dice. Adesso la visione egalitaria sovietica s’è fusa con la nuova libertà di scelta. «Le chiese son risorte, a Kazan han costruito la moschea, e noi, qui, i nostri datsan» afferma. È contento, Dimitri. Dopo gli anni bui di fine millennio la Siberia è risorta. Allora tutto sembrava perduto, la gente moriva, si lasciava andare. Il paese languiva abbandonato, dice, sembrava sul punto di frantumarsi. 

«Ma bisogna crederci. Che noi, qui, tutti noi, a qualsiasi razza apparteniamo, siamo figli di gente che ha combattuto e che spesso è morta per il proprio paese. Ma ora il mondo sta cambiando e noi, qui, siamo vicini a Pechino. La storia passerà di qua». 

Dimitri ne è sicuro. L’orso siberiano s’è svegliato.