Bussole

Un viaggio consumato nell’attesa
Inviti a letture per viaggiare

«La pantera delle nevi fa l’amore in un paesaggio bianco. A febbraio va in estro. Vestita di pellicce, vive nel cristallo. I maschi lottano, le femmine si offrono, le coppie si chiamano. Munier me l’aveva detto: per avere qualche possibilità di vederla, bisognava cercarla in pieno inverno, a quattro o cinquemila metri di altitudine. Avrei tentato di compensare i disagi dell’inverno con la felicità procuratami da quell’apparizione…».

Sylvain Tesson è uno scrittore di viaggio decisamente interessante anche se poco conosciuto al di fuori della Francia. Oltre al suo viaggio in sidecar attraverso la Russia, ha raccontato un lungo esilio volontario sulle sponde del Lago Bajkal (Nelle foreste siberiane) e la traversata a piedi della Francia rurale (Sentieri neri). 

L’ultimo suo libro è dedicato a un animale raro e magnifico, la pantera delle nevi. Ma per riuscire a vederla bisogna prima di tutto compiere una trasformazione interiore: imparare la pazienza, esercitare l’autocontrollo, affinare lo sguardo, ragionare come un animale selvaggio. Solo quando il cacciatore diventa la preda, solo quando impara a pensare e muoversi come lei, la fa sua. Dopo tante epiche imprese, avventure, eccessi, Tesson sembra voler cambiare registro e si misura con il paradosso di un viaggio immobile, consumato nell’attesa di un incontro che potrebbe anche non avvenire mai. 

Tra un appostamento e l’altro, Tesson descrive con rapide pennellate l’altipiano di Qiangtang, in Tibet, a cinquemila metri di quota, deserto di abitanti e per questo ultimo rifugio di numerosi animali. Ma neppure i rigori del clima riescono a tenere lontana la modernità e l’intervento dell’uomo, inevitabilmente volgari se accostati alla bellezza rarefatta e micidiale della pantera. / CV

Bibliografia
Sylvain Tesson, La pantera delle nevi, Sellerio, pp. 184, € 15.–. 


Lo Zen e l’arte del sidecar

Viaggiatori d’Occidente - Un mezzo di trasporto d’altri tempi può schiudere al viaggiatore una nuova prospettiva
/ 12.10.2020
di Claudio Visentin

Quando nel 1974 Robert Maynard Pirsig pubblicò con un piccolo editore, quasi per scommessa, Lo zen e l’arte della manutenzione della motocicletta, non avrebbe mai immaginato di aver tra le mani un best seller. Il libro racconta un viaggio in moto attraverso gli Stati Uniti, dal Minnesota alla California. Il viaggio on the road nello stile di Kerouac si alterna a riflessioni filosofiche e soprattutto allo sforzo di fare pace con la tecnologia, attraverso la cura paziente e quotidiana della motocicletta: «Il Buddha, il Divino, dimora nel circuito di un calcolatore o negli ingranaggi del cambio di una moto con lo stesso agio che in cima a una montagna o nei petali di un fiore».

Cosa succede però se alla moto aggiungiamo un carrozzino trasformandola in un triciclo, in un sidecar? Come mi ha spiegato un proprietario di sidecar disilluso, si combinano tutti gli svantaggi dell’auto con quelli della moto: per l’ingombro del mezzo non si possono evitare le code, la velocità si riduce di molto, si prende tutta la pioggia che c’è eccetera. Anche per questo il sidecar non è mai stato molto popolare al di fuori di una cerchia ristretta. Solo durante la Seconda guerra mondiale fu adottato con entusiasmo prima dai nazisti e poi dai sovietici, ma già nel dopoguerra dovette farsi da parte dinanzi alla diffusione dell’automobile. Oggi i pochi cultori del sidecar sono appena tollerati nella grande famiglia dei motociclisti e spesso guardati con diffidenza.

Ma il calcolo, la convenienza e la praticità non sono tutto nella vita. Per fortuna compiamo anche scelte irrazionali e per questo, nonostante le premesse, negli ultimi anni ho finito per appassionarmi al sidecar sino al punto da utilizzarlo regolarmente anche per viaggi importanti. Nella scelta, la letteratura ha pesato più della meccanica. Decisiva è stata soprattutto la scoperta di uno scrittore di viaggio fuori dal comune come Sylvain Tesson. Nel 2015 Tesson ha pubblicato Beresina. In sidecar con Napoleone, il racconto di un viaggio invernale di quattromila chilometri ripercorrendo la ritirata di Russia e il tragico dissolversi della Grande armata di Napoleone decimata dal gelo, dalla fame e dagli attacchi dei russi. Per questa sua stralunata impresa Tesson ha utilizzato solo mappe cartacee, percorrendo trecento chilometri al giorno con uno scassato sidecar sovietico Ural. Quello stesso sidecar, appena un poco rimodernato, è stato inevitabilmente anche la mia scelta. 

Imparare a guidarlo però non è stato facile. In questo caso l’esperienza della moto non è d’aiuto, anzi. Il sidecar non piega e per curvare bisogna sterzare a forza di braccia. Inoltre, dovendo tirarsi dietro il peso del carrozzino e del passeggero, la moto cerca sempre di andare in qualunque direzione, purché diversa dalla linea retta, così che il pilota è sempre impegnato nel correggere la rotta. In ogni caso il problema mi ha solo sfiorato. Bocciato alla scuola piloti, ho dovuto passare la guida a mio figlio e sono diventato la scimmia (vedi fotografia), come viene chiamato ironicamente il passeggero del sidecar. Ma questo piccolo fallimento – che sarà mai… – mi ha dischiuso un mondo. 

Il passeggero del sidecar, infatti, nel grembo confortevole del suo carrozzino, gode di un punto di vista privilegiato sui luoghi attraversati. Un altro guida per lui e tuttavia, come ogni motociclista, è immerso nel paesaggio e sente il vento sulla faccia. Ma la scimmia può anche leggere una guida, scrivere appunti, fotografare o più semplicemente contemplare e pensare. Per lui a ogni curva si aprono prospettive filosofiche ed estetiche. 

Come sempre accade poi quando si viaggia con un veicolo storico (funziona anche con una Fiat 500 o una vecchia Vespa), non appena entra in scena il sidecar attira su di sé tutta l’attenzione: le persone si avvicinano, chiedono informazioni e la tradizionale estraneità tra viaggiatori e locali si dissolve in un attimo. 

Per fare solo qualche esempio, nel mio ultimo viaggio un’auto della polizia si è accostata e ci ha fatto segno di fermarci. Abbiamo temuto il peggio ma no, niente contravvenzione; il poliziotto alla guida è sceso e ha cominciato a chiedere del sidecar. Qualche giorno fa invece ero diretto alla Villa di Adriano a Tivoli. Come sempre ho scelto una strada secondaria attraverso i boschi; a metà percorso, al Passo della fortuna (nome meraviglioso), ho visto una fortezza svettare sul monte vicino, in cima al paese di Ciciliano. Immediata deviazione per assecondare la curiosità. 

Il sidecar, lento quanto potente, si arrampica facilmente prima per la strada impervia, poi per le stradine del borgo e si ferma davanti alla muraglia di un elegante castello residenziale. Un anziano signore ben vestito si avvicina incuriosito alla moto. Gli chiediamo del castello. «È della mia famiglia sin dal Cinquecento» risponde quello che scopriremo essere un marchese dell’antica nobiltà pontificia «nera». Poi ci conduce a visitare le cucine, la sala di ricevimento e la piccola cappella privata, sino al meraviglioso giardino pensile sul tetto, affacciato sulla pianura verso Roma. Da lì vediamo il sidecar che ci aspetta paziente sotto le mura, circondato dai bambini del paese; lo guardiamo dall’alto con gratitudine.