Yegen, Alpujarras
Granada, Alpujarras, Yegen

L’identità andalusa

Viaggiatori d’Occidente - La Spagna meridionale di Gerald Brenan poeticamente descritta nel suo romanzo autobiografico A sud di Granada
/ 27.07.2020
di Natalino Russo, testo e foto

«A sud di Granada, oltre le torri rosse dell’Alhambra, si vede una catena montuosa chiamata Sierra Nevada, ricoperta di neve tutto l’anno». Sono parole di Gerald Brenan, un giovane inglese che nel 1919 viaggiò per la prima volta nella Spagna meridionale. Come tanti altri suoi connazionali, dopo aver combattuto nella Grande Guerra, il venticinquenne Gerald era in fuga al tempo stesso dagli orrori delle trincee e dalle convenzioni borghesi.

Irrequieto, con alle spalle alcuni viaggi avventurosi poco prima della guerra, visitò l’Andalusia e se ne innamorò. In particolare, rimase affascinato dalle Alpujarras, una regione sul versante meridionale della Sierra Nevada. Era un luogo isolato e tranquillo, lontano dal trambusto delle città, e soprattutto molto economico. Brenan decise che era il posto dove vivere, il luogo ideale per compiere gli studi rimasti in sospeso a causa della guerra: e così inscatolò la sua biblioteca di duemila volumi e si trasferì in quelle montagne.

Con i suoi risparmi riuscì ad acquistare una grande casa rurale a Yegen, il villaggio più sperduto delle Alpujarras, un posto raggiungibile soltanto a dorso di mulo. Qui il giovane Brenan trovò un grande senso di poesia e al tempo stesso un forte contatto con la realtà, con la natura e con gli uomini. Questa sensazione iniziale fu così potente e duratura da trattenerlo a Yegen per quasi quindici anni, dal 1920 al 1934, ben oltre le sue originarie intenzioni. E quell’esperienza diede inizio a un legame con la Spagna destinato a durare per tutta la vita.

L’Andalusia svelò lo scrittore nascosto in lui. A quegli anni è dedicato un suo libro pubblicato nel 1957: A sud di Granada (Neri Pozza): sono pagine intense, emozionanti, una celebrazione partecipe dell’identità andalusa. Come in un romanzo, Brenan narra la sua vita a Yegen fatta di giorni tranquilli, di scrittura e di passeggiate, di lunghe conversazioni con gli abitanti del posto. È un libro denso di storie di cultura contadina, vite regolate da convinzioni immutabili, stratificate nel corso di secoli di isolamento.

A Yegen, come negli altri villaggi delle Alpujarras, non si sapeva nulla dell’Europa oltre i Pirenei, i giornali non arrivavano e a stento era giunta l’eco della guerra mondiale da poco conclusa. Brenan racconta invece le sere al chiaro di luna, quando erano sufficienti un flauto o una chitarra per apparecchiare una festa.

Vent’anni fa anch’io – dopo aver attraversato la Spagna in lungo e in largo, spesso in autostop – avevo provato la stessa attrazione di Brenan per la vita e la lingua andalusa. Avevo sperimentato il passaggio dagli sterminati uliveti riecheggianti di cicale alla frescura silenziosa della montagna, mi ero arrampicato nelle strette valli che incidono i versanti settentrionali della Sierra Nevada, avevo superato i valichi di montagna ammantati di pinete ed ero passato dall’altra parte, in quelle Alpujarras dove i paesini di case imbiancate a calce si aggrappavano a profondi burroni solcati dai calanchi, e sembravano sparire nell’immensità di quella montagna imponente.

Al tempo di Gerald Brenan per raggiungere Granada dalle Alpujarras erano necessari due giorni di cammino: ottant’anni dopo a me erano sufficienti due ore in automobile. Le mulattiere erano ormai state rimpiazzate dalle strade asfaltate e i paesini accoglievano il viaggiatore con cartelli di benvenuto, ristoranti e i primi timidi bed & breakfast.

Nelle Alpujarras sono tornato più volte, anche di recente. Com’è inevitabile, molte cose sono cambiate. E tuttavia la modernità non ha cancellato lo spirito solitario e selvaggio dei luoghi. I paesini sono ancora silenziosi, nelle piazzette e davanti ai bar il tempo scorre tranquillo. I gruppi di case imbiancate si stagliano come villaggi berberi contro le sagome scure e incombenti dei monti, i piccoli campi coltivati sono macchie verdi che ricordano le oasi dell’Atlante marocchino. La Sierra Nevada è una presenza costante, con le sue cime incombenti e le profonde vallate incise da torrenti che in primavera si fanno impetuosi.

A Yegen, sulla casa che fu di Brenan, campeggia una iscrizione in ceramica. E la fama del libro porta fin qui di tanto in tanto lettori appassionati e hipster curiosi. L’aria fresca e secca è rimasta la stessa, come sanno bene gli amanti del jamón serrano, il famoso prosciutto spagnolo che viene stagionato proprio in queste vallate. E le notti sono ancora stellate e profonde, libere dall’inquinamento luminoso.

Come nel resto dell’Andalusia, anche nelle Alpujarras non sono mai scomparse le sonorità del cante jondo, quel flamenco struggente che ha molto di arabo e che anche nel mio ultimo viaggio ho sentito riecheggiare nelle case e nei vicoli: un vicino, o un gitano di passaggio, imbracciano una chitarra e altri l’accompagnano con un sapiente battito delle mani al ritmo di una sevillana o di una malagueña. «Non è la stessa cosa ascoltare questa musica alla radio, – mi ha detto la vecchietta dove ho alloggiato l’ultima volta – dal vivo ti prende l’anima». Forse da bambina aveva visto passare per le strade del paese un giovanotto venuto da lontano, e da tutti chiamato el inglés.