Bussole

Come ai tempi di Marco Polo
Inviti a letture per viaggiare

«È l’alba e Pardin esce a pescare. Non è che ci siano tante alternative. È il suo mestiere. Da solo, come sempre. Ma preferisce così. È ancora distratto dall’eclissi solare che il giorno prima ha offuscato l’arcipelago indonesiano di Sulawesi. Ha ventun anni, tuttavia si sente già adulto. Per questo oggi si è spinto così lontano, tra le acque dell’isola di Banggai. Sta fissando sovrappensiero il mare, quando qualcosa richiama la sua attenzione tra il luccichio della superficie…».

Comincia così la prima delle tante storie curiose, drammatiche o divertenti, raccolte dal giornalista Carlo Pizzati nel suo sforzo (riuscito) di raccontare l’Asia contemporanea. Tra i diversi Paesi descritti, riserva un ampio spazio all’India, dove abita da oltre dieci anni avendo sposato una donna di Madras/Chennai. C’è dunque una conoscenza di prima mano dei luoghi, ma soprattutto uno sforzo sincero di riconoscere e mettere in discussione gli stereotipi sull’oriente formatisi coi testi antichi, il colonialismo, il giornalismo e la letteratura. Senza nulla togliere ai loro meriti, autori classici come Kipling o E.M. Forster sono meno utili di un tempo per comprendere l’Asia di oggi; e l’India di Gandhi ha solo qualche legame con quella contemporanea. Molto è cambiato nell’ultimo mezzo secolo e l’autore preferisce tenere d’occhio altri orizzonti: religione, ambiente, diritti civili e tecnologia, intrecciati tra loro in forme ricche di incognite. Ma alla fine lo sguardo si volge verso noi stessi, perché capire l’identità asiatica richiede una riflessione su cosa voglia dire essere occidentali, su quel che siamo diventati e su quanto abbiamo acquisito o perduto strada facendo. Questo aspetto è davvero rimasto come ai tempi di Marco Polo: oggi come allora, la diversità ci sfida e ci interroga. / CV

Bibliografia
Carlo Pizzati, La tigre e il drone. Il continente indiano tra divinità e robot, rivoluzioni e crisi climatiche, Marsilio, pp.448, € 20.


L’eco dell’estate

Viaggiatori d’Occidente - Perché non prolungare la stagione turistica in risposta alla crisi?
/ 28.09.2020
di Claudio Visentin

L’arrivo di settembre tradizionalmente segna la fine delle vacanze: i bambini si trasformano in alunni, gli eroi da spiaggia in oscuri impiegati. Certo l’autunno è tempo di escursioni e da qualche tempo si praticano forme raffinate di turismo, come il foliage, ovvero il viaggio per ammirare il colore cangiante delle foglie degli alberi in questa stagione, dal verde al giallo alle diverse gradazioni di rosso. 

I luoghi d’elezione del foliage sono la costa occidentale degli Stati Uniti, le foreste canadesi e i boschi del Giappone, ma questa abitudine si è rapidamente diffusa in Europa. Anche il turismo del vino ha il suo picco naturale al tempo della vendemmia. Si tratta comunque pur sempre di nicchie, di numeri limitati, seppure crescenti. Quest’anno invece, complice l’epidemia, l’intero calendario dei viaggi sembra slittare in avanti.

Questa tendenza è già evidente negli Stati Uniti. Anche lì la stagione estiva è partita molto in ritardo e sotto il segno dell’incertezza, ma adesso molti sembrano interessati a continuare. Secondo una ricerca della società di marketing MMGY Global, il 61 per cento di 1200 americani adulti intervistati intende prendersi una vacanza nei prossimi mesi, morbo permettendo. Dopo tutto, in passato il ritorno a casa era imposto dalla ripresa della scuola e del lavoro in ufficio. Oggi però lavoro e studi ripartono spesso in forme parziali e se si deve studiare e lavorare da remoto, perché non farlo da un luogo più gradevole?

I grandi alberghi americani offrono condizioni straordinarie a chi intende restare a lungo. Per esempio Cape May, nella punta meridionale del New Jersey, affacciata sulla baia del Delaware, è considerata la prima stazione balneare americana. Ricostruita in un impareggiabile stile vittoriano dopo il terribile incendio del 1876, ha conquistato l’alta società di New York e Filadelfia. Ora con poco più di quattromila dollari si può prendere la chiave di una stanza il 3 gennaio 2021 e restituirla solo il 1. aprile. 

Spazi attrezzati per il lavoro si alternano ad aule di studio per i ragazzi, con insegnanti di sostegno specializzati nelle diverse materie, il wi-fi è potenziato ovunque. È così possibile lavorare o studiare in simultanea durante il giorno e dedicare il tardo pomeriggio a bagni e passeggiate. 

Quasi ovunque i prezzi restano bassi e le offerte si moltiplicano perché i tradizionali turisti autunnali, pensionati con buone risorse, preferiscono restare a casa in quanto più esposti al Covid-19. Cambia lo schema stagionale, cambia lo schema settimanale. Certo qualcuno continua ancora a partire per il week end, quasi per un riflesso condizionato, ma altri con maggiore flessibilità lavorativa esplorano i giorni da lunedì a giovedì, meno affollati e più convenienti.

Da noi la situazione è diversa (per esempio le scuole) ma tutto cambia molto rapidamente e comunque l’arrivo di turisti dai cantoni settentrionali resta consistente. Anche qui dunque un prolungamento della stagione potrebbe essere una carta da giocare.

E se il tempo peggiora? La risposta potrebbe venire dalla Norvegia e dall’idea di friluftsliv, traducibile come «vita all’aria aperta». «Friluftsliv è più di una semplice attività, è uno stile di vita» sostiene convinto Lasse Heimdal, appassionato a questa pratica; «È legato alla nostra cultura e all’identità norvegese». Con l’attrezzatura giusta e soprattutto un atteggiamento mentale positivo si può star fuori con qualunque temperatura. 

Non servono grandi imprese, basta un picnic invernale, una lunga passeggiata con gli amici e il cane o una pedalata. In norvegese c’è persino una parola specifica, utepils, per indicare una birra bevuta all’aperto. Anche una bambina di neanche cinque anni, Mina, potrebbe spiegarvi cosa sia Friluftsliv; alla sua giovane età ha già dormito in una tenda nei campi per oltre trecento giorni e insieme al padre Alexander Read ha vinto il prestigioso Norwegian Wilderness Award 2019 per le loro attività all’aperto.

Bisogna intendersi bene. Queste novità non sono ancora segni d’uscita dalla crisi. Gli alberghi in qualche modo si sono sostenuti col turismo nazionale, ma chi opera nel lungo raggio ha il fiato corto: compagnie aeree, Tour Operator e agenzie di viaggio hanno pochi clienti e, se anche ne avessero di più, non avrebbero comunque prodotti da offrire loro, finché la minaccia di quarantena pende al rientro dall’estero. I tentativi di creare alleanze (Travel Bubbles) tra Paesi allo stesso livello di contagio, per evitare test o quarantene, hanno dato risultati controversi. Il programma della Commissione Europea Re-Open EU doveva garantire la mobilità nell’area di Schengen, ma la crescita dei contagi in Spagna, Francia e Grecia ha spinto a rialzare le barriere. Ecco perché, per fare solo un esempio, l’amministratore delegato di British Airways ha sottolineato con forza: «Stiamo ancora combattendo per sopravvivere», lamentando perdite per venti milioni di sterline al giorno. E racconta che un anno fa di questi tempi un milione di passeggeri a settimana volavano con British Airways, ora sono meno di duecentomila.

Anche le crociere, il fiore all’occhiello del turismo organizzato, faticano a riguadagnare la fiducia dei loro clienti storici. Molti fallimenti (e molti licenziamenti) sono stati rimandati ma il momento della resa dei conti si avvicina, se la situazione non tornerà normale entro la primavera 2021.

La crisi del turismo insomma continua ad avvitarsi su sé stessa, ma la prevalente distruzione di ricchezza si accompagna ora anche a cambiamenti e nuovi progetti. Per questo, parafrasando un celebre discorso di Winston Churchill, potremmo dire che «Non è la fine. Non è neanche il principio della fine. Ma è, forse, la fine del principio».