Lanzarote: César Manrique e l’arte del paesaggio

Reportage - Quest’anno si festeggiano i cento anni dalla nascita dell’architetto, artista e attivista che ha modellato alcuni luoghi dell’isola di Lanzarote, battendosi per preservarla dalla speculazione edilizia
/ 10.06.2019
di Amanda Ronzoni, testo e foto

L’impatto del turismo, di massa in particolare, su una comunità e il suo ambiente, è una questione complessa e delicata. Quanta ricchezza effettiva porta alla gente del posto? Nuovi servizi, maggiori scambi commerciali, collegamenti più efficienti con il resto del mondo, stili di vita giudicati «più moderni e progrediti», più lavoro. Ma anche inquinamento, spesso deterioramento delle risorse naturali, paesaggi intaccati dall’urbanizzazione, tradizioni e saperi cancellati in nome della modernità e del progresso. Mantenersi in equilibrio tra rischi, danni e benefici è un esercizio sempre più necessario. Un esercizio che César Manrique, artista poliedrico, architetto e attivista originario dell’isola di Lanzarote, cominciò a praticare già a metà degli anni Sessanta.

«Hemos empezado a descubrir que todo está interconectado y que la ocupación desmedida del suelo acaba destruyendo a la naturaleza y, por tanto, al ser humano» («Abbiamo iniziato a scoprire che tutto è interconnesso e che l’occupazione intensiva del suolo finisce per distruggere la natura e, quindi, l’essere umano»).

Nato a Lanzarote nel 1919, Manrique studia all’Accademia delle Belle Arti di Madrid. Agli studi segue un decennio di sperimentazioni tra pittura, scultura, land art e grafica in giro per il mondo. Fa poi ritorno sull’isola natale, che con la sua natura selvaggia plasmata dalle forze primordiali dei vulcani e del mare, segna in maniera determinante l’estetica dell’artista. «Cerco di essere la mano libera che dà forma alla geologia», scriverà, arrivando così a elaborare il concetto di Arte-Natura / Natura-Arte.

Se per la pittura si ispira all’informalismo, per la scultura e le grandi opere paesaggistiche, molto prende dai movimenti della pop art e dell’arte cinetica, cercando di integrare in modo armonico le sue proposte creative con il paesaggio e la natura. Di quest’ultima, più che proporne una copia realistica, gli interessa esprimere una comprensione emotiva, in omaggio al genius loci cui si sente profondamente legato. Del resto la situazione a fine anni Sessanta impone delle scelte precise. Lanzarote sta vivendo una fase di profonda trasformazione sotto la spinta del turismo e dell’indotto da essa generato, con un impatto importante sul paesaggio. Alla paura di perdere un patrimonio naturale di inestimabile bellezza («sono un po’ spaventato dalla valanga imminente di turisti che presto vedremo a Lanzarote», 1965), Manrique risponde proponendo interventi di valorizzazione del paesaggio che armonizzino le caratteristiche proprie dei luoghi, le tradizioni locali e le innovazioni moderne: giardini, ristoranti, terrazze panoramiche, recupero di luoghi abbandonati, tutto rientra in una visione più ampia tesa a realizzare «un’arte pienamente integrata nell’ambiente naturale come possibilità di riconciliazione dell’uomo con sé medesimo e con la vita».

Il suo attivismo e la devozione per i valori culturali e paesaggistici dell’isola, le azioni di palese protesta contro le decisioni prese in nome del presunto sviluppo ne fanno una delle figure prominenti del panorama culturale non solo delle Canarie, assicurando a Lanzarote ampi spazi di sviluppo per un turismo sostenibile contro una prospettiva di cementificazione che altrimenti avrebbe ingoiato tanta parte del territorio, com’è capitato in tanti altri posti del mondo.

Mimetizzazione e adattamento delle forme architettoniche all’ambiente naturale, il ricorso a diverse discipline artistiche in fase di progettazione, un felice connubio di elementi e materiali provenienti tanto dalla tradizione quanto dalla cultura moderna: tutto questo salta immediatamente all’occhio visitando una qualunque delle architetture realizzate da Manrique. Un esempio eclatante: la casa di Tahíche ad Haría, dimora dell’artista, realizzata nel 1969, oggi sede della Fondazione che porta il suo nome. Si tratta del restauro di una vecchia masseria, costruita in un campo di lava generato dalle grandi eruzioni che sconvolsero l’isola tra il 1730 e il 1736. Grandi spazi aperti, illuminazione zenitale, vegetazione generosa e prorompete ovunque, dentro come fuori. Del resto la suddivisione stessa tra esterno ed interno è del tutto opinabile. Più che edificare, Manrique adatta gli spazi naturali già esistenti, ricorrendo a tecniche costruttive tradizionali, con l’aggiunta di decori e soluzioni moderni. Il risultato è una casa che vive il paesaggio e ne diventa parte integrante, contribuendo a renderlo ancora più magnifico.

Le sue creazioni sono la risposta a errori di gestione e pianificazione urbanistica che hanno portato al degrado di gran parte del litorale. Altro esempio, la riconversione di un’ex cava di sabbia e ceneri vulcaniche in giardino. Il paesaggio, distrutto dall’attività produttiva, torna a nuova vita ospitando un grande hortus conclusus che è la sintesi dell’isola stessa. La geologia vulcanica dell’isola qui è celebrata nella sua capacità rigeneratrice: la varietà di piante che ospita è sorprendente così come il rigoglio della vegetazione, che ci parla di adattamento, simbiosi e interazione anche tra animali e uomo.

Del resto Lanzarote è sempre stata un esempio eclatante di adattamento. Persino l’uomo ha dovuto affinare strategie di sopravvivenza del tutto particolari per sopravvivere in questo ambiente ostile, tra il fuoco dei vulcani e la furia dei venti alisei. La popolazione dell’isola ha sviluppato nei secoli una cultura agricola particolare, con coltivazioni di vite e alberi da frutto su sabbia vulcanica (dove vengono scavate una serie di buche coniche, dette geria, al centro delle quali vengono poste le piante protette da muretti a secco), che hanno plasmato il paesaggio in maniera unica, tanto da essere dichiarata Riserva della Biosfera dall’Unesco il 7 ottobre 1993. Purtroppo César Manrique muore appena un anno prima in un incidente stradale, ma la sua eredità rimane intatta.

«Viviamo su questo pianeta un lasso di tempo così breve, che tutti i nostri passi dovrebbero dirigersi alla costruzione dello spazio sognato dell’utopia. Costruiamolo insieme: è l’unico modo di renderlo possibile» così, César Manrique.