Bussole

Inviti a letture per viaggiare

Quando il destino spezza la rotta

«Sto inseguendo un sogno sommerso … Il Golfo di Trieste questa mattina sembra un mare pieno di promesse. L’orizzonte è lontano, una linea azzurra continua, sfumata in un’impercettibile foschia, e la sua calma, lo scopriremo tra poco, nasconde un segreto … Il mare è pieno di storie. Le custodisce gelosamente, le tiene nascoste, celate alla vista e alla memoria. Ma se lo interroghi, il mare risponde…».

Ogni naufragio, come quello della «Clotilda», ha una storia da raccontare. Conosciamo tutti le vicende romanzesche dei relitti dei galeoni spagnoli, sparsi lungo la rotta atlantica e colmi di oro e d’argento provenienti dalle colonie americane. Ma in questo piccolo libro Pietro Spirito mostra efficacemente come relitti e storie di naufragi si possano trovare anche alle porte di casa, nel suo caso nel Golfo di Trieste. Qui durante una spedizione con minime attrezzature tecnologiche scopre sul fondale i resti di un vascello da guerra di epoca napoleonica. Non solo navi. Poco più a sud ci sono voluti sessant’anni per riconoscere lo scheletro di un gigantesco bombardiere americano, costretto a un drammatico ammaraggio durante la Seconda guerra mondiale, e identificare i resti dei giovani membri dell’equipaggio, restituendoli alle loro case e famiglie.I relitti sono autentiche macchine del tempo, capaci di riportarci ad altre epoche, quando il destino spezzò una rotta. E così ogni scoperta ci costringe a fare i conti col passato per dare un senso a esistenze che chiedono di compiere il loro viaggio, di essere ricollocate sulla mappa del mondo. E se ogni relitto nasconde la promessa di un tesoro, il vero tesoro è forse proprio una memoria riconciliata, pronta ad aprirsi a un’esistenza nuova.

Bibliografia
Pietro Spirito, I custodi degli abissi. Piccolo trattato sui naufragi del tempo, Ediciclo, 2019, pp.96, € 9,50.


L’anno del ritorno

Viaggiatori d’Occidente - Dall’Alabama al Ghana, inseguendo le ombre del passato
/ 30.09.2019
di Claudio Visentin

Timothy Meaher, armatore e ricco proprietario terriero di Mobile, Alabama, era sicuro del fatto suo quando propose una scommessa da mille dollari: avrebbe fatto giungere un carico di schiavi dall’Africa, come si faceva una volta. Non era un’impresa da poco: se nell’Alabama del 1860 la schiavitù era ancora permessa, il commercio degli schiavi era però severamente proibito da oltre mezzo secolo, sin dal lontano 1808. Timothy Meaher affidò la sua veloce goletta «Clotilda» al capitano William Foster. Foster fece rotta verso il famoso porto degli schiavi di Ouidah, nel Regno del Dahomey (l’attuale Benin).

In un suo affascinante libro (Il viceré di Ouidah, Adelphi) Bruce Chatwin ha raccontato le imprese di un negriero dell’Ottocento di origine brasiliana, Dom Francisco da Silva, ambientate proprio in quella città. Nel maggio 1860 il capitano Foster lasciò l’Africa occidentale con centodieci tra giovani uomini, donne e bambini. Riuscì astutamente a sfuggire ai controlli della flotta inglese, padrona dell’Atlantico, e a passare sotto il naso degli ufficiali federali, per poi approdare a Mobile. Una ragazza morì durante il viaggio di sei settimane per le dure condizioni di vita a bordo, ma il resto del carico, acquistato per novemila dollari in oro, fu venduto per venti volte tanto in Alabama. Timothy Meaher aveva vinto la sua scommessa.

Dopo aver sbarcato gli schiavi, il capitano Foster incendiò e affondò la «Clotilda» per nascondere le prove dei suoi traffici criminali. Solo di recente, dopo estenuanti ricerche, i resti dell’ultima nave negriera degli Stati Uniti sono stati ritrovati sul fondale di un braccio remoto del fiume che sfocia nella baia.

Nessuno poteva immaginarlo allora, ma quel piccolo gruppo di neri erano gli ultimi di circa quattrocentomila schiavi africani portati nelle piantagioni degli Stati Uniti dai primi anni del Seicento al 1860. Di lì a poco la Guerra di secessione americana (1861-65) liberò tutti gli schiavi. Non per questo tuttavia la loro condizione migliorò di molto sul piano materiale. Gli ex schiavi di Mobile, privi dei mezzi per tornare in Africa, si stabilirono in un nuovo quartiere verso nord, tra i boschi e le paludi, separato dal resto della città e presto conosciuto come Africatown. Qui continuarono per oltre mezzo secolo a praticare riti tribali e a parlare lo Yoruba, una lingua franca dell’Africa occidentale. Negli anni Sessanta del Novecento Africatown raggiunse i dodicimila abitanti con scuole, chiese e negozi; poi un rapido declino.

Nel 1860 in Alabama giunsero gli ultimi 110 schiavi, trasportati illegalmente dall’Africa dal capitano FosterOggi, cinque generazioni dopo l’arrivo degli ultimi schiavi, solo duemila abitanti sono tenacemente attaccati a questa povere case circondate da grandi complessi industriali abbandonati, ma è ancora vivo lo sforzo di conservare la propria identità afroamericana.

Lo scheletro della «Clotilda» è troppo malandato per essere esposto al pubblico, ma si spera in un memoriale della schiavitù per attirare turisti e sostenere questa piccola comunità in lotta contro catastrofi naturali (l’uragano Kathrina), abbandono e povertà.Gli schiavi trasportati dalla «Clotilda» erano stati catturati con spedizioni nel vicino Ghana, prima di essere venduti ai negrieri. E proprio il Ghana ha proclamato il 2019 Anno del ritorno. Quattrocento anni fa salpò da qui la prima nave carica di schiavi diretta verso Jamestown, Virginia.

Ora la «tribù perduta» di quanti furono costretti a lasciare l’Africa senza poter tornare è invitata a ricongiungersi ai propri inizi, a ritrovare le proprie radici, dopo secoli di sfruttamento, miseria e umiliazioni. È un viaggio rivelatore. Ci si può commuovere davanti alla «porta senza ritorno», l’ultimo lembo d’Africa prima della partenza in catene. E magari si può anche scoprire per la prima volta che diversi capi e re africani furono complici dei bianchi e vendettero i loro fratelli. Non c’è poi solo il passato. Sia pure con tutti i suoi problemi (povertà, ambiente, demografia esplosiva ecc.), il Ghana è un Paese in rapidissima crescita economica. La convivenza tra gli oltre settanta gruppi etnici e le diverse religioni è buona, la democrazia stabile: il 70% dei cittadini adulti esercita il diritto di voto (contro il 55% degli Stati Uniti).

Diverse centinaia di neri americani sono già partiti per il loro primo viaggio in Africa, anche superando antiche paure. Infatti questa facilità di viaggiare è una piacevole novità se solo pensiamo che ancora negli anni Sessanta, prima delle lotte per i diritti civili cominciate proprio in Alabama, la Guida verde (Negro Motorist Green Book) segnalava i pochi benzinai, ristoranti e hotel disposti ad accogliere viaggiatori di colore, nel clima infame della separazione razziale. Le «Guide verdi» sono diventate famose dopo che il film Green Book, con Viggo Mortensen e Mahershala Ali, ha vinto l’Oscar 2019.

Oggi la situazione è migliore. «Siamo passati dall’essere letteralmente incatenati, a essere letteralmente in grado di volare, con un bel po’ di turbolenza nel mezzo» sostiene Evita Robinson, fondatrice di Nomadness Travel Tribe, la comunità dei viaggiatori di colore. Ma molto resta ancora da fare prima che il colore della pelle (o le inclinazioni sessuali) diventino finalmente irrilevanti nella società dei viaggiatori.