Paesaggi brulli e magnifici tramonti sono la norma all'interno del parco
Le rocce carsiche che si trovano un po ovunque vengono spesso utilizzate per costruire muretti a secco in mezzo ai campi

L’altra Puglia

Reportage - Tra i boschi del Gargano e le spiagge festaiole del Salento, il territorio s’inerpica sulle colline della Murgia e cambia vestito
/ 07.10.2019
di Marzio Pescia, testo e fotografie

Lo intravediamo all’interno di una grotta semi nascosta sulla parete di un canyon. È un ragazzo sulla trentina, sta spuntando da solo da una caverna inferiore. Ci avviciniamo e siamo convinti di avere a che fare con un eccentrico highlander scozzese in vacanza. Possenti anfibi neri, pantaloni militari, canottiera degli Iron Maiden, capelli lunghi, barbaccia rossa. A tradirlo immediatamente è però il suo accento pugliese. «Tutta questa zona è la mia vera casa», dice Vincenzo. Per 6 o 7 ore al giorno insegna musica nella vicina Altamura, poi appena può prende la sua Fiat Punto e fugge dalla civiltà dirigendosi verso le colline sassose appena dietro la città. 

«Mi piace esplorare la Murgia in completa solitudine. Vengo quassù, cammino per chilometri senza incontrare nessuno e ascolto la natura: il vento, gli odori delle piante, i versi degli animali. Sono momenti preziosi per me».

Seguiamo Vincenzo fuori dalla grotta. Quando avanza si appoggia a un pesante bastone che porta sempre con sé. Per camminare, dice, ma anche per proteggersi da lupi e cinghiali. «Su queste colline ce ne sono un sacco», spiega.

«Intendiamoci, la mia Puglia è anche ben altro, il Salento ad esempio è fantastico: le spiagge, la movida, le discoteche moderne…», continua Vincenzo. «Ma io preferisco questa steppa: è piena di sorprese. Sono migliaia le forme di vita vegetali o animali nascoste tra gli arbusti. E poi, tra le rocce, non è raro trovare le tracce di chi ha vissuto su questo altipiano migliaia di anni fa».

Vincenzo è un’eccezione ed è consapevole di esserlo: in generale sia i suoi conterranei sia gli sciami di viaggiatori che calano ogni anno nelle destinazioni turistiche pugliesi ignorano le bellezze dell’Alta Murgia. In parte perché semplicemente non le conoscono oppure perché, secondo il costume locale, il suo territorio è stato a lungo considerato come una banale ed enorme pietraia.

Ma questo parco nazionale di 68mila ettari situato nell’entroterra delle province di Bari e Barletta-Andria-Trani è davvero speciale. Al suo interno si celano castelli e necropoli antiche, praterie steppiche che durante la stagione calda si travestono da deserti e alcune aree boschive dense e impenetrabili. E poi i campi di grano, gli uliveti, i mandorleti… 

In effetti, questa è una delle due grandi particolarità del parco, buona parte del territorio viene coltivata da secoli, in condizioni spesso estreme. L’antropizzazione di queste terre risale alla storia antica, con uomo e ambiente che si sono reciprocamente adattati in una convivenza tutt’altro che facile.

L’altra grande caratteristica è la pressoché totale assenza d’acqua sull’altipiano. Le rocce calcaree che lo formano sono incapaci di trattenere l’acqua piovana che filtra così nel sottosuolo scavando grotte e gallerie (almeno 1500 quelle recensite nel comprensorio) e depositandosi nella falda freatica. In superficie invece l’aridità è pressoché totale. 

«L’Alta Murgia è come una grande spugna: non ci sono né laghi né fiumi perché il terreno è troppo permeabile e la poca acqua disponibile viene letteralmente divorata dalle rocce», ci dice Giuseppe, una delle guide del parco che incontriamo presso l’Officina del parco, una specie di centro informazioni per i visitatori. 

In generale però, le strutture d’accoglienza sono poche e male organizzate. Ad esempio le numerose masserie abbandonate sparse nel parco sarebbero strutture perfette per creare una specie di albergo diffuso. Eppure restano in disuso, tanto che molte sono ormai diroccate. «Da Ruvo di Puglia, dove ci troviamo, partono diverse ciclopiste per il parco», aggiunge Giuseppe. «Io stesso ho accompagnato gruppi di turisti americani, britannici o francesi su queste piste, facili e percorribili. La più grande difficoltà si situa però a monte: qui a Ruvo non c’è nessuno che affitta biciclette. Culturalmente non siamo ancora pronti per sfruttare tutte le opportunità che il parco può generare».

È anche vero che difficilmente queste colline saranno in grado di dirottare sulle Murge molti turisti, magari strappandoli alle lounge sulle spiagge salentine o alle magnifiche città bianche situate in riva al mare a pochi chilometri da qui. 

È un’area dura, difficile. Concede poco ai visitatori di passaggio, ancor meno a quelli distratti. Gli spazi sono enormi, in auto si percorrono chilometri e chilometri nel nulla. Tutto attorno, il paesaggio è brullo, a tratti lunare. Certo, le attrazioni ci sono ma vanno prima di tutto cercate e trovate.

Forse, però, il bello della Murgia è proprio questo suo essere anacronistica, lontana anni luce dallo Zeitgeist attuale del «tutto e subito». Va studiata e affrontata piano piano, prendendosi tutto il tempo necessario per scoprire un muretto a secco chilometrico tra i campi di grano o esplorando questa o quella masseria abbandonata tra le colline. 

Questa almeno è la certezza di Vincenzo che su questo altipiano ha idealmente edificato la sua dimora nomade. A volte vi si addentra semplicemente per fare fotografie che ricordano l’Arizona o l’Asia centrale d’estate, la «sua» Scozia d’autunno o ancora la steppa siberiana d’inverno. Altre volte passeggia nelle aree più frequentate per raccogliere la (molta) spazzatura che parecchi incivili ancora si ostinano a buttare nel parco. 

«I momenti più emozionanti che ho vissuto nel parco sono stati due. Il primo è stato quando ho visto il mio primo lupo. Mi ha attraversato la strada e ha proseguito il suo cammino, fiero e tranquillo. Mi ha completamente ignorato ma il mio cuore batteva a mille», racconta il giovane esploratore. 

«Il secondo invece quando sono sceso nella grotta di Faraualla, la più profonda della Murgia: il pozzo d’entrata scende fino a 300 metri sotto la superficie. Ho sempre pensato che quel posto fosse l’ombelico del parco e io, che in questa terra cerco anche di ritrovare le mie radici, beh, non potevo farmelo mancare».