Itinerario

Lavertezzo - Revöira - Ca' di Dentro

Partenza: Lavertezzo, 536 msm

Arrivo: Revöira, 970 msm

Dislivello: 434 m

Tempo di percorrenza: ca. 1 ora

Difficoltà: T2

Il ritorno si può effettuare lungo lo stesso percorso, oppure scendendo alla Motta, in territorio di Brione Verzasca, da dove si torna a Lavertezzo sulla strada carrozzabile o lungo il «Sentierone» che segue la sponda destra del fiume

?E un'escursione adatta a tutti che si può fare in ogni momento dell'anno, anche se i periodi migliori sono la primavera, per le fioriture, e l'inizio dell'autunno, quando i colori sono nel loro massimo splendore.

Per ulteriori informazioni, si può scaricare il prospetto dell'itinerario etnografico al seguente indirizzo: http://www.museovalverzasca.ch


L’acqua e la pietra

Alla scoperta dell’ingegnoso impianto idrico di Revöira e Ca’ di Dentro
/ 08.05.2017
di Romano Venziani, testo e immagini

«Sulla via di questo fiume c’è un luogo dove l’acqua più pura folleggia nella conca di granito più puro e i piccoli rododendri stanno incantati a guardare; un luogo che vorrei fosse il mio ultimo ricordo della terra madre quando la lascerò», così annota Anna Gnesa (1) contemplando il paesaggio della Val d’Òsura, una laterale della Verzasca, dove ama trascorrere i momenti di libertà che la sua professione di docente le concede.

Mi par di vederla, la scrittrice di Brione, seduta sulla roccia levigata «da onde e onde», con un libro socchiuso in una mano e l’altra sospesa nell’aria a reggere una Parisienne carrée tra le dita. Le piace quel luogo al contempo dolce e selvaggio, il suo fiume e quel granito che lo scorrere millenario dell’acqua ha scavato e reso liscio come la pelle delicata di un bambino. E mentre se ne sta lì a leggere, scrivere e fumare, la maestra Anna riflette e ricama su quel defluire dell’acqua, che, dopo aver «toccato le vette, scivola tra i sassi», si fa fiume colorandosi di smeraldo, incide profondamente il territorio e poi se ne va, abbandona la valle, dove è stata «per un attimo beatitudine di un’anima umana». (2)

 

L’acqua della Valle Verzasca, con i suoi straordinari colori, è un richiamo che attira genti d’ogni luogo. È una presenza viva, ora frettolosa ora quieta, a volte turbolenta altre silenziosa. Ma sempre abbondante e fresca.

 

E non par vero che ci possano essere posti, lassù sotto quelle vette, in cui l’acqua non c’è o se c’è bisogna andarla a scovare a costo di enormi sacrifici.

 

Come a Revöira e Ca’ di Dentro.

 

Revöira e Ca’ di Dentro sono due maggenghi distesi su un bel terrazzo a poco meno di mille metri di quota sopra Lavertezzo. Oggi il bosco la fa da padrone, ma un tempo lassù c’erano pascoli estesi, ripidi solo quel tanto da ricordarci che siamo in Verzasca e per questo sfruttabili senza pericolo per il pascolo e la raccolta del foraggio per le bestie. Purtroppo, però, sui due maggenghi non c’è acqua o, almeno, non la si vede e la sua assenza si fa sentire soprattutto nei periodi di siccità. Per una singolare particolarità geologica della montagna, il prezioso liquido scende dalle rocce della Föpia, s’insinua sotto la superficie del pendio e scorre silenziosa sul substrato cristallino impermeabile a quattro-cinque metri di profondità. Per sfruttare questi pascoli i contadini hanno però ideato un ingegnoso sistema idrico, che permette di recuperare l’acqua di falda e quella piovana attraverso un articolato sistema di pozzi e di vasche scavate nel granito.

 

In un periodo di forte incremento demografico, com'è stata la seconda metà del 17esimo secolo per la Verzasca, non si poteva rinunciare a sfruttare le potenzialità di un luogo come questo e così i monti vengono colonizzati e resi abitabili. I contadini di Lavertezzo vi salgono con le loro bestie in primavera e in autunno, prima e dopo il carico degli alpi. Revöira e Ca’ di Dentro formano un insediamento agricolo importante, con oltre una cinquantina di cascine e stalle costruite tra il 1650 e il 1800. Un insediamento reso possibile dall'ingegnosità di chi ha saputo leggere e interpretare i segni della natura, trovando l'acqua anche dove apparentemente non c'è.

 

Sono salito per la prima volta a Revöira e Ca’ di Dentro una ventina d’anni fa, accompagnato da Franco Binda, infaticabile interrogatore della nostra terra, che ha studiato e inventariato meticolosamente il sistema idrico descrivendolo in un articolo de «Il nostro Paese» del 1979.

 

Leggerlo e decidere di trarne un servizio televisivo era stato un tutt’uno. E così, eccoci qui in una limpida giornata a scarpinare su un facile sentiero che traspira profumi caldi di erbe e di fiori. Attraversato il nucleo di Sambugaro, frazione di Lavertezzo, il viottolo sale senza fatica tra i castagni, accompagnato dalle voci soffuse del bosco. Alcune cappelle, su cui aleggia impalpabile il ricordo di lontane Ave Marie, parlano di una religiosità popolare e del quotidiano dialogo della nostra gente con il sacro e le sue manifestazioni. La prima, poco oltre le ultime case, se ne sta lì circondata dall’ondeggiare degli alti fusti della digitale, nei cui fiori, un grappolo di campanule di un rosa leopardato, pare tornino la notte a dormire le fate. Gli affreschi raffigurano la Vergine con il bambino benedicente, sovrastata dal volto del Cristo segnato dalle ferite della corona di spine.

 

Improvvisamente, il bosco si apre sui prati che circondano alcune cascine. Siamo al Matro, a pochi minuti ormai da Revöira. Qui troviamo il primo pozzo, una piccola costruzione con il tetto a una falda e una porticina bloccata da un catenaccio. Integrata nel muro perimetrale di una delle cascine, una grande vasca scavata nella pietra racchiude un tremolare d’acqua e di cielo. È posta sul lato gronda della costruzione, dove è ancora conservato il canale di legno che raccoglieva l’acqua piovana. Sono trentacinque le vasche come questa, a Revöira e Ca’ di Dentro, alcune sono semplici, altre doppie. Dalle più piccole, scavate in massi di una dozzina di quintali, a quelle più capienti, fino a 450 litri, ricavate da macigni di tre o quattro tonnellate. La gente le chiama i pir e servivano principalmente ad abbeverare le bestie, presenti in gran numero su questi maggenghi.

 

È sorprendente come riuscivano i contadini dell’epoca, con gli scarsi mezzi a disposizione, prima di tutto a trasportare le grosse pietre e poi a scolpirle e trasformarle in contenitori per l’acqua piovana. Un lavoro, questo, presumibilmente coevo alla costruzione degli edifici, in cui le vasche di solito erano integrate.

 

Tutto l’impianto idrico di Revöira ruota attorno a sei pozzi (uno dei quali inserito nel muro di una cascina) scavati fino a una profondità di quasi 5 metri e la cui capienza varia dai 6 ai 12 mila litri. L’acqua, captata con dei secchi, serviva al consumo delle famiglie o era versata nei pir per abbeverare gli animali.

 

È un sistema apparentemente semplice, che deve comunque aver richiesto sforzi di attuazione non indifferenti. Sforzi, che solo una natura avara e ostile e i drammatici problemi di sopravvivenza imposti dalle condizioni socio-economiche del tempo riescono a spiegare.

 

Lo studio di Franco Binda, che ha il merito di aver contribuito a far conoscere questo geniale impianto di captazione di un elemento vitale, è stato recentemente ripreso e completato nell’ambito di un progetto pilota promosso dalla Fondazione Valle Verzasca, con lo scopo di redigere l’inventario di tutti gli «oggetti» di cultura materiale presenti sul territorio della valle. L’itinerario di Revöira e Ca’ di Dentro è stato quindi inserito dal Museo di Sonogno nella rete di percorsi etnografici, che forniscono ai visitatori le indicazioni storiche e tutti gli elementi utili alla conoscenza di un mondo e di una civiltà di cui rimangono ormai solo i ricordi più solidi. Quelli scolpiti nella pietra. Appunto.

 

 

 

Note

Anna Gnesa (1904-1986) docente e scrittrice nata a Brione Verzasca. Dopo aver insegnato qualche anno alle scuole elementari di Lavertezzo, parte per la Siria, dove lavora come docente nella scuola francese di Damasco. Tornata in patria, dà una svolta alla sua vita, s’iscrive all’Università di Zurigo, dove ottiene, a quarant’anni, la laurea in lettere. In Ticino continua la sua attività di insegnante nella scuola maggiore e si dedica alla scrittura. Tra i suoi libri, Questa valle, Lungo la strada, Acqua sempre viva.

1) Anna Gnesa, Lungo la strada, ed. A. Dadò, 2011, pg. 100. 

 

 

 

2) idem, pg. 95