Itinerario

Partenza: Campo Vallemaggia (1'318 msm)

Arrivo: Pizzo Bombögn (2'331 msm)

Dislivello: 1'013 m

Tempo di percorrenza: circa 3 ore

La salita al Pizzo Bombögn, indicata per la primavera e l'autunno, è consigliata a escursionisti ben allenati, con un buon senso dell'orientamento in montagna.

Il sentiero, segnalato in bianco-rosso, parte dalla zona denominata «Le Rive», poco prima di arrivare alla chiesa di Campo, provenendo da Cevio.
Si sale dapprima attraverso i pascoli, per poi inoltrarsi nel bosco e raggiungere Larécc in un'oretta di cammino (1'560 msm). Lì il sentiero si biforca; quello sulla destra porta a Pian Crosc (da dove si può scollinare e scendere verso Bosco Gurin), quello sulla sinistra, passando dietro due cascine diroccate, sale serpeggiando in un bosco di abeti e larici (dopo un inverno nevoso si può essere ostacolati dagli alberi caduti).
Al punto 1'994 msm si incontra il sentiero proveniente da Corte Nuovo o dall'Alpe Quadrella  (altri possibili itinerari), si prende la destra e dopo poco si riprende a salire seguendo una traccia, all'inizio poco visibile, su un pendio piuttosto ripido e ricoperto di erba scivolosa.
Raggiunta la base della muraglia (2'183 msm) il sentiero continua sulla sinistra, ma è consigliata la spettacolare salita sulla sommità del muro, una sorta di lunga scalinata con una pendenza di 60 gradi, fino alla vetta.

Altri itinerari: 
Cimalmotto - Alpe Quadrella - Piano dei Pii - Piano delle volpi - Pizzo Bombögn (ca. 3 ore e mezza)

Cerentino - Corte Bisàu - Alpe di Pian Crosc - Pizzo Bombögn (circa 4 ore e mezza)

Bosco Gurin - Alp Bobna - Alpe di Pian Crosc - Pizzo Bombögn (ca. 3 ore e mezza; sentiero scarsamente segnalato, con presenza di resti di valanghe anche in tarda primavera)

 

 


La muraglia del Bombögn

Lunga 300 metri, venne eretta nel secondo dopoguerra, impilando per settimane e mesi blocchi di pietra, per proteggere il bosco anti-valanghe dalle capre
/ 10.07.2017
di Romano Venziani, testo e immagini

«Egregio signor Hitler, Lei che è così potente da governare un paese grande come la Germania non potrebbe far tagliare la cima del pizzo Bombögn e abbassarlo quel tanto che basta a farci vedere il sole per tutto l’inverno?»

Se non la forma, pare fosse questa la sostanza della missiva che tale Luigi Janner, di Bosco Gurin, scrive agli inizi degli anni ’30 a colui che da poco è diventato cancelliere del Reich.

Si racconta infatti che il buon Luigi, emigrato in America a fine ‘800, una volta tornato in patria più povero di prima, avesse scritto al Führer chiedendogli di capitozzare il Bombögn, o Burkachrennu come lo chiamano i vecchi Guriner. La montagna, che svetta a sud del villaggio Walser, priva in effetti i suoi abitanti dell’allegra e calda compagnia del sole per metà dell’inverno e lo Janner pensa così di rivolgersi a Hitler, non ancora conosciuto come spietato dittatore, ma ritenuto abbastanza potente da esaudire il suo balordo desiderio.

Non saprei dirvi se la vicenda sia reale o frutto di goliardica invenzione, non avendone trovato una prova tangibile, che confermasse i «si dice» e i «pare che».

Si sa invece com’è andata a finire. L’allora apprendista tiranno, se mai avesse ricevuto la lettera e si fosse preso la briga di leggerla, aveva altri progetti per la testa, purtroppo, e il Bombögn è rimasto lì, tutto d’un pezzo, a far ombra a Bosco Gurin.

Vista dal villaggio, la montagna, al di là di questo curioso episodio, che vede protagonista l’ingenuo Jelmenulti (così i paesani chiamano lo Janner), non parrebbe degna di grande attenzione. Il suo versante nord ci offre l’immagine di una sagoma rocciosa e massiccia, impervia e scura, in due parole poco invitante.

Tutt’altra faccia quella che volge a meridione. Il versante che scende verso la val Rovana rivaluta il Bombögn, ne rivela una cima regolare e un corpo ricoperto di un bosco non troppo fitto di conifere, che stende sulla montagna, stagione dopo stagione, pennellate di colori cangianti.

Da Campo Vallemaggia, alzando lo sguardo verso la vetta l’occhio ben allenato può distinguere, lì dove la vegetazione incontra il grigio della piodata sommitale, un strana linea scura, troppo regolare per essere naturale, che sale fino al luccicare di una croce conficcata nell’azzurro del cielo. E ti viene la voglia di salire a vedere di che cosa si tratta.

È il mese di maggio di una ventina d’anni fa. A queste altitudini l’inverno è tenace, si rifiuta di cedere il campo alla bella stagione e si aggrappa alle vette delle montagne più alte ricoprendole di neve. Il Bombögn sembra ancora un po’ stordito dal letargo invernale, ma il sole ormai inizia a riscaldarne il corpo compatto e non rimangono che poche chiazze di bianco residue a punteggiare, qua e là, l’ocra e il grigio della vegetazione e della roccia.

Faccio un calcolo veloce. Dai 1’318 metri di quota di Campo Vallemaggia, dove parte il sentiero, ai 2’330 della cima, ci sono poco più di mille metri di dislivello. Si potrebbero fare in un paio d'ore, ma, se non c'è l'allenamento, mettiamo pure in conto un'altra oretta buona. La salita, pur non essendo troppo impegnativa, collauda i polpacci usciti piuttosto fiacchi da una stagione poco sportiva. In cambio il paesaggio è suggestivo e, guadagnando quota, lo sguardo abbraccia la vallata intera e una ghirlanda di cime, che si moltiplicano in un sovrapporsi di orizzonti sempre più lontani e indistinti.

La vegetazione si fa più rada e il sentiero, ripido, sale tra le pietre e l’erba secca, scivolosissima, che conserva l’impronta del peso della neve da poco disciolta. Qua e là spuntano i resti di alcuni pali di legno prigionieri di un groviglio di filo spinato, Poi, all’improvviso, alzi lo sguardo e per un attimo rimani con il fiato sospeso. Come partorita da una congerie di sassi ammucchiati alla rinfusa, si erge una sorprendente muraglia, che si allunga fino a confondersi con le rocce della cima del Bombögn.

È una costruzione quasi perfetta, con le pietre squadrate messe lì, una sopra l’altra, a formare una rigorosa geometria, che rivela il paziente lavoro di mani abili ed esperte. La muraglia, larga poco meno di un metro, in certi punti supera i 2.20 metri d’altezza ed è coronata da una copertina di blocchi regolari, a mò di gradini, che sporgono per una buona spanna sul lato che dà verso Cerentino e formano una sorta di scala monumentale protesa verso il cielo.

«Quando è stata costruita?» chiedo a Marco Genazzi (1), guardia di confine in pensione, che conosce queste montagne come le sue tasche e che mi accompagna con il fotografo Ely Riva (2). «Nel 1948, in pochi mesi, tra aprile e dicembre di quell’anno», risponde. Poi, descrivendo con un ampio gesto il vasto anfiteatro di montagne che si allunga verso occidente oltre la cima del Bombögn, mi parla del perché l’hanno eretta, proprio qui su questo lastrone di rocce levigate.

Il paese di Campo Vallemaggia e i suoi monti, in passato, erano costantemente minacciati dalle valanghe, che rovinavano giù dai ripidi e spogli pendii del Sasso Rosso, del Grosshorn e dello stesso Bombögn. Negli anni '30 del Novecento si decide finalmente di intervenire con le opere di premunizione e si dà inizio al rimboschimento di una ventina di ettari di territorio. I lavori sono affidati alla popolazione locale, in tutto una cinquantina di persone, per una buona metà donne, ingaggiate a 50 centesimi l’ora (90 per gli uomini). Vengono piantati quasi 38mila alberelli, larici e pini cembri. Ma vien fatto il conto senza… le capre!

I simpatici ruminanti, all’epoca particolarmente numerosi su quelle montagne, hanno notoriamente una spiccata predilezione per i giovani germogli delle conifere. Con conseguenze disastrose per le piantine appena messe a dimora. Per difenderle dalla loro voracità, vengono adottate due soluzioni. La prima è radicale ed è imposta per decreto federale nel settembre del 1934. Le capre di Campo vanno soppresse e il loro allevamento è vietato su tutto il territorio del paese. La seconda consiste in una lunga recinzione di filo spinato, che sale fino alla cima del Sasso Rosso, delimitando e proteggendo la nuova piantagione.

Negli anni del secondo dopoguerra il rimboschimento viene esteso al fronte orientale e anche il nostro Bombögn si copre di migliaia di nuove piantine. Per difenderle dalle incursioni fameliche delle capre di Cerentino, viene costruita una nuova recinzione che sale, zigzagando, fino alla grande piodata sommitale. Da lì in avanti, i pali e il filo spinato sono sostituiti da un muro, eretto con i sassi tagliati sul posto.

Nasce così la muraglia del Bombögn.

Pare quasi impossibile, che in questo mondo di pietra, qualcuno abbia lavorato per settimane e mesi a squadrare blocchi, a impilarli, a metterli uno accanto all'altro per tirar su questo muro, lungo 300 metri, eretto a baluardo contro… un branco di capre.

Per quanto assurda possa sembrare, la grande muraglia del Bombögn è una di quelle testimonianze silenziose del mondo contadino di allora e un simbolo dei «lunghi e sofferti travagli derivanti dalle minacce della natura, a cui si sono costantemente confrontate le popolazioni della Val Rovana» (3).

Ce ne sono a migliaia, di questi simboli sulle nostre montagne.

Proprio lì, dove l’ultimo lembo della muraglia si affaccia a guardar giù verso Bosco Gurin, una croce allarga le sue braccia come a voler proteggere tutta quell’umanità che vive ai suoi piedi.

La prima croce, di legno, viene eretta sulla cima del Bombögn nel settembre del 1900. Una data che Francesco Lanzi, di Campo, si ricorderà per tutta la vita, perché quella croce se la deve portar su lui, sulla schiena, metro dopo metro, in una sorta di calvario durato tre giorni.

«Il giorno due settembre ultimo scorso - scrive il Lanzi in un suo quaderno di memorie - sul pizzo Buonbogno, venne innalzata una croce lunga 5 metri in omaggio del secolo morente al Cristo Redentore. Una comitiva composta di molti campesi e cimalmottesi accompagnati da don Arcangelo Giumini usciva dalla chiesa di San Bernardo al suono delle campane (alle ore 7 ant.) e si avviava alla volta del Buonbogno cantando le litanie della beata Vergine procedendo con la bandiera alla testa… Nessuno di noi mai fu spettatore d’una simile festa e certamente più nessuno di noi ne vedrà un’altra simile, poiché fra cento anni noi non esisteremo più» (4).

Ci torneranno però, in processione, anche nel settembre del 1954, i parrocchiani di Campo, sul Bombögn, guidati dal prevosto Cavalli di Verscio, che si farà la salita sudando abbondantemente sotto il pesante piviale.

Quel giorno, sulla cima, porteranno anche una pietra «sacra», arrivata in valle nel 1944 con don Baccalà, il prete partigiano, sconfinato con un gruppo di disperati inseguiti dai tedeschi. Su quella pietra, usata come altare, don Cavalli celebrerà la messa per commemorare i cinquant’anni della sostituzione della croce di legno con un’altra realizzata in ferro, per meglio resistere alle intemperie.

Da allora, quel segno tangibile di una fede e di una religiosità impastate di rassegnazione e speranze, è sempre lì a far da tramite fra la terra e il cielo e a ricordare, con la lunga muraglia, storie di valanghe, di uomini e donne d’altri tempi, di fatiche immani e di branchi di capre voraci (5). 

Note

1) Marco Genazzi è scomparso alcuni anni dopo la nostra escursione al Bombögn.
2)  Ely Riva ha descritto la muraglia del Bombögn nell suo libro Montagna bella, edizioni Gaggini e Bizzozero, 1995
3)  Cfr. Elio Genazzi in Bombögn, la croce, il muro, la piantagione, edito da APAV, Cevio 2000, pg. 20
4)  Dal quaderno Memorie di Francesco Lanzi, 26 ottobre 1900
5)  Nel 2000, l’APAV , l’Associazione per la protezione del patrimonio artistico e architettonico di Valmaggia, ha promosso il restauro della croce e della muraglia, realizzato grazie ad una vasta opera di volontariato e al finanziamento di privati, ditte ed enti vari in qualche modo legati al Bombögn.