Bussole

Dalle steppe dell’Asia centrale 
Inviti a letture per viaggiare

«All’epoca delle elementari, grossomodo in terza, mi ero appassionato alla caduta dell’impero romano. O meglio, ero affascinato dal fatto che a un certo punto sulla mappa della storia fossero comparsi popoli forti e fieri che con una galoppata e un menar di spade avevano travolto quello che per me – convinto eurocentrico, almeno da novenne – era ovviamente il più grande impero del mondo. Mi domandavo e dunque domandavo alla severa signorina Speziali: “Maestra, da dove arrivavano tutti quei popoli?”. La risposta era sempre quella: dalle steppe dell’Asia centrale…».

I viaggiatori indipendenti sono sempre alla ricerca di un nuovo Eldorado, anche se questo per definizione è ballerino sul filo dell’orizzonte. Dapprima fu intravisto in America centrale; poi lungo i fiumi e i villaggi del Sud-est asiatico; ora gli spiriti più inquieti lo ricercano nelle distese dell’Asia centrale. 

Tino Mantarro ha viaggiato in Uzbekistan, Tagikistan, Kirghizistan, Kazakistan: quattro Paesi accomunati dal suffisso -stan (viene dal persiano e vuol dire «Paese di») e da comuni memorie sovietiche, ancora vive nonostante siano passati trent’anni, anzi talora soffuse da una certa luce di nostalgia, passata anche nel titolo del libro. Ma sono poi Paesi anche assai diversi tra loro. E se lo sterminato Kazakistan può contare su vaste riserve di petrolio e gas, nel più povero e montuoso Kirghizistan si spera nell’arrivo dei turisti per diventare la Svizzera d’Asia. 

Certo chi ha una concezione classica della bellezza dovrebbe andare altrove. A volte Tino Mantarro quasi si scusa del suo interesse per pianure desolate, città screpolate, stabilimenti industriali abbandonati: basti dire che la prima stesura del libro s’intitolava Tutta la tristezza che mi merito, anche se poi, strada facendo, non mancano personali illuminazioni accanto a momenti stravaganti e divertenti. / CV

Bibliografia
Tino Mantarro, Nostalgistan. Dal Caspio alla Cina, un viaggio in Asia centrale, Ediciclo, 2019, pp. 207, € 15,00–.


La linea d’ombra

Viaggiatori d’Occidente - Instagram sta cambiando il nostro modo di viaggiare confondendo immagini e realtà
/ 04.03.2019
di Claudio Visentin

Nel giugno 2018 Instagram ha raggiunto un miliardo di utenti attivi in tutto il mondo. Era difficile immaginarlo quando fu fondata nel 2010 ed era solo una app per scattare foto con l’iPhone, modificarle con filtri creativi e condividerle facilmente in rete. Nel 2012 Instagram fu acquistata da Facebook per un miliardo di dollari: uno dei migliori affari della storia considerato che nel 2014 valeva già trentacinque miliardi di dollari e cento nel 2018. 

Il nuovo social continua a crescere velocemente soprattutto tra i giovani sotto i trentacinque anni d’età (Millennial): ha quindi tutto il futuro per sé. In pochi anni potrebbe raggiungere i due miliardi di utenti, poco meno di quelli attivi ora su Facebook.

Ogni giorno un miliardo e ottocento milioni di foto vengono caricate in rete, più di trecento milioni proprio su Instagram. In origine la nuova app puntava soprattutto sull’immediatezza nello scattare e condividere foto (Instagram = Instant Camera + Telegram), ma strada facendo ha contribuito a cambiare il significato sociale della fotografia. A differenza del passato non fotografiamo più solo per ricordare eventi memorabili; secondo la psicologa cognitiva Linda Henkel (Fairfield University, Connecticut) potrebbe benissimo essere il contrario. La ricercatrice ha portato i suoi studenti in un museo d’arte e ha chiesto loro di osservare alcuni oggetti e di fotografarne altri. Il giorno seguente un test della memoria ha rivelato che gli oggetti osservati erano ricordati meglio di quelli fotografati. 

Perché allora tante fotografie? Fotografiamo per raccontare in ogni momento la nostra vita: la casa, il cibo, gli animali, il tempo libero, i viaggi ecc. E spesso l’obiettivo della condivisione è attirare l’attenzione dei nostri follower, come se avessimo costantemente bisogno della loro approvazione, di essere rassicurati che viviamo nel modo giusto. Se nessuno ha messo un cuore alla nostra foto, siamo poi sicuri che fosse davvero un momento speciale? Anzi è davvero esistito, quel momento? 

L’anno scorso «The Oxford English Dictionary» ha registrato una nuova parola: Instagrammable. È un luogo o una situazione particolarmente adatta per scattare una foto interessante, spesso un selfie. Per esempio la nuova moda di fotografare il cibo e condividerlo sui Social network ha prodotto una nuova generazione di ristoranti Insta-friendly. Ogni aspetto di questi locali, dall’arredamento all’illuminazione, al modo in cui il cibo viene presentato, è pensato per una migliore resa su Instagram. Un ottimo esempio è il ristorante Pez Playa aperto in agosto a Palma di Maiorca. Sin dall’arrivo degli ospiti il personale incoraggia l’uso di Instagram, suggerendo di ordinare piatti diversi per creare foto più vivaci e disponendo le portate sul tavolo con cura; dessert o cocktail gratuito se i clienti condividono un’immagine con l’hashtag del ristorante. 

Anche gli hotel stanno assecondando questa tendenza. Il resort The Conrad Rangali Island, alle Maldive, mette a disposizione un Instagram Butler, un assistente personale per gestire al meglio il proprio profilo Instagram. Questa nuova figura è sempre più utilizzata nei viaggi di nozze, come nel caso del resort messicano Grand Velas Riviera Nayarit. Invece l’Hotel Ovolo 1888 Darling Harbour a Sydney offre la stanza gratis a chi ha più di 10mila follower.

In viaggio, naturalmente, l’uso di Instagram è ancora maggiore, con conseguenze prevedibili. Fotografiamo soprattutto luoghi facilmente riconoscibili (anche se magari da punti di vista particolari) e questo produce conformismo, rafforzando il turismo di massa. Considerate l’elenco dei dieci luoghi più fotografati su Instagram: comprende tre parchi Disney (Anaheim, Orlando, Tokyo) oltre a Times Square, Central Park e il Ponte di Brooklyn a New York, Las Vegas, la Torre Eiffel e il Louvre a Parigi. 

Tra i millennial, la scelta dei luoghi da visitare è sempre più legata alla possibilità di scattare foto interessanti. Un perfetto esempio è la spiaggia di Chichibuga sull’isola di Shikoku. Nonostante i suoi templi, la vicinanza a grandi città e le bellezze naturali ancora qualche anno fa era a malapena conosciuta. Nel 2016 però un concorso fotografico premiò proprio l’immagine di due bambini riflessi nell’acqua perfettamente immobile di Chichibuga al tramonto. Ora ogni sera i visitatori si affollano a migliaia per catturare identiche immagini del mare infuocato (v. fotografia). 

Per scattare una foto vincente ed essere cool si può anche mettere a rischio la vita, sporgendosi troppo sul baratro o avvicinando animali pericolosi. Dal 2011 al 2017 – secondo il «Journal of Family Medicine and Primary Care» – si contano oltre 250 morti per selficidio, con una rapidissima progressione (3 nel 2011, 93 nel 2017). Nello stesso periodo, per fare un confronto, solo 36 persone sono state uccise dai temutissimi squali.

Per avere successo su Instagram bisogna catturare rapidamente l’attenzione con immagini sempre più sorprendenti, colorate, di facile lettura; e dunque occorre studiare, lavorare sodo, seguire regole. Va ancora peggio se siete un influencer donna. La viaggiatrice di New York Oneika Raymond è andata in crisi con Instagram quando ha scoperto che raccontare una buona storia e mostrare un luogo interessante non basta più. A differenza degli uomini, per le donne essere fotogeniche conta moltissimo: bisogna mettersi in mostra, meglio se di spalle, magari con un abito colorato e un grande cappello. 

E così il racconto del nostro viaggio si è impadronito del viaggio stesso; la nostra ombra cammina senza di noi.