Bussole

Le grandi  abbazie  
Inviti a letture per viaggiare

«Dopo le rovine dei paesi non si videro più uomini e la montagna si fece aspra e solitaria. Da una sella battuta dal vento iniziammo a scendere nella nebbia per un canalone innevato, e fu alla fine di quella discesa che il Sole squarciò il grigio, sfolgorante in un cielo pervinca, svelando sulla destra i monti immacolati della maga Sibilla…». 

 

La statua del patrono d’Europa, San Benedetto, intatta al centro di Norcia distrutta dal terremoto, sembra voler stabilire un dialogo muto con Paolo Rumiz, viaggiatore d’Appennino. Ci ricorda che «alla caduta dell’Impero romano era stato proprio il monachesimo benedettino a salvare l’Europa. Ci diceva che i semi della ricostruzione erano stati piantati nel peggior momento possibile per il nostro mondo, in un Occidente segnato da violenza, immigrazioni di massa, guerre, anarchia, degrado urbano, bancarotta». 

È qui che la visita di Rumiz all’Italia del terremoto ha una svolta inattesa, molla gli ormeggi, prende un nuovo respiro anche geografico e si trasforma in un viaggio nelle grandi abbazie benedettine di tutta Europa, dall’Atlantico fino alle sponde del Danubio. In particolare il capitolo dedicato all’Abbazia di San Gallo getta una luce nuova sulla storia della Svizzera nei suoi legami con l’Europa.

Il centro, spesso autoproclamatosi tale, o frutto di un errore di percezione, lascia spazio alle «periferie» bonificate, coltivate, organizzate con sapienza da generazioni di monaci: una terra lavorata dove è ormai quasi impossibile distinguere fra l’opera della natura e quella dell’uomo. Tappa dopo tappa emerge una ragnatela di fili sottili ma resistenti al tempo e all’insensata violenza degli uomini, allora come oggi, a patto di riscoprire il senso profondo di parole come silenzio, dedizione, spirito di sacrificio, piacere dell’opera compiuta, rispetto della natura, accoglienza. / CV

Bibliografia
Paolo Rumiz, Il filo infinito, Feltrinelli, 2019, pp. 176, € 15.–.


In vacanza col robot

Viaggiatori d’Occidente - L’intelligenza artificiale sta già cambiando il nostro modo di spostarci nel mondo
/ 27.05.2019
di Claudio Visentin

Dopo aver prenotato online, un robot vi accoglie in albergo, parlando un inglese fluente. Vi fate riconoscere attraverso un pannello touch screen e un lettore di documenti. A quel punto un altro robot porta il vostro bagaglio nella stanza. Accanto al letto un dispositivo attivato da comandi vocali regola le luci, accende la TV o magari ordina del cibo, consegnato poi da un altro robot AGV (Automated Guided Vehicles). 

Spesso nel prendere servizio i robot ricevono un nome: per esempio all’Hotel EMC2, a Chicago, si chiamano Cleo e Leo; negli Hotel Jen di Singapore incontrate invece Jena e Jeno (ovviamente). Pepper, prodotto da SoftBank Robotics, ha aspetto umano e dà informazioni al Mandarin Oriental di Las Vegas così come sulle navi di Costa Crociera. Ancora Pepper intrattiene e informa i passeggeri dell’Eurostar alla stazione internazionale di St. Pancras a Londra. La compagnia aerea KLM si serve invece di Care-E per accompagnare i passeggeri al loro gate trasportando pure i bagagli. In Giappone i robot sono utilizzati anche per sorvegliare stazioni e aeroporti, segnalando oggetti e persone sospetti.

Questi primi robot naturalmente sono anche un’attrazione, incuriosiscono e divertono: per esempio, i tre robot del Mineta San Jose International Airport danzano e cantano per attirare l’attenzione dei passeggeri, ai quali proporre poi i loro servizi. Invece nell’Incheon International Airport di Seoul alcuni robot hanno fatto carriera e aiutano i passeggeri alle prese col check-in, mentre altri… lavano il pavimento. 

L’impiego di robot nel turismo desta naturalmente anche qualche perplessità, soprattutto quando non si limitano a sostituire l’uomo in lavori ripetitivi e faticosi, ma estendono il loro campo d’azione a servizi qualificati. Ma soprattutto sono il segno più evidente dell’ingresso dell’Intelligenza artificiale (AI) nel campo del turismo.

Le novità maggiori in questo settore sono conseguenza della raccolta (data mining) e dell’elaborazione dell’enorme quantità di dati prodotti dai nostri viaggi: pedaggi autostradali, carta di credito, soprattutto lo smartphone. Ogni post, ogni commento o like su Facebook, ogni video che guardiamo su YouTube, ogni ricerca su Google, ogni recensione su Tripadvisor lascia una traccia, racconta una preferenza. L’analisi di questi big data permette alle aziende di conoscere sempre meglio il proprio potenziale cliente, aumentando l’efficienza e proponendo prodotti su misura, nuovi servizi e canali innovativi.

Anche il nostro cantone è entrato in questo campo con il progetto triennale DESy (Digital Destination Evolution System), una collaborazione tra Ticino e Distretto dei Laghi, con un investimento complessivo di un milione e mezzo di franchi. Il progetto sarà sviluppato da Ticino Turismo, dall’Istituto di tecnologie digitali per la comunicazione dell’USI, diretto dal professor Lorenzo Cantoni, e dall’Istituto Dalle Molle di studi sull’intelligenza artificiale, con un convinto sostegno economico del Dipartimento delle finanze e dell’economia. Buono il tempismo perché è il tema del giorno: l’Irlanda ha appena investito più di un milione di euro in questo stesso campo. 

C’è naturalmente un problema di privacy. Per ora si lavora su dati già disponibili (per esempio quelli che ciascuno di noi condivide pubblicamente sui social, oppure quelli raccolti attraverso il sito web, le app e le newsletter di Ticino Turismo), naturalmente analizzandoli in forma aggregata e anonima. Al momento i turisti sono molto diffidenti verso tutte le forme di utilizzo dei loro dati, anche quando poi non si impegnano più di tanto nella concreta tutela della privacy

Ma in futuro gli utenti potrebbero autorizzare l’utilizzo di dati personali se si convinceranno che questo porta a offerte migliori. Per esempio il progetto HAT (Hub-of-all-Things) – pensato da università, organizzazioni non governative, istituzioni e aziende – si propone di scambiare i dati personali con servizi per migliorare le nostre vite.

Quale turismo sarà favorito dall’intelligenza artificiale? Nel Sud-est asiatico e in particolare in Thailandia rispondere no a una richiesta è considerato poco educato e lo si evita se appena possibile. Da qui l’uso frequente dell’espressione «Same, same but different» («Lo stesso, ma un po’ diverso»): se chiedete un’aranciata di una certa marca, potreste ricevere sì un’aranciata, ma di una marca diversa. Così potrebbe essere il turismo nutrito dai big data: proposte di esperienze al fondo simili ma con variazioni sul tema. Abbiamo fatto un viaggio in bicicletta in Francia? Ci verrà proposto un itinerario in Germania o in Spagna. Abbiamo percorso a piedi la Via Francigena? Ci verrà proposto il Cammino di Francesco. E magari la realtà virtuale, un altro impiego dell’intelligenza artificiale, ci offrirà un’anteprima del viaggio. 

Sin qui tutto bene. La prospettiva potrebbe essere molto positiva per alcune categorie come i disabili, informati regolarmente di sempre nuove località attrezzate per i loro bisogni. Ma non ci si fermerà qui. L’incrocio dei dati potrebbe mostrare per esempio che dopo i sessant’anni i cicloturisti tendono ad abbandonare la bicicletta in favore dei viaggi in camper. Ed ecco che un po’ misteriosamente, a cinquantanove anni, troverete nella vostra mail la pubblicità di sempre nuovi modelli di camper… 

Di certo il turismo costruito attraverso i big data sarà la soluzione perfetta per i viaggiatori più abitudinari o con poco tempo a disposizione. Per tutti gli altri resta valida l’eterna sfida di ogni viaggio veramente riuscito: trovare il giusto equilibrio tra conferma e scoperta, tra sicurezza e avventura.