Il giro del mondo a colpi di pedale

Intervista - Una vita da reporter, Werner Kropik racconta il vagabondare in sella alla sua bicicletta, ma anche l’esperienza del lockdown
/ 27.07.2020
di Guido Grilli

Ha visto Wuhan e il mercato degli animali dove tutto è cominciato, probabile primo focolaio del virus, «luogo spaventoso, dove i cinesi vendevano e mangiavano di tutto, serpenti, pipistrelli, scarafaggi». Oriente, Asia, Sud America, Africa. Ha girato quasi l’intero mondo, conservandone le immagini, in buona parte salvate per sempre nelle pellicole dei suoi 290 documentari – ampie finestre sul pianeta, Ticino incluso – trasmessi regolarmente sugli schermi della Rsi e di Teleticino. 

Werner Kropik, 78 anni, è uno di quegli uomini semplici e saggi. Luganese di adozione, originario di Vienna, si accompagna all’inseparabile bicicletta, una passione intramontabile, basti dire che nel 1994-1995 ha pedalato per sette mesi e mezzo da Lugano a Hong Kong. 

Ma l’instancabile viaggiatore come ha potuto superare il forzato periodo di confinamento, costretto tra le mura di casa?
In fondo, molto bene. Perché nel mio cervello ho i ricordi di più di cinquant’anni di viaggi. Per fortuna ho salvato tanto – fotografie, pellicole. Le immagini ti aiutano a ricordare le cose vissute. E questo provoca nuovamente delle emozioni, che rappresentano quanto più ci interessa. Noi cerchiamo emozioni per vincere la noia micidiale che ci affligge. Tanti non lo ammettono: per me il problema principale nel mondo Occidentale, dove possediamo mangiare a sufficienza e una certa sicurezza sociale, è la noia. Abbiamo creato un mondo dove basta premere bottoni e tutto si apre, dalla porta del garage al computer. Siamo diventati Homo sapiens che sanno schiacciare solo pulsanti. Per questo, dei miei viaggi non mi interessano le culture simili alle nostre – Stati Uniti o Giappone – ma piuttosto culture arcaiche che rappresentano il nostro passato: se vado in Nepal vivo e annuso la realtà di un piccolo contadino della Verzasca di cent’anni fa. Questo è affascinante, perché ci permette di compiere non solo un viaggio nello spazio geografico, ma anche nel tempo passato. Personalmente sono stato fortunato a essere nato nel momento giusto, dove è stato possibile viaggiare, e nel posto giusto, perché se nasci nella Corea del Nord certamente non hai questa libertà. Siamo dei privilegiati…
Sì, e però dobbiamo rendercene conto, perché altrimenti uno si abitua al benessere, alla libertà e li dà per scontati. E allora trova mille ragioni per essere scontento, perché qualcosa non è mai così come vorrebbe. Questo osservare te stesso, come funzioni, come scivoli dentro nelle frustrazioni, è un compito che ognuno di noi deve svolgere.

Qual è stato l’antidoto all’isolamento? 
Un filosofo indiano che amo leggere e che consiglio, brillante perché non ha mistificato niente e ha chiamato le cose per quello che sono, è Uppaluri Gopala Krishnamurti. Se uno si trova in una situazione di disagio, come è avvenuto per il lockdown, va capito che ci sono dei metodi per non lasciarsi trascinare dentro un vicolo cieco. Il lato creativo delle cose che svolgo – scrivere testi per i miei documentari, spesso in due lingue, italiano e tedesco – mi tiene occupato il cervello. Non aver potuto spostarmi fisicamente in questi mesi non mi ha impedito di spostarmi mentalmente. Ho tirato fuori dei vecchi diari – per tutti i miei viaggi ho sempre tenuto diari – così ho riscoperto cosa ho mangiato a Katmandu, quale bus ho preso. Questo mi aiuta a orientarmi nella memoria. Io consiglio a tutti di usare due metodi per salvare i ricordi: scattare fotografie e scrivere un diario. Ti conferma che ogni attimo è prezioso, perché unico e irripetibile. Magari un gatto non lo farebbe, non gli importa questa memoria perché vive il momento.

Anche il Ticino può rappresentare un valido viaggio? 
Certamente. Io vivo in Ticino dal 1964 e se ho deciso di stabilirmi qui è perché c’è una natura bellissima. Ho setacciato il Cantone con la mappa 1 a 25mila, complessivamente più di 5mila chilometri, perlustrando ogni sentiero percorribile. E ho cominciato da subito anche a documentare il Ticino, ma per conoscerlo a fondo occorre camminare. Personalmente sono molto attratto dagli affreschi nelle cappelle, che in parte hanno già 400 anni e tante non sono purtroppo state restaurate a dovere. Un peccato, perché tutto passa, tutto crolla… il ponte di Genova… o il Tempio di Gerusalemme, per questo io sono quasi del parere di lasciar morire in pace queste opere dell’uomo, restaurarle significa rubare le loro anime.

Qual è il pronostico di Kropik sulla pandemia? 
La pandemia ci ha reso consapevoli che siamo vulnerabili. Ma occorre ricordare che questa realtà in Africa esiste da lungo tempo, si pensi all’ebola e alla malaria. La peste bubbonica, per esempio, esiste ancora nell’Asia centrale. L’uomo, dato che la scimmia è furba, ha sempre imparato ad adattarsi per sopravvivere. Impareremo a destreggiarci con questo virus. Non sono pessimista. Non è la fine. La mia opinione è comunque che al mondo siamo in troppi. Dobbiamo imparare a vivere per andare avanti. In Africa si contano ogni anno 30 milioni di abitanti in più. Il guaio è che la terra coltivabile non aumenta e abbiamo già sfruttato al massimo il pianeta. L’anno scorso sono stato in Indonesia e ho potuto constatare quanto la giungla rimasta in Sumatra venga tagliata per produrre l’olio di palma, con gravi conseguenze per gli orangutan che vengono privati del loro habitat naturale. Anche gli incendi in Siberia, in Australia, in Brasile sono una conseguenza della sovrappopolazione. Quando sono stato in India la prima volta, c’era una popolazione di 380 milioni di abitanti, oggi ne conta oltre 1 miliardo e 300 milioni. Con o senza Homo sapiens il pianeta andrà avanti lo stesso. Sta a noi stabilire come poter creare ancora un ambiente che ci permetta di sopravvivere.

Ma il mondo è ospitale? 
Quando si viaggia occorre per prima cosa ascoltare la gente del luogo. Una volta in Kashmir, dove si troverebbe la tomba di Gesù, volevo entrare nella vecchia città di Srinagar. Qualcuno mi avvertì che era meglio rinunciare, io non lo ritenevo pericoloso e, fatti due passi, ho sentito gli spari di un Kalashnikov dei militari indiani. L’indomani invece era più tranquillo e sono riuscito a compiere la visita. Occorre valutare in ogni momento quanto vuoi rischiare, ma se stai un po’ attento il mondo non è così pericoloso come i giornali ci fanno credere….

Cosa cerca dai viaggi? 
Un modo di vivere arcaico, dove puoi vivere ancora l’artigianato. Esistono mestieri che da noi sono scomparsi. Per esempio, il riparatore di ombrelli. In India o in Pakistan trovi invece chi vende il fumo per scacciare le mosche: passano sui banchi dei mercati per allontanare questo insetto e vengono pagati per questo servizio. È bellissimo passare da questi Paesi in cui le persone vivono come nel nostro passato, il nostro Medioevo. Si impara a capire quanto noi abbiamo perso. Io cerco piuttosto le zone dove non arrivano la strada, l’elettricità, Internet, i telefonini. E ci sono delle zone che si raggiungono solo a piedi, come nel Dolpo, in Nepal: devi camminare anche per tre settimane per vedere certi posti. E questo lo trovo fantastico, è Medioevo completo. Hai magari un asino o un cavallo per il bagaglio e tu scandisci il ritmo dei tempi della Via della seta. Arrivare da qualche contadino la sera, star vicino al fuoco, e mangiare il loro cibo, un po’ di orzo, un po’ di formaggio e un tè. Lo trovo un privilegio. Cerco sempre queste zone più appartate, che esistono ancora. Il mondo si sta globalizzando e fra poco anche queste popolazioni avranno l’iPhone. 

Il prossimo viaggio? 
Non escludo il Gujarat, in India, che avevo programmato per il 27 febbraio, ma al quale ho dovuto rinunciare per il lockdown. Ma voglio anche lasciarmi sorprendere, come è successo lo scorso anno, quando ho compiuto un lungo trekking in Ladakh. Piani fissi non ne ho. Le cose capitano…