Itinerario

Percorso corto

Partenza: Carona (623 mslm)

Carona è raggiungibile con i trasporti pubblici o con la macchina (parcheggio vicino alla piscina e al centro sportivo).

Chiesa della Madonna d’Ongero (630 mslm)

Arrivo: Torello (526 mslm)

Percorso lungo

Partenza: Carona (623 mslm)

Parco San Grato (704 mslm)

Il sentiero, segnalato, parte dal Parco botanico e si addentra nel bosco, in direzione della frazioncina di Baslona (767 mslm) e da lì prosegue per l’Alpe Vicania (659 mslm).
Il percorso, in falsopiano, passa da un punto panoramico, da cui si gode una bella vista sul Ceresio, con Brusino, la punta di Poiana, Serpiano e il Monte San Giorgio.
Sull’Alpe Vicania, immerso nei pascoli, c’è l’omonimo ristorante ricavato dalla ristrutturazione del vecchio fabbricato agricolo in pietra.
Da lì, il sentiero ritorna verso Carona lungo il versante settentrionale dell’Arbostora. Poco prima della chiesa della Madonna d’Ongero, si scende verso il nucleo di Torello.

Dislivello totale in salita: ca 250 m (determinati dal saliscendi del sentiero)

Lunghezza del percorso: ca. 11 km

Tempo di percorrenza: ca. 3 ore

Difficoltà: T2 (percorso adatto anche alle famiglie)


Il fantasma di Torello

Un’escursione nella magia dei boschi del Monte Arbostora
/ 08.06.2020
di Romano Venziani, testo e immagini

«Pare che a uno dei tre ragazzi si fossero sbiancati i capelli dallo spavento» mi aveva detto Roberto con fare convinto, aggiungendo, come a voler comprovare l’affermazione che «era un lontano parente dell’anziano di Carona che mi ha raccontato il fatto».

Forse sarà solo un esercizio di memoria, peraltro salutare a una certa età, ma mi ritrovo spesso a sbobinare ricordi, a recuperare sequenze o finanche semplici fotogrammi di luoghi, persone e storie in cui sono incappato, più o meno volontariamente, nel passato.

Quella narratami una quindicina d’anni fa da Roberto Corbella è una storia tanto intrigante quanto, direbbero i francesi, farfelue, come d’altronde buona parte di quelle contenute nel suo libro: Fantasmi nostri, in cui sono narrate storie bizzarre di apparizioni, presenze spettrali e manifestazioni paranormali, raccolte qua e là nell’area insubrica, Ticino compreso.

Roberto adorava i misteri e li andava a cercare instancabilmente, spulciando archivi, pungolando fonti orali, passando al setaccio ogni angolo del suo territorio. Quel territorio insubrico, che ha amato fino alla fine, tanto da decidere di riposare per sempre nelle acque del lago di Varese, al largo del suo paese, Gavirate, dove ha voluto fossero disperse le sue ceneri. Sì, perché Roberto Corbella, fumettista, illustratore, antropologo, scrittore e studioso della storia e della cultura delle sue terre, se n’è andato inaspettatamente un giorno di novembre del 2013, lasciando dietro di sé una scia di libri, che trattano di storia, tradizioni, leggende popolari, culti celtici e misteri vari.

Capelli ricci e arruffati e barba incolta, giaccone smisurato, Roberto era un omone ben piantato, che spirava concretezza e razionalità. E mi pareva strano che fosse attratto da fenomeni tutt’altro che concreti e razionali. L’arcano, si sa, ha però un fascino sottile e conturbante, che conquista anche le menti meno inclini all’irrazionale, la cui dimensione permea da sempre profondamente tutte le società umane, suscitando l’interesse di antropologi, storici ed etnologi.

«Premetto di aver voluto cocciutamente essere un osservatore neutrale – mi aveva assicurato allora – Mi sono limitato a descrivere, i giudizi li lascio al lettore, alla sua sensibilità, alla sua visione della vita. Le storie che raccolgo sono in buona parte di prima mano, cerco di verificarle attraverso ulteriori testimonianze e posso garantire l’assoluta buonafede dei testimoni».

E così, Roberto, frequentatore assiduo delle terre ticinesi, aveva registrato anche da noi una quarantina di fenomeni strani (tre dei quali descritti nel libro), che sembravano prediligere la Capriasca e il Malcantone, con un paio d’eccezioni in altri angoli del nostro paese. Come la storia narratagli dall’anziano di Carona. Un giorno di novembre di fine Ottocento, tre ragazzini stanno tornando a casa, all’imbrunire, dopo aver raccolto legna nei boschi del monte Arbostora, quel promontorio panoramico che si distende dalla vetta del San Salvatore verso ponente, costringendo il lago Ceresio a contorcersi in un’ampia curva davanti a Morcote.

All’improvviso, i ragazzi vedono drizzarsi di fronte a loro «l’alta figura di un uomo paludato in abiti ecclesiastici e con la mitra vescovile in capo». Una visione tutt’altro che rassicurante, coperta com’è di macchie di sangue, con la testa scheletrica e le orbite vuote. I tre, terrorizzati, fuggono a casa, dove raccontano ai genitori, col poco fiato che gli resta, l’episodio cui sono stati testimoni.

D’allora in poi, l’inquietante apparizione si manifesta altre volte nel corso degli anni, spaventando i contadini e i viandanti, che percorrono i sentieri e attraversano i boschi del versante settentrionale della montagna, in particolare attorno al nucleo di Torello.

Torello, con i suoi prati digradanti, la chiesa e gli antichi edifici, è un’oasi di pace e di silenzio adagiata su un’ampia radura a mezza costa tra il monte Arbostora e Figino. Da Carona ci si arriva in poco più di mezz’ora con una comoda mulattiera, passando dal santuario della Madonna d’Ongero (la Madonna degli Angeli, questo il significato del nome), scrigno d’arte barocca sorto tra il 1624 e il 1640 sul luogo dove una bambina sordomuta aveva miracolosamente acquistato l’udito e la parola dopo aver scoperto sotto un cespuglio d’edera un’immagine della Madonna.

Decido di passare di lì al ritorno e di prenderla larga facendo l’intero giro del promontorio, perciò imbocco il sentiero che parte dal parco di San Grato, per poi passare dall’Alpe di Vicania e tornare dall’altro versante. È una bella giornata d’inizio febbraio, che porta con sé una luce tiepida con vaghi sentori di primavera e un rincorrersi di canti di uccelli. Da Torello, lo sguardo abbraccia un panorama straordinario, che spazia sulla Collina d’Oro, le montagne del Malcantone e lontane cime imbiancate, mentre una gobba propizia della montagna ci risparmia lo spettacolo pietoso del Pian Scairolo.

Un tempo, là sotto, prima che crescesse il bosco si doveva vedere bene anche il lago, che «arrotonda le sue sponde tutt’attorno al Sasso di Caslano e ne lambisce i fianchi, in un abbraccio ininterrotto» così si legge tra le pagine di una «Illustrazione Ticinese» del 1961.

Nessuna meraviglia, dunque, che un vescovo di Como, Guglielmo I Della Torre, di famiglia oriunda di Mendrisio, si facesse costruire qui la sua residenza estiva, ampliando alcuni edifici, tra cui una chiesetta, già presenti sul posto.

Sono i primi anni del 1200, quando prende forma il complesso di Torello, luogo di ritiro e di meditazione, che comprende, oltre alla dimora vescovile, la chiesa di Santa Maria Assunta, uno dei più begli esempi di Romanico in Ticino, consacrata nell’ottobre del 1217, un convento, in cui si insedia una comunità di monaci agostiniani, e l’annessa fattoria.

Guglielmo morirà nel 1226, ma potrà continuare a godere della pace del luogo, essendo sepolto, per suo espresso desiderio, nella navata della chiesa che aveva fatto erigere. I monaci rimangono al Torello fino al 1349, in seguito, il complesso, che possedeva beni a Carabbia, Pazzallo, Pian Scairolo, Bioggio e in Valle di Muggio, passa di mano in mano, finché, nel 1853, messo all’asta, sarà acquistato per 40mila franchi da una famiglia di Milano.

È pomeriggio inoltrato e il sole accende l’alta facciata della chiesa facendo vibrare il rosa della pietra con cui è stata edificata, il porfido del Ceresio, che si estraeva dalle cave del monte Arbostora, rimaste attive per secoli fino alla seconda metà del Novecento.

Sono affascinato da linearità ed essenzialità delle forme, dalle bifore del campanile impreziosite da colonnine bianche, che catturano la luce, dagli affreschi sbiaditi, che attorniano il portale: quel che resta di un San Cristoforo, ritenuto tra i più antichi del Ticino, un vescovo, probabilmente lo stesso Della Torre, e una Vergine col Bambino al centro della lunetta. Avrei dovuto procurarmi le chiavi, non l’ho fatto e devo accontentarmi di ammirarla dall’esterno. Passerò un’altra volta, a fargli visita, al buon Guglielmo. Tanto, ormai, non si muove da lì.

A dire il vero, nel 1670, ne volevano traslare la salma a Como, ma non se ne fece nulla, a causa di un fatto curioso, narrato nelle sue memorie da un altro prelato dell’epoca, padre Ignazio Taddisi. Dopo aver scoperchiato il sepolcro, annota padre Ignazio qualche decennio più tardi, «videro il cadavere tutto intiero ed incorrotto, con logorata solamente la punta del naso, vestito degli abiti pontificali con un calice di legno in mano. Dal sepolcro uscì un odore sì grato ed acuto di balsami che non potevano sopportare e durò per otto giorni nella chiesa».

Aggiunge poi che i due assistenti secolari presenti alla scena toccarono con le dita «gli abiti del Santo Vescovo… e questi due dopo andati a sua casa, che abitavano in Figino, s’infermarono, ed in termine di tre giorni amendue morirono» (Bollettino Storico della Svizzera italiana, 1928-10).

Ora, visto questo precedente, vi chiederete: che c’entri qualcosa Guglielmo della Torre, con l’orrida figura apparsa ai tre ragazzini nei boschi dell’Arbostora? Sembrerebbe di no. Il prelato morì di morte naturale e in pace con se stesso, con Dio e con il mondo, mentre, le apparizioni spettrali riguardano piuttosto «chi moriva di morte violenta o senza avere avuto i sacramenti o i rituali pagani che li sostituivano in antico» scrive Roberto Corbella, il quale identifica nello spettro un altro prelato, che soggiornò all’ombra dei boschi dell’Arbostora all’inizio del Millecento: Landolfo da Carcano, milanese, vescovo di Como, pure lui, ma con un ben diverso e infausto destino.

Imposto al seggio episcopale nel 1097 dall’Imperatore germanico Enrico IV e sostenuto da Milano, Landolfo viene rinnegato dai suoi concittadini, che parteggiano per il suo rivale, Guidone Dei Grimoldi di Cavallasca, canonicamente eletto e gradito al papa. Costretto a fuggire dal sollevamento popolare e braccato dalle milizie di Guidone, il vescovo da Carcano si rifugia dapprima al Torello e poi nel castello di Magliaso, dove viene però catturato, torturato e tradotto nelle carceri comasche.

L’episodio segna l’inizio della cosiddetta «guerra decennale» tra Como e Milano (1118-1128), in cui sono coinvolti anche i paesi affacciati sul lago di Lugano. Una strana guerra, che si combatte solo durante la bella stagione e che s’inscrive in un discorso che va al di là della lotta per le investiture, quello dell’espansionismo comunale e del controllo dei valichi transalpini. La vinceranno i Milanesi.

Quanto a Landolfo, una volta liberato dal carcere dai vincitori, scompare. «Si crede sia stato morto in mezzo a quello scompiglio – scrive Maurizio Monti nella sua monumentale Storia di Como – perché di lui non è più fatta parola».

D’allora, il suo spettro senza pace si aggira ancora nei luoghi del suo esilio, comparendo all’improvviso ai malcapitati viandanti. Ad alcuni, almeno. Io, infatti, non l’ho visto, sarà perché non era l’orario delle visite, pare che il momento più propizio sia l’imbrunire, o perché non ero nello stato d’animo adatto, ma del povero Landolfo o del suo ectoplasma non ho trovato tracce.

Solo un paio di cavalli sonnolenti, un servisol con tisane ed erbe aromatiche «coltivate sul terreno del Torello» e qualche escursionista meravigliato, che si sazia gli occhi e lo spirito della bellezza di questo incantevole luogo senza tempo.

Bibliografia
Roberto Corbella, Fantasmi nostri, nel Varesotto, Verbano, Ossola, Ticino, Macchione editore, Varese, 2003. Illustrazione Ticinese, 03.07.1961, pg.15.
Cfr. Bollettino Storico della Svizzera italiana, 1928-10, pp. 119-120.
Storia di Como scritta da Maurizio Monti, professore nel liceo diocesano della stessa città, Como 1829, vol. I, parte II, pg.388.