Due itinerari

Lumino - Capanna di Brogoldone

Lumino (paese): 268 msmLumino (partenza della funivia Pizzo di Claro): 313 msmMonti di Saurù: 1328 msm (arrivo della funivia)Alpe Domàs: 1666 msmCapanna di b rogoldone: 1910 msm

Dislivello (da Lumino): 1636 mTempo di percorrenze: 4h 30'

Dislivello (dalla stazione di arrivo della funivia): 576 mTempo di percorrenze: 2h (via Alpe di Domàs), 1h 30' (seguendo la scorciatoia ripida)

Difficoltà: T2

Si tratta di un'escursione adatta a tutti. da prendere in considerazione la lunghezza del tragitto se si parte a piedi da Lumino paese; sono oltre 1600 metri di dislivello, che presuppongono il pernottamento in capanna.Utilizzando la funivia Pizzo di Claro (attrezzata anche il per il trasporto delle biciclette) in poco meno di 15 minuti da Lumino si raggiungono i Monti di Saurù, che offrono numerose possibilità di attività all'aperto (mountain bike, nordic walking, parapendio, il sentiero dei pianeti lungo il quale fare un viaggio attraverso il sistema solare).Possibilità di rifocillarsi nell'osteria Saurù.Da Saurù, il vecchio sentiero della transumanza sale ripido verso Brogoldone, passando dall'Alpe di Pissadello.Chi preferisce invece un tracciato leggermente più lungo, ma più dolce e paesaggisticamente più vario, può incamminarsi verso l'Alpe Domàs (proprietà del patriziato di Claro) lungo il sentiero delle sculture (eseguite con la motosega e pannelli illustrati con la fauna e la flora della regione).

Monti di Prepiantò - Cap. di Brogoldone

Monti di Prepiantò (San Vittore): 1'483 msmAlpe Martùm: 1'845 msmCapanna di Brogolgone: 1904 msm

Dislivello da Prepiantò: 421 mTempo di percorrenze: 2h

La strada forestale sale da San Vittore attraversando un bosco ombroso di essenze miste. Dopo il villaggio di Giova (980 msm), la carreggiabile prosegue verso i monti di Bellen, Alva e Prepiantò e l'Alpe di Palazi, il cui accesso è però impedito da una barriera. Nei suoi pressi parte il sentiero per Brogoldone (posteggio a pagamento, 5 franchi al giorno; si incontra il parchimetro poco sopra Giova).È un tracciato ripido ma agevole, che s'inerpica nel bosco di faggi e conifere, dove si possono ammirare i grandi formicai.Arrivati all'Alpe Martùm, la vista abbraccia il Bellinzonese, il piano di Magadino e le montagne della Mesolcina. Da qui il sentiero, con un leggero saliscendi, ci porta ai piedi del Pizzo Molinera e poco dopo all'Alpe di Brogoldone.

www.brogoldone.ch
www.funivia-pizzodiclaro.ch


Il cavaliere errante nel bosco dei formiconi

Storie di confini, alpeggi e colonie di formicai giganti evocate durante un’escursione tra il canton Grigioni e il Ticino
/ 23.10.2017
di Romano Venziani

Nelle notti tempestose, quando tuoni e fulmini squarciano il cielo e sconvolgono la terra, facendo tremare le rocce del pizzo di Claro, del Molinera, del Mottone Rosso di Grav sferzate dalle scariche elettriche e vibranti di una luce spettrale, appare, come proiettata sulle nubi nere, la sagoma smisurata di un cavaliere che galoppa a perdifiato sulle creste, gridando «Mém, Mém alla Val Calanca, affinché io possa riposare in pace».

Così narra la leggenda, ma, fino a pochi anni fa, chi era vissuto sugli alpi della regione giurava di aver assistito di persona, con il sangue raggelato nelle vene, a questa scena da tregenda, che si cercava di esorcizzare bruciando rami secchi di ulivo benedetto sulla soglia delle cascine.

Ma chi è il misterioso cavaliere, quell’anima tormentata partorita dalle profondità di un cielo burrascoso, che sprona il suo bianco destriero cercando la pace eterna su queste montagne?

Salendo dai monti di San Vittore verso l’alpe e la capanna di Brogoldone, in territorio di Lumino, si cammina in una terra di confine. E i confini, si sa, da quando sono apparsi a delimitare lo spazio geografico, a decretare, legittimandola, la proiezione territoriale dell’affermazione «questo è mio e questo è tuo», sono sempre stati oggetto di dispute, polemiche, lotte accanite, spesso sfociate in guerre fratricide, di cui vediamo ogni giorno le disastrose conseguenze.

Sto parlando, naturalmente, dei confini «artificiali», quelli tracciati dalla mano dell’uomo, che nel corso della sua storia ha disegnato fitti reticolati sulla mappa del mondo, circoscrivendo così porzioni di spazio, da quelle ridotte delle proprietà private, su su fino alla delimitazione più ampia degli Stati nazionali

Anche la storia del confine cantonale tra il Ticino e i Grigioni, la cui presenza impalpabile mi accompagna durante quest’escursione, ha avuto i suoi momenti burrascosi.

Fino ai primi scorci del diciannovesimo secolo, funge da confine di Stato tra la Lega Grigia e il contado di Bellinzona, baliaggio dei cantoni di Uri, Svitto e Untervaldo, e riveste una grande importanza politica ed economica. La sua presenza presuppone infatti il pagamento di dazi, il contingentamento delle merci, il controllo del legname spedito verso il lago Maggiore per fluitazione sulla Moesa.

Per secoli, la sua delimitazione è motivo di contrasti e, di volta in volta, la frontiera si sposta tra il riale di Lumino e quello detto allora di Ricanaggio, dopo l’abitato di Monticello, in Mesolcina.

L’accordo sulla sua definitiva determinazione sarà raggiunto solo nel 1776, quando i delegati dei cantoni primitivi e quelli della Lega Grigia, riuniti per quattordici giorni, tracciano quello che rimarrà il confine attuale: una linea più o meno retta che s’inerpica sulla montagna fino al pizzo Martùm, con uno scarto rettangolare attorno al villaggio di Monticello, che rimane ai Grigioni (1).

La delimitazione del confine giurisdizionale, nonostante gli accordi (2), non mette comunque la parola fine ai litigi delle comunità locali, le quali vedono molte delle loro proprietà tagliate in due da questa linea retta, che ostacola i modi tradizionali di fruizione del territorio (3).

Oggi ancora, il confine cantonale penetra, come un ospite indiscreto, in molte case di Lumino e Monticello, i cui proprietari si ritrovano con la cucina nei Grigioni e il salotto in Ticino o viceversa (4).

Il fatto ormai non provoca particolari disagi, ma fino a un passato non troppo lontano, fino a quando cioè le comunità erano ancora strettamente dipendenti da un’economia rurale di sussistenza, le liti incentrate sulla proprietà fondiaria erano all’ordine del giorno.

Pascoli, campi, boschi e alpeggi avevano un’importanza vitale per le popolazioni delle vallate alpine e la definizione dei loro confini ha alimentato una profusione di storie di litigi secolari, di raggiri, di soluzioni impensabili in cui spesso la realtà si confonde con la fantasia. 

E qui torniamo al nostro fantomatico cavaliere, la cui apparizione su queste montagne esaspera l’arcana e ancestrale paura generata dallo scatenarsi degli elementi naturali.

Nel vasto anfiteatro delimitato dalla catena montuosa che va dal Mottone Rosso al Molinera, passando dal pizzo di Claro, alcune costruzioni si confondono con il grigio delle rocce. Qua e là, ai piedi di colate di sassi, la geometria di una manciata di vecchi ruderi affiora dall’ondeggiare delle erbe. Lì davanti, una macchia verde scuro graffiata dal serpeggiare di un ruscello.

È l’alpe di Mém, con i suoi magri pascoli.

Da un punto di vista orografico, Mém si trova in Valle Calanca, ma di fatto è proprietà di San Vittore. La singolarità si deve, stando alla leggenda più che agli atti ufficiali, ad un abile raggiro del testimone chiamato a garantire, sotto giuramento, che l’alpe apparteneva al comune mesolcinese e non a quello di Buseno, come la geografia sembrava attestare.

Dopo secoli di litigi attorno alla proprietà e molte trattative fallite, si decise di affidare il compito di dirimere la diatriba ad un «arbitro» neutrale, la cui «sentenza» sarebbe stata inappellabile. Fu scelto per questo un cavaliere di Locarno, il quale, dopo aver esaminato sul posto le varie circostanze e ascoltato le argomentazioni degli uni e degli altri, avrebbe tratto le sue conclusioni.

La natura dell’uomo, spesso e volentieri, è purtroppo corruttibile. Il giudice locarnese non faceva eccezione e si lasciò allettare dalla «bustarella», che un inviato di San Vittore gli mise subdolamente sotto il naso.

Quando il cavaliere si trovò confrontato con i due contendenti, giurò solennemente che i suoi piedi poggiavano sulla terra di San Vittore e che Mém apparteneva al comune moesano. Il che era pur vero, se non fosse che quella terra se l’era messa preventivamente negli stivali, dopo averla prelevata dal camposanto di San Vittore, la cui comunità si aggiudicò così la proprietà dell’alpe.

La leggenda non precisa se i presenti rimasero o meno sbigottiti dopo che, pronunciata la sentenza, cavallo e cavaliere presero fuoco e furono proiettati in cielo in un turbinio di fiamme e scintille, per poi dissolversi in una nube risucchiata dai venti che spirano spesso su quelle cime.

Da quel giorno, il cavaliere, pentito del suo inganno, non trova pace e galoppa sulle montagne in balìa della furia degli elementi.

Questa la leggenda dell’alpe di Mém, che in realtà pare sia stato più prosaicamente assegnato ai Moesani tramite un accordo sottoscritto dai signori De Sacco con i Calanchini, nel lontano 1344. 

D'altronde, anche il villaggio montano di Giova, che si incontra all’inizio della nostra escursione, ha un passato di terra contesa.

Nel 1890, il Piccolo Consiglio del canton Grigioni decreta la sua appartenenza al comune di San Vittore, come d’altronde suggerisce la geografia. La decisione governativa suscita però non pochi malumori tra gli abitanti, tanto che nove anni dopo, il governo fa marcia indietro presentando un progetto di legge, che il popolo accetta in votazione. E Giova diventa frazione di Buseno.

Il fatto che il villaggio sia stato oggetto di disputa è piuttosto comprensibile. Adagiato su un ampio terrazzo, che il sole non trascura nemmeno in quei due mesi invernali in cui il fondovalle è come paralizzato nel suo freddo guscio d’ombra, Giova è un microcosmo ridente da dove lo sguardo si allarga verso orizzonti lontani. 

Fino all’inizio del Novecento, una sessantina di persone viveva qui stabilmente. Poi, a poco a poco, i più giovani se ne sono andati, scesi al piano a lavorare o emigrati, lasciando quassù solo alcuni anziani. Giova, condividendo il destino di buona parte dei nostri paesi di montagna, si stava spopolando, inesorabilmente.

Allora non esisteva una strada (bisognerà attendere la fine degli anni ’80 per vederne una serpeggiare attraverso boschi e pascoli) e tutto si trasportava a spalla o, nel migliore dei casi, a dorso di mulo; anche la posta, che il buon Lucindo Mazzoni recapitava tre volte la settimana salendo da Buseno lungo un ripido sentiero.

Stranamente, prima del 1988, il paese non aveva una chiesa (5). C’era però la scuola, l’Università di Giova, come la chiamava Diana Mazzoni, una delle cinque allieve di un’ottantina d’anni fa. Nei giorni di festa la grande aula serviva anche al prete, che saliva a piedi a celebrare la messa.

Oggi si possono contare sulle dita di una mano, gli abitanti stabili di Giova, ma il villaggio, grazie a loro e ai molti che tornano nei fine settimana, continua a vivere. 

C’è di che riempire pagine e pagine, a voler raccontare tutte le storie delle dispute confinarie che hanno interessato i versanti di queste montagne. Storie risolte bonariamente, con soluzioni pragmatiche, che solo la saggezza contadina poteva suggerire, storie rancorose, chiuse (almeno apparentemente) solo con l’inganno, storie di termini rubati o spostati nottetempo, storie chiarite da un intervento neutrale; come quella del vecchio alpe di Brogoldone, a lungo conteso tra Claro e Lumino, che alla fine del 1700 sarà definitivamente assegnato a quest’ultimo, grazie a un arbitrato dei signori di Untervaldo.

Ai miei tempi, a scuola insegnavano che alle nostre latitudini la vegetazione arborea si spinge fino ai 1900 metri di quota, per poi arrendersi alle leggi della natura e lasciar spazio dapprima ai pascoli e poi al regno incontrastato delle rocce.

L’alpe di Brogoldone, disteso su una gobba al limite del bosco di conifere, sembra adeguarsi a questa logica, anche se qua e là assembramenti di abeti e larici iniziano a spingersi più su, a scardinare i vecchi principi della «geografia botanica», a guardare oltre la soglia dei «Duemila», a strizzare l’occhio alla cima del Molinera ormai sempre più vicina.

Anche sul versante opposto della valle del Riale Grande, il bosco guadagna terreno, colonizza antichi pascoli e si aggrappa decisamente alle rocce del Pizzo Martùm, dove gli alberi, che dimostrano a occhio e croce dieci o quindici anni di età, fanno il solletico alla cresta. 

Salire all’alpe di Brogoldone e alla sua capanna è diventato per me una sorta di rito annuale, che inaugura la stagione delle passeggiate estive. Mi piace però tornarci, di tanto in tanto, anche ad autunno inoltrato, quando l’erba dei pascoli si tinge di un’ocra tenue e il verde delle conifere perde la sua compattezza, dissociandosi dai gialli delicati dei larici, che cominciano a seminare brancate di aghi subito dispersi da refoli già profumati di neve. 

Ho preso l’abitudine di raggiungere Brogoldone passando dai monti di San Vittore, partendo da Prepiantò, dove arriva la strada carrozzabile.

È un sentiero ripido, di quelli che ti fanno battere il cuore in gola se parti con troppa fretta, ma che ti lasciano infine la soddisfazione di macinare in poco tempo parecchie curve di dislivello, appena preso il ritmo giusto. 

E lì c’è il bosco dei formicai. 

Sono decine: addossati a vecchi tronchi, incuneati tra le pietre, nascosti dietro intrichi di rami. Alcuni non arrivano al mezzo metro, altri sono straordinariamente alti, come «termitai alpini» ricoperti di aghi di pino. E il sottobosco, intiepidito dai primi raggi di sole, è tutto un fremere di vita.

Mi ero sempre chiesto il perché di tanti formicai. Fino a quando non ho conosciuto il biologo Christian Bernasconi (6).

Per lui, le formiche non hanno più segreti, o quasi. Lo hanno attratto fin da piccolo e così è diventato mirmecologo, in parole povere uno studioso delle formiche, questi esserini, a volte un po’ importuni, il cui mondo rimane estremamente affascinante e misterioso. 

«Sono i nidi della Formica paralugubris - mi ha spiegato un giorno Christian - una delle sette specie del gruppo delle formiche dei boschi. La loro caratteristica principale è la creazione di colonie composte da diversi formicai collegati tra loro. Le formiche possono così spostarsi liberamente da un nido all’altro, occupando una porzione di territorio molto più importante rispetto alle formiche che vivono in solo nido».

Nel canton Vaud, vengo a sapere, esiste una supercolonia di formiche dei boschi conosciuta nel mondo intero, con 1200 formicai collegati tra loro, che coprono 70 ettari di terreno.

Christian mi rivela anche perché i formicai di Prepiantò hanno dimensioni imponenti.

«Dipende dalla quantità di luce che ricevono e dalla natura del suolo. Più il bosco è scuro, più i formicai saranno alti. Se la roccia è nascosta solo da uno strato sottile di terriccio, come nelle Alpi, le formiche non possono scavare in profondità e tenderanno a costruire in altezza». 

In un’altra occasione, grazie all’amico mirmecologo, scopro che le formiche dei boschi possiedono una straordinaria capacità: quella di regolare attivamente la temperatura del nido aprendo o chiudendo aperture sui vari lati, a dipendenza del sole. Nella zona centrale la temperatura rimane perciò stabile, sui 24-25 gradi, anche quando all’esterno non si superano i dieci. «Il nido - mi spiega ancora Christian - diventa un’enorme incubatrice e lo sviluppo delle uova è costante per tutta la stagione di attività (da maggio a ottobre). Ciò significa che, rispetto alle altre formiche, la cui temperatura del nido varia in funzione dell’esterno, le formiche dei boschi possono allevare molti più piccoli». 

Ora attraverso il bosco dei formicai con un’altra consapevolezza. So di trovarmi di fronte ad un mondo stupefacente, fatto di un brulicare di esseri minuscoli, la cui vita sociale è estremamente complessa e organizzata.

A volte mi soffermo a sfiorare la superficie dei grandi nidi con una pagliuzza, ammirando in controluce gli schizzi di acido formico che i suoi inquilini sprizzano a notevole altezza. Oppure mi azzardo a posarci sopra una mano (lo faccio raramente per non inquietare i padroni di casa), che ritiro intrisa di un odore che stuzzica il naso. Annusandola si liberano le vie respiratorie, mi aveva spiegato un altro grande conoscitore dei segreti della natura, Peter Roth, anziano guardiano del Parco Nazionale Svizzero, che percorre i sentieri engadinesi con in bocca la sua immancabile pipa, lasciando dietro di sé nuvole di fumo profumato. 

Arrivato all’Alpe Martùm, i formicai si fanno più rari, mentre il sentiero, oltrepassato il confine tra il canton Grigioni e il Ticino, prosegue tagliando orizzontalmente la base del Pizzo Molinera per poi raggiungere la capanna dell’alpe di Brogoldone, un terrazzo naturale affacciato sul Bellinzonese, la Riviera e la bassa Mesolcina.

Da lassù si assiste affascinati all’incontro delle antiche valli glaciali, abbracciate da una processione di cime via via più lontane e indistinte. Il tramonto è il momento migliore per cogliere l’essenza della loro bellezza. È l’attimo in cui il cielo e la terra si uniscono in un caleidoscopico gioco di colori, che si sovrappongono, si fondono, si dissolvono gli uni negli altri. Nella tavolozza dell’orizzonte, i rosa diventano porpora, si animano di chiazze dorate, si fanno poi via via più freddi, per perdersi infine nel blu-violetto della luce, che lascia pennellate colorate nel cielo lattiginoso. Solo allora, il sole raccoglie gli ultimi raggi e se li porta via per lasciar spazio alla notte.

Note
1) Nel 1801, ci sarà comunque un tentativo, infruttuoso, di cancellare il confine (e di conseguenza le difficoltà di commercio) grazie all’aggregazione del Moesano al nascente canton Ticino. 

2) «Il tutto è fatto con intelligenza affinché alli beni comunali, a quelli particolari, alli pascoli e possessi e taglie, niente gli venga dato in più o levato a veruno. Quelli di Lumino abbiano a permettere a quelli dei Grigioni, quando questi avessero mancanza d’acqua, di lasciar abbeverare il bestiame loro al riale di Lumino senza recar danno alli fondi o altro».

Cfr. Marco de Gottardi, Cenni storici su Lumino Castione e Monticello, Bernasconi & Co., Agno, 1980, pg.391

3) «Ne troviamo un’eco significativa in una protesta che il Consiglio generale della Mesolcina presentò alle autorità cantonali il 15 giugno 1803. Il Consiglio denunciava l’atteggiamento degli abitanti di Lumino che non rispettavano i diritti di pascolo, di transito, di accesso all’acqua nella zona di Monticello…». 

«Osservate il colle di Monticello la di cui giurisdizione ed abitanti fanno parte integrale del Cantone dei Grigioni, ritrovarsi rinserrato in un angolo ..., cosicché con siffatta divisione territoriale non ha nemmeno l’acqua libera. Che diremo poi di quei poveri abitanti che son continuamente vessati da una banda di malviventi, che vieppiù s’accrescono causa la mal dissegnata divisione territoriale, dacché esciti dalle case ritrovasi ovunque sull’estero dominio? Lasciamo il pensiero a voi di quei poveri abitanti che devono sortir quotidianamente dalla loro giurisdizione per aver l’acqua, non che per andar sui suoi monti?».
Marco Marcacci, Il confine tra Mesolcina e Ticino a Monticello, ne Il Moesano, 11 settembre 2011

4) Per determinare il domicilio nell’uno o nell’altro comune/cantone, fa stato dove si dorme.

5) Negli anni 1986-88 sarà costruito l’oratorio della Madonna di Fatima, un edificio postmoderno, a forma di tronco di cono dipinto di bianco, progettato dagli architetti Campi e Pessina.

6) Christian Bernasconi, biologo e studioso di formiche, è il direttore del Centro Pro Natura di Acquacalda. Qualche anno fa, in collaborazione con l’Università e il museo cantonale di zoologia di Losanna, ha scoperto nel Parco Nazionale Svizzero una nuova specie di formica, battezzata Formica helvetica.