Itinerario

Partenza: passo del San Gottardo, 2'094 msm.

Arrivo: passo del San Gottardo (oppure, se si vuol far capo ai mezzi pubblici per tornare al passo, si scende da Fieudo al Belvedere, 1'931 msm, dove c'è una fermata dell'autopostale).

Dislivello in salita: 441 m (punto culminante, passo del Lucendro, 2'532 msm), 50 m dal Forte Fieudo al Passo del San Gottardo (totale 491 m).

Lunghezza: 12.7 km (10 km se si scende al Belvedere).

Difficoltà: T2.

Escursione piuttosto lunga, necessita quindi di un buon allenamento. È ben segnalata e non presenta difficoltà particolari per chi è abituato alle escursioni in zona alpina. Si può compiere durante i mesi estivi, a dipendenza della scomparsa della neve.

 

 


I fortini del Lucendro

Escursione sul massiccio del San Gottardo sulle tracce delle fortificazioni militari erette un secolo fa, in minima parte salvaguardate come testimonianza per il futuro
/ 16.01.2017
di Romano Venziani, testo e immagini

Sono geneticamente parco nel manifestare le emozioni. Questo non vuol dire che io sia indifferente di fronte a tutto ciò che di bello (e di brutto) mi riserva la vita. Anzi. Spesso anche le piccole cose possono commuovermi o entusiasmarmi, ma non lo do mai a vedere, o quasi. Vivo le emozioni nel mio intimo e, tutt’al più, le condivido a dosi omeopatiche con chi mi è più vicino.

 

Di solito è la natura con le sue molteplici manifestazioni a toccarmi nel profondo. Poco tempo fa, ad esempio, tornando in volo dall’estremo nord del pianeta mi sono appisolato, per non dire addormentato profondamente, e al risveglio vedo sotto di me un mare di nuvole compatte, che sembra gonfiarsi quasi fosse animato dal respiro di un corpo gigantesco assopito sotto la sua superficie. Qua e là, quell’immenso biancore è bucato dalle cime delle montagne, che spuntano come tanti nùnataksi (1) liberati dalla morsa di un immane ghiacciaio. La visione mi regala una straordinaria emozione e un indescrivibile senso di leggerezza e di pace, ma al contempo mi lascia perplesso. Manca più di un’ora all’atterraggio a Milano e, stando ai miei calcoli, dovremmo sorvolare la pianura germanica e non le montagne.

 

«Comunque devono essere le Alpi - penso - perché non ci sono altre catene montuose sulla rotta». Eppure, contrariamente al mio solito, non riesco ad orientarmi, a riconoscere quelle vette sospese come isole nel pulsare dell'oceano di luce.

 

Poi, lentamente (il volo, verrò a sapere, ha un sorprendente anticipo di oltre mezz’ora), la marea di bianco si ritira, lasciando intravvedere quello che nascondeva nelle sue profondità. Altre cime, meno elevate, creste frastagliate, vasti altipiani e poi valli e fiumi e boschi e strade…

 

Una, laggiù, è inconfondibile. Striscia come un serpente su per il fianco di una montagna punteggiata in alto dall’azzurro luccicante di alcuni laghi. «È la Tremola!» Mi dico, contento e rassicurato dal mio ritrovato senso dell’orientamento, che ormai riconosce con emozione ogni spicchio del nostro territorio, che mi si spiega sotto gli occhi, per usare le parole di Piero Bianconi, «come una gran foglia bitorzoluta, tutta nervature strambe e solchi e asperità» (2).

 

Riconosco Airolo, la Val Canaria, le baite degli alpi di Sorescia e Pontino, il blu del lago Sella tagliato di netto dalla diga, poi, dall’altra parte, i pascoli dell’alpe di Fieud, del Rosso di Dentro e del Rosso di Fuori, sovrastati dalla Fibbia e dal Pizzo Lucendro, e la «nuova» strada del Passo del San Gottardo, con le sue curve sospese nel vuoto.

 

Quante storie racconta il massiccio del San Gottardo, simbolo della coesione, dell’identità nazionale, dell’alleanza confederale e dei suoi valori. Al contempo luogo di cesura e d’incontro, confine tra lingue e culture, spartiacque dei grandi fiumi europei, luogo di passaggio, la cui «Via delle genti» ha avvicinato il nord al sud del continente, trasportando merci, persone e idee.

 

Una «Via delle genti» che però ha fatto gola a molti, in passato. Per cui andava difesa.

 

La necessità di fortificare il massiccio del San Gottardo si manifesta dopo il 1882 e l’apertura della galleria ferroviaria, che inaugura finalmente una via veloce tra il sud e il nord dell’Europa. Veloce e vulnerabile. Sono gli anni della firma della Triplice Alleanza, tra Germania, Impero austro-ungarico e Italia, che guardano ora con spiccato interesse alla possibilità di trasportare facilmente un intero esercito da un lato all’altro delle Alpi.

 

La Svizzera si sente minacciata e inizia l’opera di fortificazione, che proseguirà per tutto il secolo seguente, fino a quando la nuova geografia politica e la sfrenata evoluzione della tecnologia bellica non renderanno obsoleto il nostro chiuderci a riccio. E oggi ci ritroviamo con una montagna bucata come una forma di Groviera e disseminata di forti, ripari e trincee più o meno evidenti, che ritrovi a ogni passo, facendo di una passeggiata nella natura un viaggio nella nostra storia.

 

La scorsa estate ho rifatto il giro del passo del Lucendro. È un’escursione piuttosto lunga, se effettuata ad anello, ma priva di difficoltà e particolarmente suggestiva.

 

Una strada sterrata si stacca dalla cantonale del passo e sale verso la diga del Lucendro, che raccoglie le acque della Reuss formando una distesa di un blu intenso, appena increspato di piccole onde brillanti. Il rumore del traffico e dei turisti, che oggi affollano il passo del San Gottardo, si fa più sommesso e lontano, mentre nell’aria incominciano a vibrare i suoni dei campanacci di animali al pascolo. All’estremità del lago, l’alpe di Lucendro e alcune baracche militari ora ristrutturate e occupate da giovani, forse una scuola montana. Qui finisce la strada sterrata e inizia una vecchia mulattiera, lastricata con spessi blocchi di granito. Si vede che è stata costruita per durare nel tempo e infatti per lunghi tratti è ancora quasi intatta, mentre altrove l’acqua ha scavato qua e là profondi solchi tra le pietre ormai sconnesse. Destinata al trasporto di approvvigionamenti, armi e munizioni per i militi che presidiavano il passo del Lucendro, la mulattiera serpeggia sulla montagna da oltre un secolo.

 

Mi ricordo che, da piccolo, ero affascinato da una moneta che girava per casa, un due franchi d’inizio Novecento, che mio padre raccontava di aver trovato un giorno sul San Gottardo. «L’avrà perduda un quai soldaat da la guèra del quatòrdes» mi diceva mimando la marcia cadenzata del povero «soldaat» privato della moneta. Non so dove sia finito quel due franchi, ma il ricordo riaffiora, mentre salgo verso il passo, e mi stuzzica l’immaginazione. Penso che il «soldaat da la guèra del quatòrdes», probabilmente un fuciliere, deve esserci rimasto molto male per la perdita di quel piccolo «capitale». Nel 1914, due franchi sono più del doppio del soldo giornaliero di un soldato mobilitato. Ci puoi comprare oltre quattro chili di zucchero, altrettanti litri di vino da pasto, sei chili di pane, quindici di patate, otto etti e mezzo di carne di manzo (3). Poi, con il protrarsi della guerra e le difficoltà di approvvigionamento, anche i prezzi dei generi alimentari hanno un’impennata e nel 1918 saranno raddoppiati e, in molti casi, triplicati rispetto a quattro anni prima.

 

La mulattiera, sorretta da muri a secco, ora sale zigzagando su un ripido pendio roccioso. Mi guardo attorno e penso a quanto sia cambiato il paesaggio che mi circonda, se paragonato a quello che deve aver visto il nostro fuciliere. Oggi il pizzo Lucendro e le altre cime, tutte vicine ai 3000 metri, rivelano solo qualche chiazza isolata di ghiaccio o di neve. Cento anni fa, il ghiacciaio scendeva invece fin quasi a lambire il fondovalle e la Reuss, che l’estate spumeggiava per il grande apporto d’acqua di fusione (4).

 

Il 10 di agosto del 1850, Luigi Lavizzari, geologo e naturalista, durante le sue escursioni scientifiche, arriva fin quassù e così descrive la regione: «Maestoso è l’aspetto delle rupi… e del ghiacciaio che sta di fronte e alimenta il lago… Le nevi, che ogni anno vi cadono, divengono strati di ghiacciaio… Contammo, sull’orlo scosceso… più di trenta strati color azzurrino; ma ciò non toglie che sottoposti siano altri più numerosi…L’altezza complessiva degli strati sull’orlo del ghiacciaio ci parve di una trentina di metri… Scorsa intanto la sponda del laghetto, poco sopra allo stesso passammo sovra un ponte di neve dalla natura preparato, sotto del quale scorrevano con veemenza le acque che scendono dal ghiacciaio. Si andò quindi percorrendo il fondo della piccola valle… tutta coperta di alte nevi, sotto le quali, quasi gigantesche volte, scorrono grossi ruscelli» (5).

 

È il 9 di agosto del 2016 e sto seguendo le tracce del Lavizzari, esattamente centosessantasei anni dopo, ma in un ambiente totalmente diverso. Il ghiacciaio non esiste quasi più e della neve rimangono solo pochi rimasugli a brizzolare il pizzo Lucendro. Quando il naturalista di Mendrisio passa di qui, siamo alla fine della cosiddetta «Piccola era glaciale», iniziata attorno alla metà del 1500, che aveva generato un notevole abbassamento delle temperature nell’emisfero settentrionale. Tre secoli dopo, la tendenza si è ribaltata e oggi ne vediamo le conseguenze.

 

Ciononostante sto camminando in un ambiente estremamente bello, dipinto con le mille sfumature di grigio del granito e il verde tenero dei prati, spruzzato dei gialli-rosa-blu dei fiori e animato da voli di api e di farfalle. La mulattiera è diventata sentiero, forse quassù non c’è mai stata, oppure, ipotesi più plausibile, il tempo l’ha frammentata disperdendola nella marea confusa di sassi, che riempiono la conca proprio sotto la giogaia del passo. Seguo un gorgogliare di acque e trovo un laghetto, da cui si libera, scivolando tra le pietre, la Reuss, che inizia il suo viaggio verso nord. Lì accanto, una piramide di granito ricorda che questa è la «Quelle Gotthard-Reuss» e che, da qui, passa il «Vier-Quellen-Weg», il sentiero delle quattro sorgenti, un itinerario alpino di 85 chilometri, suddivisi in cinque tappe, che ti porta alla scoperta dei luoghi dove nascono il Reno, la Reuss, il Rodano e il Ticino.

 

Un poco più su, ritrovo la mulattiera, che punta diritta verso un paio di casette militari nascoste al di qua del passo del Lucendro. Sulla roccia, una frase in un anacronistico latino, ne attribuisce la costruzione nel 1915 a un battaglione di militi basilesi. Ecco da dove viene il nostro «soldaat da la guèra del quatòrdes». Chissà per quanto tempo è rimasto qui e come ha vissuto tutti quei giorni nelle casupole di sasso con il tetto di scandole (ora ricoperte con lamiere).

 

«In alta montagna non si costruivano fortini, perché il terreno dal punto di vista militare offriva già una sufficiente protezione. Bisognava però mettere a disposizione dei soldati gli alloggi dove dormire e mangiare. Così una ventina di metri sotto il costone sono state costruite queste baracche, che permettevano alla truppa di difendere il passo e allo stesso tempo di avere un rifugio, soprattutto in inverno». Così mi aveva raccontato Maurice Lovisa, architetto ed esperto di costruzioni militari, con cui ero stato per la prima volta sul passo del Lucendro.

 

Nel 1992, il Dipartimento militare federale l’aveva incaricato di allestire un inventario delle ventimila opere fortificate rimaste inutilizzate dalla fine della guerra fredda. Berna si era posta il problema di che cosa farne, perché era impossibile preservarle tutte. «Si è fatta perciò una prima valutazione militare - aveva continuato Maurice - per determinare quali opere mantenere in funzione. Poi c’è stata una valutazione culturale e storica. Una piccolissima percentuale di queste fortificazioni sarà così salvaguardata come testimonianza per il futuro. Praticamente sono i castelli del ventesimo secolo».

 

L’inventario era iniziato in Ticino e ogni opera era stata fotografata, descritta e localizzata. Un gruppo di lavoro aveva poi dovuto decidere quali erano quelle da preservare.

 

«Non si tratta unicamente di salvaguardare un paio di fortini­ - mi aveva spiegato ancora Maurice - bisogna contemplare tutta l’infrastruttura, la mulattiera e gli accantonamenti destinati alla truppa, che costituiscono un unicum, definito “posizione di sbarramento”. Per il Ticino abbiamo valutato 12 sbarramenti di valore nazionale» (6).

 

Dal passo del Lucendro, a 2532 metri di quota, l’orizzonte si distende e abbraccia una moltitudine di vette. Si vedono l’Adula, laggiù ad oriente, il gruppo del Campo Tencia, verso sud-est, preceduto del pizzo di Campolungo e dalla serie di altre cime, che fanno da spartiacque tra l’alta Valle Leventina e la Val Sambuco, di fronte il Poncione di Vespero e gli alpi distribuiti lungo la «Strada alta della Val Bedretto».

 

Il sentiero, scendendo verso Fieudo, taglia trasversalmente tutto il versante meridionale della montagna, ai piedi della cima della Fibbia. Il costone che guarda verso la val Bedretto è un susseguirsi di postazioni difensive.

 

Quassù è la natura stessa a offrire una valida protezione e le opere di difesa, costruite tra Otto e Novecento e durante la prima Guerra mondiale, non sono altro che semplici muri e trincee, concepiti per fare un tutt’uno con il paesaggio. A volte non si distinguono nemmeno, confusi come sono con questo mondo di pietra. In altri casi, la natura (e l’uomo) li ha conservati abbastanza da renderne leggibile la struttura e la funzione. In una di queste fortificazioni campali, in muratura a secco, che incontro lungo il sentiero, si vedono le nicchie per le munizioni e lo scalino su cui i soldati salivano per sparare (cosa che non hanno mai dovuto fare, se non per esercitazione). «Era parzialmente coperta - mi aveva spiegato Maurice - e, probabilmente, dotata di una mitragliatrice o di un cannone, che tenevano sotto controllo la valle Bedretto e il passo San Giacomo, da dove sarebbe dovuto arrivare il nemico».

 

Ormai sono quasi alla fine dell’escursione. Il paesaggio si fa più dolce e i pascoli prevalgono sulle rocce. Il sentiero incontra i Laghi Scuri e poi, più sotto, il Lago di Fieud, ormai ridotto a un occhio pesto e disseccato della montagna. Qui, sul costone che guarda, da un lato, verso la Tremola e, dall’altro, verso la Val Bedretto, è stata edificata tra il 1902 e il 1907 la cosiddetta Opera No 3, o Forte di Fieudo, una costruzione in blocchi squadrati di granito acquattata nel verde. Notevole anche dal punto di vista architettonico, l’opera appartiene al periodo di transizione tra il granito e il cemento armato, che diventerà, dopo la seconda Guerra mondiale, il materiale più adatto alla costruzione delle fortificazioni.

 

«Napoleone diceva che una fortezza vale solo a seconda della truppa che la occupa» aveva risposto Maurice Lovisa, quando gli avevo chiesto se tutte queste opere di sbarramento fossero veramente servite a qualcosa, e aveva aggiunto: «Queste fortificazioni non hanno mai dato prova della loro efficacia, ma mostravano la forte volontà della Svizzera di difendersi, per cui, in un certo senso, hanno compiuto il loro dovere, facendo opera di dissuasione nei confronti del nemico».

 

Al di là della loro funzione e della loro effettiva utilità, non si può dimenticare che ognuno di questi forti, di queste costruzioni sperdute sulla montagna, dietro la fredda immobilità della pietra, nascondono ricordi, storie, vicende umane. Migliaia di soldati, infatti, vi hanno trascorso nell’incertezza giorni e mesi, lontani da casa.

 

Ed è soprattutto per questo loro contenuto di umanità, che una parte almeno di queste opere fortificate merita di essere salvaguardata e valorizzata.

 

Note al testo
1) Nùnatak , termine inerente alla geologia e alla glaciologia, è la cima di una montagna, priva di neve o di ghiaccio, che emerge dall’uniformità di un ghiacciaio o delle calotte glaciali, quella antartica o quella groenlandese.

2) Piero Bianconi, Croci e rascane, in Antologia di scritti, a cura di Sabina Geiger-Foglia e Renato Martinoni, ed.Dadò, Locarno, 2001, pg. 245.

3) Nel giugno del 1914, un operaio delle FFS guadagnava 1'400.- franchi all’anno. Cifra invariata nei due anni seguenti. Nel 1917, il salario è di 1'625.- Fr., nel settembre del 1918, 2'350.- , e nel 1919, 3'100.- Fr. all’anno.

4) Ci si rende conto dell’evoluzione dei ghiacciai consultando le carte del sito dell’Ufficio federale di topografia (www.map.geo.admin.ch), che permettono un viaggio nel tempo dalla metà del 1800 fino ai giorni nostri.

5) Luigi Lavizzari, Escursioni nel Cantone Ticino, Armando Dadò Editore, Locarno, 1992, pp. 358-359.

6) Monumenti militari nel Cantone Ticino. Inventario delle opere di combattimento e di condotta. A cura di Maurice Lovisa e Silvio Keller, edizione del Dipartimento militare federale, Berna; http://www.forti.ch/files/2014/10/Monumenti-militari-nel-Canton-Ticino-Inventario-delle-opere-di-combattimento-e-di-condotta-DMF.pdf