Fra le poche segnalazioni, quelle su dove è possibile consultare una veggente


I colori del Ciad del sud

Reportage – Diario di una giornata nella savana
/ 19.08.2019
di Fredy Franzoni

È mattino. Sono le 6 e da poco la luce del giorno sta rompendo l’intenso buio delle notti africane. Siamo a Bikou, un villaggio nel sud del Ciad. La capitale Njamenà dista oltre dieci ore di strada asfaltata, zeppa di buche. Saliamo in macchina. La meta è Laj, 140 chilometri, dapprima a sud fino a Doba e poi si dovrà risalire verso il nord. Il primo tratto regala finalmente un asfalto quasi intatto, poi per gli ultimi 100 chilometri ci attende la pista. Bikou è già sveglia da tempo. Siamo nella stagione invernale. Anche per noi a quest’ora un maglioncino è indumento gradito. Lungo i due lati della strada si scorgono ovunque dei focherelli. Una manciata di paglia, ultimo regalo delle coltivazioni di miglio o manioca, per riscaldare chi il maglioncino non l’ha. Crocchi di gente accovacciata in attesa che il sole torni a riscaldare l’aria. La stagione secca permette di allungare lo sguardo lontano, per scoprire i tanti nuclei abitati, disseminati sull’immensa pianura. Non appena si entrerà nella stagione delle piogge le case torneranno a nascondersi dietro i campi coltivati che lambiscono le abitazioni. Piccoli nuclei, costruiti con mattoni seccati al sole; tetti in paglia; piccoli sili circolari per conservare i raccolti; al centro il focolare per cucinare. Sul lato della strada qua e là dei bidoni neri. Indicano dove si vende la biri biri, la birra fatta in casa che si serve nei gusci di zucca, attingendo da un bidone colmo di un liquido schiumoso. Si incrociano anche alcune banderuole bianche con scritte nere. Segnalano dove è possibile consultare una veggente. Non c’è praticamente traffico. Solo qualche motocicletta, molte costruite in Cina. S’incrociano rari camioncini stracarichi di merci e di persone. Da qualche parte oggi ci sarà il mercato. In fondo una densa nuvola nera. Uno dei tanti fuochi accesi per pulire i campi prima della nuova semina. Arrivati nelle vicinanze del fiume Logone di nuovo le risaie, come ne avevamo viste tante dopo la capitale. Ma quest’anno il raccolto è stato scarso. Pochissima pioggia e le piantine sono seccate, tingendo ancor più di sfumature d’ocra un paesaggio dai colori spenti, complice anche l’harmattan, il vento del deserto che riempie l’aria di minuscoli frammenti di Sahara.

Poco prima di arrivare a Doba sulla sinistra un grande stabilimento spunta dalla pianura. L’avevano costruito anni fa gli indiani per produrre succo di mango. È stato attivo per pochissimo tempo. Simbolo dell’inefficienza di una pianificazione statale che da decenni soffoca il paese. Anche la produzione petrolifera, iniziata poco dopo l’inizio del 2000, non è riuscita a risollevare l’economia. Diminuzione del prezzo del greggio, ma anche una allegra gestione degli introiti non hanno fatto che rendere più incerto il destino dei ciadiani. E dire che nelle città svettano grandi manifesti contro la corruzione.

Arriviamo a Doba: ci accoglie una grande rotonda. Sulla destra si va verso il centro città da dove avanza una lunghissima fila di giovani, quasi tutti a piedi. Pochissime le donne. Oggi riprendono i corsi universitari dopo un anno di scioperi. Siamo a otto chilometri dal centro e da tempo i bus per il trasporto degli studenti sono fuori servizio. Noi svoltiamo a sinistra, ed è subito pista. Una lingua di terra battuta, spesso sabbiosa, che serpeggia nella savana. Per chi è al volante una continua sfida contro le buche. Attorno il paesaggio si fa ancor più spoglio. Si attraversano villaggi che in un paesaggio che ci pare tutto uguale, non si capisce perché siano sorti proprio lì. Ma c’è vita, tanta vita. Bambini che corrono, donne che pompano l’acqua dai pozzi o che camminano sul bordo della pista con carichi strabilianti sul capo: fascine di legna, catini d’acqua, sacchi di viveri e spesso con anche i bambini attaccati alla schiena. Solo i colori dei loro vestiti riescono a rompere la monotonia del paesaggio. Per l’autista una nuova variante: come evitare di investire galline, oche, maiali, pecore e capre che sembrano essersi dati tutti appuntamento proprio sulla pista. C’è voglia di fermarsi, di mescolarsi, di perdersi in questa semplicità. Ci sarebbero migliaia di scatti fotografici da carpire. La gente però, forse per un giusto orgoglio, non vuole lasciarsi rubare la propria intimità. Allora ci si sforza di imprimere nella mente le immagini più belle. Tornando a casa rimarranno le emozioni e i ricordi, che valgono ben più delle fotografie da esibire in una serata con gli amici.

D’improvviso la strada si fa ancora più sabbiosa. Pare di guidare sulla neve. Sulla sinistra ricompare il Logone, il fiume che poco fuori la capitale ci aveva riservato la sorpresa di vedere un gruppo di ippopotami, rimasti tra i pochissimi esemplari di animali selvaggi africani ancora presenti nel Ciad. Il Logone, il grande fiume del Paese che sfocia nel lago Ciad, che più a nord segna il confine con il Niger. Un lago che si è ridotto a un decimo della sua superficie di alcuni decenni fa. Da tempo sono in progettazione interventi faraonici, come costruire un canale che porti le acque di un fiume del Centrafrica nel Logone. Costo previsto 50 miliardi di dollari. Come dire che si tratta di un sogno proibito e non solo per una realtà corrotta come quella africana.L’auto rallenta e poi si ferma. Dal nulla, così pare, sbuca una mandria di buoi. Corna imponenti, passo flemme, sguardo che punta lontano come tutti i bovini. Sembrano non badare a noi. A guidarli un gruppo di uomini e donne. Alcuni bambini a cavalcioni sugli animali. Altri buoi hanno in groppa sacchi e lunghe pertiche ricurve. Sono i nomadi che nella stagione secca arrivano fin qua per far pascolare le loro mandrie. Torneranno al nord al momento in cui la stagione delle piogge rinverdirà nuovamente le zone desertiche. Centinaia di chilometri per rinnovare ogni anno i conflitti con gli agricoltori del sud, che da sempre mal tollerano queste invasioni periodiche dei loro terreni. Negli ultimi anni si sono aggiunti anche problemi nello smercio del bestiame. Le vie commerciali verso il Sudan e il Camerun si sono chiuse a seguito delle tensioni politiche e della presenza di Boko Haram nelle regioni di confine. La mandria è passata e si perde di nuovo nella savana. Siamo oramai arrivati a Laj. Si cammina praticamente sulla sabbia. Sui due lati della pista tanti nuclei di case. Un vecchio sta intrecciando la striscia di una stuoia. Non risponde al saluto, è troppo concentrato sul suo lavoro. Ci avvolge un gran silenzio che sembra anche inghiottire le nostre parole. Ancora galline, oche, maiali, pecore e capre che scorrazzano, ma anche loro sembrano non riuscire a rompere il silenzio. Ricorda il silenzio della neve da noi. Poco distante il fiume. Voci di bambini, di donne. I suoni di chi fa il bucato. Si fatica a capacitarsi di trovarsi in una comunità di almeno quarantamila persone. Incontriamo una giovane coppia di francesi. Sono a Lay da due settimane con un bimbo di dieci mesi. Vivranno lì per i prossimi due anni, nell’ambito di un progetto di cooperazione. Invidia, ma anche qualche perplessità di fronte alla loro scelta.

Per noi è il tempo di ritornare, tra due ore cadrà la notte. Sulla via del ritorno ritroviamo la palla di fuoco argentata del sole che termina il suo viaggio per perdersi all’orizzonte. Il mattino l’avevamo vista sorgere con colori molto più intensi. Ma anche il sole, come noi, è forse stanco dopo una giornata così intensa.