Cabbio-Cetto-Valle della Crotta

Per rendere più interessante l'escursione, consiglio di salire, prima di visitare il nucleo di Cetto, verso il rifugio Prabello, di là dal confine, in territorio intelvese. Si passerà dall'«Alpe degli spiriti» al ritorno, per poi scendere sul fondovalle della Crotta e da lì tornare a Cabbio

Partenza: Cabbio, 668 msm

Arrivo: Rifugio Prabello, CAI, 1'201 msm

Deviazione al Poncione di Cabbio, 1'263 msm

Dislivello: 533 m (595 m se si passa dal Poncione di Cabbio)

Tempo di percorrenza: circa 2 ore fino al Poncione di Cabbio

Durata del giro completo: ca. 5 ore

Difficoltà: T2

L'itineraio parte da Cabbio (posteggio davanti alla chiesa, oppure arrivando con i mezzi pubblici, fermata dell'autopostale). Poco sopra il nucleo seguire le indicazioni escursionistiche in direzione di Arla.
Si sale su una stradina che, dopo un po', all'altezza di un pannello informativo del comune di Breggia e del Museo etnografico della Valle di Muggio invitante a osservare la flora e la fauna, diventa una bella mulattiera lastricata.
A Vallera una deviazione sulla destra porta al Gaggio, con l'oratorio di Sant'Antonio. Prendendo invece il sentiero che sale a sinistra si attraversano i monti di Croce, Batuela, Laorina, per poi giungere ad Arla (1'006 msm).
Da qui si prosegue in salita seguendo le indicazioni per l'Alpe Bonello, arrivati alla sella, a quota 1'145 msm, si può andare direttamente al Rifugio Prabello, oppure salire verso il Poncione di Cabbio.
Se si sceglie questo secondo percorso, si cammina sul crinale della montagna che separa la Val Luasca dalla Valle Cugnolo, in un paesaggio aperto che offre un panorama a 360 gradi. Dalla cima si scende in pochi minuti al rifugio, realizzato nella vecchia caserma della Guardia di Finanza, attiva fin verso la metà degli anni Settanta.
Tornati ad Arla, si prende il sentiero che passa una trentina di metri sotto le cascine e che scende verso Cetto (940 msm) e lungo la Valle della Crotta.
Una stradina in falso piano che passa dal bel nucleo completamente ristrutturato di Uggine (681 msm) ci riporterà a Cabbio.


Gli spiriti e l’alpe perduto

Un’escursione in valle di Muggio alla ricerca dei leggendari fantasmi di Cetto
/ 12.06.2017
di Romano Venziani, testo e immagini

Un giorno di molti anni fa ricevo una lettera. Allora si usava ancora comunicare in quel modo oggi desueto o quasi. Notizie, richieste, annunci, emozioni, tutto si scioglieva in un filo d’inchiostro, che si cristallizzava su un foglio di carta allineando ranghi più o meno ordinati di parole. Me la scriveva Silvio, che mi affidava, con quella lunga missiva, la storia della sua infanzia.

 

Tanto basta per ritrovarmi, pochi giorni dopo, a camminare su un sentiero della Valle di Muggio, accompagnato da un simpatico sessantenne dai capelli arruffati e la barba incolta, che non dà segno di frenare la sua loquacità.

 

Silvio ha trascorso buona parte dell’infanzia sull’alpe di Scaìna, una brancata di cascine incollate all’isoipsa degli 800 metri, sul versante destro della valle della Crotta, sopra il villaggio di Cabbio.

 

«Salivo con la mia famiglia in primavera e rimanevo sull’alpe fino a dopo il giorno dei Morti - racconta - Chi invece aveva una casa in paese, ma non la stalla, viveva sui monti durante tutto l’anno. Quando si andava a scuola, dovevamo far su e giù da questo sentiero, con il bello e il brutto tempo, gli zoccoli ai piedi, il quaderno e un fagottino con un pezzo di pane da rosicchiare sul mezzogiorno».

 

Li immagino nei giorni di pioggia, quei bambini, scendere con gli zoccoli da questa mulattiera lastricata con i blocchi squadrati di biancone (1), resi scivolosi dall’acqua.

 

Oggi, invece, splende il sole. Vampate di calore investono i nostri sensi con il profumo intenso dei fiori, il bosco è tutto un palpitare di nuove fronde e canti di uccelli, il campanile e i tetti di Cabbio sbucano tra il verde tenero dei prati là sotto, mentre, più lontano, si apre la valle di Muggio con i suoi paesi allineati a metà pendio.

 

Arrivati a un bivio, Silvio si ferma.

 

«Questo sentiero- mi dice- sale verso l’alto, verso il confine di Prabello e il Sasso Gordona. Lassù c’è una fila di monti. Quest’altro, invece, va a Scaìna, il mio alpe, che è più discosto e isolato. Qui, la sera, salutavo i miei compagni e m’incamminavo da solo verso casa».

 

Prendiamo anche noi il viottolo che prosegue pianeggiante in un bosco fitto di essenze varie, frassini, ontani, faggi, larici, con macchie scure di agrifogli e l’edera che abbraccia vecchi e giovani tronchi. Il pendio è graffiato da una valletta asciutta, ai cui margini c’è una fontana.

 

«Me la ricordo, ci venivano a bere le mucche e le capre. Pascolavano qui attorno, in mezzo alle piante del bosco, che non era così folto. Nei prati non le lasciavamo entrare, perché si doveva falciare il fieno per l’inverno».

 

Le cose facili finiscono qui. Scaìna è stato abbandonato nel 1949, quando la famiglia di Silvio ha lasciato la valle di Muggio e lui aveva una decina d’anni. D’allora il paesaggio è notevolmente cambiato. Gli splendidi e preziosi boschi di castagno, massicci e secolari, che ricoprivano un tempo il pendio, sono stati decimati dalla malattia e al loro posto è stata messa a dimora una piantagione. La vegetazione lasciata a se stessa ha serrato le fila e si è sbizzarrita a ingarbugliare il terreno, quasi a volerci rendere dura la vita.

 

Seguo Silvio, che a sua volta si aggrappa ai ricordi, confusi al pari del bosco, cercando riferimenti inesistenti o irrimediabilmente mutati. Anche la carta turistica della Regione Valle di Muggio, l’unica che ho con me, non è di grande aiuto. Dell’alpe Scaìna si sono perse le tracce, dimenticato da tutti, sepolto per l’eternità in qualche angolo remoto della montagna. Vaghiamo per ore nell’intrico di rami e cespugli, scivoliamo sul fogliame, poi, all’improvviso, ecco un muro.

 

«Dev’essere lì» - esclama.

 

Sepolti nella selva i ruderi di tre o quattro cascine, di cui rimane poca cosa, più che altro i muri perimetrali, un quadrilatero di pietre preso d’assalto dalla vegetazione. Una però è quasi intatta, con il tetto in piode in discrete condizioni.

 

«La stalla non c’è più… la mia camera, che era là, non c’è più… è rimasta la graa, dove facevamo essiccare le castagne».

 

La voce è rotta dall’emozione.

 

«Sono contento - confessa Silvio - però mi fa un effetto strano. La vita in questi luoghi, a quell’epoca, non era tanto divertente. Su e giù dal sentiero, fare i compiti su una cassetta di legno alla luce della lanterna a petrolio, cucinare nel camino, l’acqua d’andare a prendere alla fontana, servizi igienici…anno zero… Ho un grande rifiuto per questo mondo, ecco la ragione per la quale non ci sono mai più tornato dal 1949».

 

Silvio fa lunghe pause, osservando in silenzio i vecchi muri su cui si rincorrono, veloci, le lucertole.

 

«Ammiro chi restaura la cascina degli avi, sui monti - continua - ma io non lo farei mai, perché mi ricorda “quel passato” ed è una forma di masochismo continuare a pensare alle fatiche, alle cose brutte della vita».

 

Prima di lasciare «l’alpe ritrovato», Silvio prende il clarinetto, ne saggia il bocchino, dà un’occhiata alla cascina. «Scaìna ti faccio una serenata» dice. E si mette a suonare.

 

«Sull’alpe di Scaìna succedevano cose strane» - mi ha raccontato tempo dopo la signora Albina, di Cabbio. «Una volta ero lassù con mia sorella a far pascolare le mucche. Il sentiero passava sotto un portico, dove c’era una sorgente. E quando siamo arrivate lì abbiamo sentito dei colpi. Pum… pum. Ci siamo spaventate, perché non c’era in giro nessuno, e siamo scappate».

 

Li sentirà anche suo marito, i colpi misteriosi, anni dopo, andando a caccia con gli amici. Entrano nella cascina ormai abbandonata, accendono un fuoco e, all’improvviso, avvertono un pum…pum… sordo, che sembra scaturire dal ventre della terra.

 

«Hanno controllato dappertutto, ma non hanno trovato nessuno. Chissà che cos’era. Gli spiriti, forse, povere anime bisognose di aiuto. Chissà?».

 

Sembra che degli spiriti birboni avessero una particolare predilezione per i monti di Cabbio. Se del ricordo di Albina finora non ho trovato nessun altro riscontro, ben diversa è la storia degli spiriti di Cetto, che scombussolano la vita e agitano le notti della Valle di Muggio per tutta l’estate del 1904.

 

A narrarmi la curiosa vicenda, tramandata di generazione in generazione, era stato Giorgio Tognola (2), con cui avevo visitato nel maggio del 2002 il vecchio nucleo montano, anch’esso completamente abbandonato e in rovina come molti altri dell’alta Valle della Crotta.

 

A Cetto ci sono voluto tornare, quindici anni dopo, in una calda giornata d’inizio primavera, quando il bosco concede ancora quelle trasparenze altrimenti impossibili una volta rivestito di fronde.

 

Prendo il solito sentiero che s’innalza oltre i tetti di Cabbio. Giunto al bivio «di Silvio», prendo, a sinistra, la via che sale tra tappeti di fiori verso i monti. A una curva, un paio di rustici riattati, ma in evidente stato di (si spera temporaneo) abbandono.

 

Qua e là, la terra lascia trasparire frammenti del suo scheletro di calcare. Un catalogo di rocce originarie, contorte nelle pieghe solidificate, che narrano la storia di remote ere geologiche.

 

Lungo il sentiero, qualche cascina, perlopiù in agonia, con gli occhi vuoti di porte e finestre, che inquadrano una congerie di sassi e cordate di edera che aprono nuove vie di risalita. Sulla facciata di una di queste, a Batuela, una porticina si schiude sul buio. Accanto, un cartello del Museo Etnografico della Valle di Muggio, che tanto fa per la conoscenza del suo territorio, spiega che si tratta di una cisterna per l’acqua.

 

Incontro vecchi faggi e castagni con le braccia rugose protese verso un pellegrinaggio di nuvole nello «sforzo infinito di parlare al cielo in ascolto» (3).

 

Nuovo bivio. Proseguo sul piano e trovo una vecchia fontana simile a quella incontrata andando a Scaìna. Una pentola è assicurata al muro con un lucchetto arrugginito, segno che qualcuno viene ancora ad attingervi l’acqua. Lì vicino, c’è Arla, un paio di cascinali ancora sfruttati, forse da cacciatori di cinghiali, viste le numerose postazioni disseminate nel bosco, accovacciate alla diramazione degli alberi più grossi o camuffate con rami secchi, teloni e accorgimenti vari.

 

A Cetto manca poco, ma devo scendere di un centinaio di metri.

 

Doveva essere un bel monte, Cetto, circondato dai pascoli e abitato fino alla metà degli anni Cinquanta da famiglie di contadini, i cui bambini scendevano a Cabbio per la scuola. Ora non rimangono che le rovine abbracciate dall’avanzata del bosco. Rovine che hanno il loro fascino, senza dubbio. Il fascino dell’abbandono, denso di significati e di storie, a volte inquietanti.

 

«A levante del paese di Cabbio, sull’alpe di Cetto situato ai confini della valle d’Intelvi, a circa 1000 metri sul livello del mare, sotto le fronde di tigli e frassini, si nasconde la più che modesta casetta di Emanuele Codoni nella quale si manifestarono degli strani fenomeni che attirarono l’attenzione non solo del Cantone, ma anche della Svizzera e della vicina Italia».

 

Così inizia il manoscritto, di cui mi aveva parlato Giorgio Tognola.

 

Il documento spiega poi diffusamente la natura dei fatti. «La sera del 19 luglio si sentirono per la prima volta dei forti colpi che fecero balzare dal letto gli inquilini… Nei giorni e nelle notti seguenti continuarono a farsi udire, ora sugli assiti, ora nella soffitta… d’ogni gradazione d’intensità: dai deboli che sembravano colpi d’aria, ai fortissimi che si potevano paragonare a scoppi di mine…».

 

Oltre ai colpi, l’estensore del manoscritto di Cabbio, piuttosto incline a propendere per la tesi dell’origine soprannaturale, cita altri fenomeni: coperchi che se ne vanno a spasso, vasi da notte danzanti e il suono di passi, che scendono una scala di legno su cui non si trova nessuno.

 

Il Codoni, non sapendo a quali santi votarsi, scende in paese ad avvertire il prete, don Giuseppe Spinelli, che scrive: «la sera del 22, feci la prima salita sul giumento del proprietario. Sentii un primo colpo sulla soglia della porta, ed un secondo proprio sotto i piedi, mentre mi trovavo seduto nella stanza sopra la cucina» (4).

 

Da quel momento, la notizia delle strane manifestazioni scende rapidamente al piano con i formaggini e supera i confini della valle, sbandierata dai principali quotidiani (ticinesi, confederati e italiani), che approfittano della vicenda per rimpinguare le loro edizioni di quell’assonnata estate d’inizio secolo.

 

In un’epoca di accese lotte tra clericali e anticlericali e di rilancio del libero pensiero, l’occasione è ghiotta e gli uni e gli altri non se la lasciano scappare. Da un lato i giornali dei conservatori, con alla testa il neonato «Popolo e Libertà» (fondato nel 1901), attribuiscono al fenomeno carattere soprannaturale, e dall’altro la stampa liberale, con «il Dovere» e, soprattutto, con «Gazzetta Ticinese», animata da Milesbo, al secolo Emilio Bossi, di Bruzella (5), che s’inalberano contro i preti, «mercanti della superstizione, maestri dell’impostura, coltivatori della menzogna religiosa» (6).

 

La Curia vescovile ordina un’inchiesta e, con i vari sacerdoti della valle e oltre, arrivano a Cetto il procuratore pubblico, qualche gendarme e parecchi curiosi, abitanti del posto e turisti in vacanza sul Generoso.

 

È decretata la chiusura della cascina del Codoni e vietato a chiunque di metterci piede, ma il mistero rimane.

 

Il 20 di agosto, Milesbo affida alle colonne di «Gazzetta Ticinese» un telegramma: «Scoperto trucco mistificazione indecente spiriti Cabbio - Colpi battuti dalla figlia del proprietario. Firmato Milesbo (Emilio Bossi da Bruzella), in vacanza al suo paese”.

 

Il tempo, la fantasia e la memoria popolare ricamano con nuovi dettagli la storia degli «spiriti birboni di Cetto» - come li chiama Bossi- e le confezionano svariati e fantasiosi finali. Per alcuni, l’artefice di tutto è la figlia del Codoni, che si vuole divertire alle spalle dei creduloni, altri raccontano di una vecchietta seduta accanto al focolare, che muove con il piede un pezzo di legno a mo’ di pedale, il quale tira una cordicella a cui sono legati dei barattoli che fanno rumore.

 

La vicenda avrà pure qualche strascico giudiziario, per poi svaporare con la fine delle vacanze estive e il cadere delle prime foglie autunnali (7).

 

La dimensione del soprannaturale è una componente direi quasi vitale della società rurale del tempo, oppressa dalla presenza rassicurante, ma spesso ingombrante, della religione e, soprattutto, di un clero dispotico, che alimenta questa sorta di reazioni più o meno fantasiose. Non per niente la vicenda degli spiriti di Cetto si trasforma in lotta ideologica e assume per finire i tratti di una crociata anticlericale.

 

Avverto un’insolita atmosfera, sospesa nell’aria del vecchio nucleo in rovina. E c’è un silenzio quasi innaturale. Che ci sia qualche spiritello birbone in agguato, che mi osserva curioso dal fondo di un antro oscuro?

 

Rumori inspiegabili non ne sento, ed è tranquillizzante, ma pare che qualche passante forse più sensibile, o sensitivo, di altri li abbia ancora avvertiti.

 

Un ultimo sguardo, una foto, e me ne vado, lasciando Cetto nell’immobilità vuota e spettrale del suo abbandono.

 

Note

 

1) Biancone o maiolica, roccia calcarea formata da microorganismi fossili, di colore biancastro o grigio. Negli anni ’60 e ’70 del secolo scorso era sfruttata per la produzione del cemento.

 

2) Giorgio Tognola, ex docente mesolcinese e appassionato ricercatore di storia locale, ha ricostruito la storia degli spiriti di Cetto, partendo da un manoscritto anonimo (forse redatto dall’allora parroco di Cabbio, don Giuseppe Spinelli), consegnatogli dalla cognata di Muggio, e intitolato Il misterioso fenomeno di Cabbio (Svizzera-Canton Ticino-1904). Si tratta del manoscritto (o di una copia) rinvenuto nella Biblioteca Salita dei Frati di Lugano da Aldo Abächerli, che l’ha riassunto nel 2003 in un articolo pubblicato nella rivista «Fogli della Biblioteca Salita dei Frati».

 

3) «Gli alberi sono lo sforzo infinito della terra per parlare al cielo in ascolto», Rabindranath Tagore, Fireflies.

 

4) Il fenomeno di Cabbio, in «Popolo e Libertà», N.180, 10 agosto 1904, pag.2

 

5) Emilio Bossi (Bruzella 1870-Lugano 1920), che si firma con lo pseudonimo di Milesbo, è stato avvocato, giornalista, politico e saggista impegnato per l’italianità del Ticino. Massone, libero pensatore, ateo e fervente anticlericale, diffondeva i suoi strali contro il clero dalle colonne di «Gazzetta Ticinese». Scrisse anche un pamphlet intitolato Gesù Cristo non è mai esistito, Società editoriale milanese, Milano, 1906, di cui ci sono state negli anni alcune riedizioni, l’ultima del 2009 da parte delle Edizioni La Baronata.

 

6) Milesbo, Il fiasco clericale di Cabbio, in «Gazzetta Ticinese», N.190, 23 agosto 1904, pp. 1-2

 

7) Il 5 settembre Emilio Bossi interviene per l’ultima volta dalle colonne di «Gazzetta Ticinese».
«Finalmente gli spiriti di Cetto accennano a ritirarsi anche dalle redazioni dei fogli clerico-conservatori. Difatti le redazioni di questi fogli declinano ogni solidarietà coi loro corrispondenti spiritisti e ossessionati della Valle di Muggio.
Questo è buon segno e lascia sperare che l’indecente gazzarra di quei corrispondenti troverà presto chiuse le porte dei prefati giornali.
Tuttavia gli spiriti si trincerano ancora in un’ultima trincea. Negano, cioè, che i colpi fossero prodotti dalla famiglia Codoni: il «Patria»  e il «Corriere» in proprio, il «Popolo e Libertà» al mezzo del curato di Bruzella.
Orbene: la trincea è già smontata prima che assalita.
La prova apodittica è questa: che, dopo la nostra rivelazione, basata su molte testimonianze concordi, di colpi non ne furono più uditi a Cetto.
E siamo già a più di 15 giorni di distanza!
Che più? La famiglia Codoni non osò presentare la denuncia che un pezzo grosso di clericale della Valle di Muggio le aveva scritto contro di noi.
Che poi l’autorità prenda o non prenda misure contro la famiglia Codoni, questo non ci riguarda.
Noi abbiamo provato la nostra asserzione.
Chi si crede capace di smentirci, si faccia avanti!
E ora, giù il sipario, chè la commedia è finita»
«Gazzetta Ticinese», N.205, 5 settembre 1904, pg. 1