La spiaggia di Chaweng, sulla costa orientale dell’isola

Gli elefanti di Koh Samui

Reportage - Un’area di rifugio e protezione dei pachidermi è sorta nel 2018 sull’isola thailandese
/ 04.03.2019
di Simona Dalla Valle, testo e foto

Animali sacri sia nel buddhismo sia nell’induismo (le due religioni più diffuse in Thailandia), gli elefanti sono simboli di saggezza e di forza. Raffigurati sulle monete, sui francobolli, sui loghi delle amministrazioni, sulla bandiera della marina, eccetera questi animali sono importantissimi nella cultura thailandese, tanto da avere una festa nazionale dedicata interamente a loro. Questa festa cade il 13 marzo di ogni anno con celebrazioni ed eventi in diverse località del paese. 

Verrebbe dunque spontaneo pensare che un animale così importante sia riverito e protetto, e invece molti elefanti sono sottoposti a torture e sfruttamento. Se nel 1850 si stimava la presenza di 100mila esemplari, questa cifra si è drasticamente ridotta fino ad arrivare ai 2700 esemplari dei giorni nostri (dati del Thai Elephant Conservation Center). Ed è solo una stima, data la difficoltà che si incontra nel contare gli elefanti selvatici per via del loro habitat fitto e boscoso. Ambiente e condizioni molto diversi e precari, quelli in cui vivono invece gli elefanti di proprietà «privata»; animali che sono impiegati principalmente nel logging (pratica del disboscamento vietata dal governo tHailandese nel 1989, ma di fatto praticata ancora illegalmente) e nell’industria del turismo. 

Ebbene circa il 95 per cento degli elefanti thailandesi rientra in quest’ultima categoria, e prima di iniziare a lavorare sono «addomesticati». L’addomesticamento dell’elefante avviene attraverso una cruenta cerimonia tradizionale, il Phajaan, volta a «schiacciare» lo spirito selvaggio dell’animale per renderlo docile e sottomesso. In realtà più che di una cerimonia si tratta di una vera e propria tortura, durante la quale l’animale viene posto in una gabbia e legato con funi per impedirgli di muoversi e scalciare. L’elefante è sottoposto a percosse con bastoni affilati e altri strumenti, bruciature e tagli per mezzo di uncini e ganci in ferro su testa e orecchie, e nella fase conclusiva del Phajaan, il proprietario dell’animale, detto mahout, lo «libera» portandolo all’esterno della gabbia così da permettergli di nutrirsi e dissetarsi, ottenendo quindi il dominio totale dell’animale, che vede in lui un salvatore nel quale dunque riporre la sua fiducia totale. Il rito può durare da pochi giorni a intere settimane e la maggior parte degli elefanti catturati per il Phajaan hanno fra i 3 e i 6 anni.

Allo scopo di combattere tale situazione sono sorti in Thailandia numerose aree protette per la difesa e la cura dei pachidermi. Il Koh Samui Elephant Sanctuary, fondato da Wittaya Salangam, si trova nella zona settentrionale dell’isola di Koh Samui e si ispira all’operato dell’animalista e ambientalista Lek Chailert, fondatrice della Save Elephant Foundation e del rinomato Elephant Nature Park a Chiang Mai. Lek si batte per un turismo etico non solo in Thailandia ma in tutta l’Asia. 

Si può riconoscere facilmente un elefante che ha lavorato a lungo nel logging perché non riesce più a piegare le zampe anteriori, mentre molti degli elefanti utilizzati nell’industria del turismo hanno strappi sulle orecchie e molteplici lesioni sulla fronte. 

Gli elefanti del centro hanno una storia di abuso e di violenza. Le elefantesse Cartoon e Kham San, ad esempio, sono state impiegate nell’industria del logging fino all’anno della sua abolizione e, in seguito, utilizzate per il trasporto dei turisti, che non ha loro risparmiato percorsi estenuanti senza acqua né cibo. 

Mae Kham Paeng viene invece da Pattaya ed è stata costretta a esibirsi fino al 2018, quando la sua liberazione è stata negoziata direttamente dai gestori del santuario. Sulle zampe e sulla coda presenta numerose lesioni. Anche Khum Phean era sfruttata a Pattaya, dove ha trasportato turisti per oltre trent’anni. Kaew Ta e Mae Kham Kaew sono cieche da un occhio in seguito a percosse da parte dei rispettivi mahout.

Ma come si fa a capire, da turisti, quando le attività che pratichiamo rispettano i principi etici? Lo chiedo a Boy, la mia guida nella riserva, che mi dà consigli sia su come riconoscere i centri seri e rispettosi dell’animale, sia su cosa fare per scoraggiare la diffusione di pratiche crudeli. «Prima di tutto – ricorda – si può scegliere di non assistere a esibizioni nelle quali l’elefante è costretto a comportarsi in modo innaturale, ad esempio giocare a calcio, danzare o dipingere con la proboscide. Per far sì che l’animale impari determinati movimenti o coreografie, il proprietario lo sottopone a torture crudeli». Anche cavalcare il dorso di un elefante è una pratica che sarebbe meglio evitare: i turisti sono spesso ignari dei frequenti maltrattamenti, e il trekking con gli elefanti è purtroppo ancora una delle attività più richieste dai turisti in tutto il sud-est asiatico. 

È buona norma, infine, diffidare dei centri dove gli animali non sono liberi di muoversi ma sono legati con corde e catene e costretti a stare sotto il sole, o dove non viene loro dato da mangiare e da bere. In molti di questi centri che si autodefiniscono «riserve naturali» ai turisti è permesso cavalcare l’elefante e fare il bagno insieme a lui; ma queste pratiche sono da evitare, dal momento che una situazione apparentemente innocua come questa non è naturale per l’animale e rischia di confonderlo o spaventarlo. Non è raro che l’animale in un momento di lucidità si ribelli e attacchi il suo padrone o i turisti e di conseguenza sia soppresso.

Il Koh Samui Sanctuary offre tour giornalieri durante i quali è possibile vedere gli elefanti da vicino, osservarli nelle loro consuetudini come il gioco, il pasto e il bagno, e dare loro da mangiare, nel rispetto totale della loro dignità. 

Nel caso in cui ci si ritrovasse ad assistere a un abuso, viene consigliato di documentare l’accaduto con fotografie e video dell’animale e del mahout da lasciare poi nelle recensioni online, così da sensibilizzare i futuri visitatori di quella destinazione. Si può inoltre effettuare una segnalazione alla Save the Elephant Foundation scrivendo a info@saveelephants.org o chiamare la hotline del National Park and Wildlife al numero 1362. Per prenotare un tour è fortemente consigliato rivolgersi a enti di turismo etico e sostenibile come www.asianelephantprojects.com.