Fra picchi e voragini: Antelope, Bryce e Zion

Reportage - Un viaggio nei canyon degli Stati Uniti occidentali, fra pinnacoli e solchi
/ 14.09.2020
di Simona Dalla Valle

«The finest workers in stone are not copper or steel tools, but the gentle touches of air and water working at their leisure with the liberal allowance of time»*. Così sosteneva Thoreau, in un discorso che ben si applica a capolavori della natura come i canyon del west americano. Terremoti, eruzioni vulcaniche, detriti alluvionali, erosione di vento e pioggia sono a prima vista un elenco di calamità da non augurare nemmeno al proprio peggior nemico, ma proprio tali azioni naturali sono ciò che dato vita a paesaggi spettacolari. L’Antelope, il Bryce e lo Zion Canyon sono accomunati da una formazione causata dalla talvolta turbolenta azione di agenti atmosferici, ma eterogenei per aspetto e caratteristiche. La presenza e assenza di materia definisce questi paesaggi scavati dagli agenti atmosferici da un lato, e le mastodontiche formazioni rocciose dall’altro.

L’Antelope Canyon è uno slot canyon nel sud-ovest americano, sulla terra dei Navajo a est di Page, Arizona. Il canyon si formò a partire dall’erosione dell’arenaria a causa di inondazioni improvvise; ancora oggi l’acqua piovana scorre nell’ampio bacino al di sopra del canyon, prendendo velocità e raccogliendo sabbia al passaggio negli stretti tunnel. Con il passare del tempo i passaggi si sono erosi, ampliandosi, e le rocce sui bordi si sono levigate fino a formare le iconiche forme sinuose fotografate da milioni di turisti.

Il canyon comprende due sezioni separate, Upper e Lower. Il nome Navajo dell’Upper Antelope Canyon è Tsé bighánílíní, che significa «il luogo dove l’acqua scorre tra le rocce». È il più visitato dai turisti perché l’intera superficie è al livello del suolo e non richiede arrampicata; i fasci di luce solare diretta che si irradiano dalle aperture nella parte superiore del canyon sono qui molto più comuni, per lo più in estate quando il sole è alto. Il canyon inferiore, chiamato Hazdistazí, («archi di roccia a spirale») si trova a diverse miglia dal Upper Antelope Canyon e presenta difficoltà di accesso maggiori per via degli spazi angusti e della base non uniforme.

L’Antelope Canyon è una fonte di guadagno per i Navajo ed è accessibile in tour solo dal 1997, quando i nativi lo resero un parco tribale. Le visite avvengono mediante tour operator e le visite indipendenti non sono autorizzate, soprattutto a causa dei pericoli dati dall’alto rischio di inondazioni; anche la pioggia che cade a decine di chilometri di distanza può incanalarsi nei tunnel con poco preavviso. Nell’agosto 1997, undici turisti furono uccisi nel Lower Antelope Canyon da un’inondazione improvvisa: quel giorno un temporale aveva scaricato una notevole quantità d’acqua nel bacino del canyon circa 11 km più a monte. L’unico sopravvissuto fu la guida turistica Francisco «Pancho» Quintana. Un’alluvione di 36 ore provocò nel 2006 la chiusura del Lower Canyon per cinque mesi. Nel 2010 diversi turisti rimasero bloccati su una sporgenza a causa di due inondazioni improvvise all’Upper Canyon: alcuni di loro furono estratti e altri dovettero aspettare che le acque si ritirassero.

Il Bryce Canyon è un esempio della spettacolare geologia del sud dello Utah, una distesa di pinnacoli o hoodoo di roccia rossa scolpiti da vento, acqua e neve. Tecnicamente parlando, quello di Bryce non è un canyon; la sua formazione fu causata a partire da un processo naturale chiamato crioclastismo (o frost wedging) dato dall’oscillazione delle temperature sopra e sotto lo zero più volte nel corso della stessa giornata. Congelando, l’acqua trattenuta nelle fessure si espande e spacca la roccia in un processo ciclico che si verifica circa 200 volte l’anno. In estate, il deflusso delle nubi si infiltra nelle pietre calcaree più morbide e nelle chiuse attraverso i profondi cunicoli.

L’altopiano, originatosi tra i 10 e i 20 milioni di anni fa, in alcuni punti raggiunge i 2800 metri di altezza. La particolarità della zona è data dall’altitudine estrema del parco, che con un dislivello di circa 650 metri e la presenza di tre fasce climatiche distinte permette ai visitatori di esplorare anche prati alpini e boschi di conifere, habitat naturali di una grande varietà di animali come condor, falchi, antilocapre, salamandre e scoiattoli.

Il canyon prende il nome da Ebenezer Bryce, un pioniere mormone che si stabilì nella zona nel 1874. Tuttavia la tribù dei Paiute, che si era stabilita nella zona fin da molto prima dell’arrivo dei pionieri, lo chiamava Angka-ku-wass-a-wass-a-wits, o «volti dipinti di rosso».

Secondo la leggenda degli indiani Paiute, milioni di anni prima della loro comparsa sulla terra, nella zona viveva un altro popolo chiamato To-when-an-un-un-wa, o «Legend People». A quei tempi la natura era lussureggiante, i fiumi ricchi di acqua fresca, gli animali abbondavano. I Legend People mangiarono noci, frutta e bacche senza lasciare nulla alle altre creature e la terra diventò progressivamente meno fertile, mentre le risorse iniziarono a scarseggiare. Gli animali si lamentavano della situazione e un giorno furono uditi dalla divinità Coyote, che decise di prendere provvedimenti. Coyote vantava una fama di imbroglione, e decise che si sarebbe servito di questa sua dote per ingannare i protagonisti di tale avidità. Li invitò a una grande festa promettendo loro cibo e bevande sopraffine e i Legend accettarono prontamente l’invito, indossando per l’occasione gli abiti più belli e dipingendosi il viso di rosso. All’arrivo degli ospiti, Coyote lanciò un incantesimo proprio mentre prendevano il primo boccone: uno alla volta, tutti iniziarono a trasformarsi in pietra. Quelli non ancora colpiti si diedero alla fuga cercando di scalare il crinale della valle. Si spinsero, strattonarono e calpestarono l’un l’altro, ma ben presto tutti furono trasformati in colonne di pietra, paralizzati nel loro ultimo gesto in piedi, seduti, striscianti, e lì rimasero nel corso dei secoli a testimonianza della loro avidità ed egoismo. Con i loro volti rossi pietrificati nelle colonne di roccia, gli hoodoo furono scoperti dai Paiute al loro arrivo nella zona. Per questo motivo la tribù diede al luogo il nome Angka-ku-wass-a-wass-a-wits, che significa «facce dipinte di rosso».

Il Bryce Canyon, istituito come parco nazionale nel 1928, si trova a meno di 65 km in linea d’aria da un altro gioiello naturale, lo Zion National Park. Circondato su tre lati dalla pittoresca comunità di Springdale e a sole due ore e mezza da Las Vegas, il parco racchiude un ambiente unico con imponenti formazioni rocciose e gole scavate dalle acque del Virgin River e dei suoi affluenti. L’azione erosiva dell’acqua ha svelato l’antica storia geologica della regione, che si osserva sulle pareti del canyon, e la varietà di ambienti naturali fornisce un gran numero di specie animali: sugli altipiani boschivi vagano cervi, muli e tacchini; pecore bighorn e coyote prosperano nei canyon.

Il nome Zion fu attribuito dal pioniere mormone Isaac Behunin, che in queste montagne trovò una «città di Dio» analoga alla Sion descritta dal profeta Isaia nella Bibbia.

Alla zona del parco è legata la leggenda di Hog Allen: Albert «Hog Allen» Smith era un contadino con sete di vendetta. I possedimenti terrieri erano per lui più importanti dei soldi. Un giorno, trovandosi nell’area tra North Fork e Deep Creek, si alzò in sella al suo cavallo e con un gesto della mano dichiarò sue quelle terre, che da allora presero il nome di Hog’s Heaven. L’uomo giurò solennemente di cacciare tutti i contadini che osassero mettervi piede e, anche se morì prima di concretizzare le minacce, nell’anniversario della sua morte i rancher vicini e le loro famiglie furono oggetto di misteriosi incidenti che li incoraggiarono ad abbandonare la zona. Alcuni giurano di avere visto una nebbia misteriosa formarsi sulla tomba di Hog Allen: che sia lo spirito dell’uomo tornato a volteggiare sopra queste terre?

Nota
* (Traduzione dell’autrice) «Non gli utensili in rame o metallo, ma il tocco delicato di aria e acqua, insieme a una generosa concessione di tempo, lavorano la pietra al meglio».