Fantasmi ad Harar

Viaggiatori d’Occidente - Nella città etiope visse a lungo il poeta Arthur Rimbaud
/ 03.06.2019
di Testo e disegni Stefano Faravelli

Ad Harar arrivo al tramonto di un giorno dello scorso marzo. Sono partito da Dire Dawa e ho viaggiato in macchina tra coltivazioni di qat e polverosi villaggi di fango con i tetti di ondulina. Harar, nella parte orientale dell’altipiano etiopico, è città santa dell’Islam ma nella sua lunga storia è stata anche un importante centro commerciale. L’agenzia da Addis Abeba mi ha prenotato una stanza all’Hotel Ras, costruito dagli italiani durante l’occupazione coloniale: all’epoca si chiamava Hotel Ciao... Ricorda certi ambienti dei film di Bertolucci: tetraggine stile littorio che il recente ammodernamento ha solo peggiorato. È ora di cena e il ristorante dall’aria trascurata sembra deserto. Assente anche il personale. Poi scorgo a un tavolo una signora dai grandi occhi sognanti e i capelli à la casquette.

Su di lei aleggia la grazia appena sfiorita della mezz’età. Incoraggiato da un sorriso mi presento e vengo invitato a sedere al suo tavolo. Si chiama M*, vive in un sobborgo di Parigi e ha proprio voglia di raccontarsi. Si definisce una groupie di Arthur Rimbaud. È ad Harar proprio sulle tracce del suo idolo. Infatti il poeta maudit di Charleville Mézières, abbandonata la letteratura e gli scandali, disertore e in fama di avventuriero, si stabilì in Etiopia e visse ad Harar gli ultimi undici anni della sua breve vita (morì di cancro a 37 anni), impegnato in commerci vari: caffè, zanne di elefante, armi, forse schiavi. M* è al suo quarto pellegrinaggio ad Harar.  Nel 2009 aveva messo in valigia un sacchetto con una manciata di terra raccolta qui, poi deposta accanto alla tomba del poeta a Charleville. 

Mi racconta, con una smorfia di sufficienza, che da qualche tempo il pellegrinaggio all’ultima dimora di Rimb è molto trendy. Poi dallo zainetto estrae con zelo missionario il libro con le lettere di Arthur Rimbaud. Le piacerebbe regalarmelo, dice, ma è un dono della sorella morta prematuramente e lei vuole che il libro «respiri Harar». In compenso mi legge il testo dell’ultima lettera di Arthur, ricoverato a Marsiglia. È paralizzato, in preda a dolori atroci e imbottito di morfina; e tuttavia nella lettera, dettata alla sorella, si rivolge ad un fantomatico armatore chiedendo di poter essere imbarcato «di buon mattino» per tornare ad Harar. «Voleva morire qui!» conclude M* commossa. «Ecco perché ho dovuto portargli una manciata di terra di questa città benedetta».

Poi, con autentico astio, passa a parlare della sorella del poeta, la bigotta Isabelle, grenouille de benitier (rana di sacrestia), che avrebbe creato ad arte l’agiografia della conversione di Rimbaud in punto di morte e ne avrebbe manipolato la memoria. Legge una lettera della sorella alla madre: «Non è più il povero sventurato reprobo che muore accanto a me; è un giusto, un santo, un martire, un eletto». Poi però M* sorride ammiccando con complicità: «Ma il prete non ha comunque voluto dargli la comunione…». Dopo una pausa ad effetto, M* si lancia nella sua teoria: «Isabelle non poteva ammettere che il fratello ribelle si fosse convertito all’Islam».

L’ipotesi è plausibile ma resterà tale in mancanza di prove oggettive. Di certo sappiamo che Rimbaud passò ad Harar quasi cinque anni della sua breve vita, tra il 1880 e il la morte nel 1891, in tre distinti periodi, e seppe inserirsi nella vita e nella cultura locale, in spregio al formalismo e al conformismo delle ristrette cerchie coloniali. Qui studiò l’arabo e il Corano. Comincerà poi a siglare la sua corrispondenza con un sigillo (un khatm) recante il nome Abduh Rimbo, (Abduh, contrazione di Abdallah, «Servo di Dio», è tipicamente un nome assegnato ai convertiti).Naturalmente secondo M* non fu un’adesione all’Islam legalista ed exoterico, ma la conversione di un mistico al sufismo. Harar d’altronde è una sorta di città santa dei sufi, detta Madinat al Awliya, la «Città dei Santi», con le sue ottantadue moschee, gli oltre cento santuari e ziwaya (sedi di confraternite mistiche).

L’argomento più convincente tra quelli che M* elenca a sostegno della sua teoria (per la verità non del tutto inedita) viene proprio dalla sorella di Rimbaud, della quale ha appena detto ogni male. Isabelle testimonia che durante le settimane di agonia l’amato fratello ripeteva incessantemente la giaculatoria «Allah Karim».  Non invocava Gesù o la Santa vergine, ma «Allah il Generoso». È il grido del mendicante, dello ‘abd, che sul ciglio della strada invoca l’Elargitore, ma anche una possibile formula di incantazione: ossia la pratica tipicamente sufi della recitazione incessante dei nomi divini, detta dhikr.La «lezione» di M* si conclude con una commovente professione d’amore per quel Rimbaud africano. Mi mostra una fotografia custodita nello zainetto: non è il celebre ritratto giovanile con gli occhi azzurri (quello che Patty Smith esibiva sulla sua maglietta), ma l’uomo in pigiama bianco, dal volto triste e abbronzato, con un fez sulla testa.Per parte mia vorrei raccontarle un’altra storia di Harar, tanto simile alla sua.

La storia dell’esploratore scozzese Richard Burton, il primo europeo che riuscì a penetrarvi nel 1854, un quarto di secolo prima di Rimbaud. All’epoca Richard aveva già compiuto il pellegrinaggio alla Mecca (hajj), vietatissimo ai non musulmani. Harar fu dunque una sirena per entrambi. E anche Richard, come Arthur, fu attratto dal sufismo. In un suo poema (Kasidah) si legge: «Ogni fede è falsa, ogni fede è vera: / La Verità è lo specchio frantumato sparpagliato / in una miriade di pezzi; mentre ognuno crede / che il suo piccolo frammento contenga il tutto. / “Avete tutti ragione e tutti torto” / sentiamo dire il noncurante Sufi, / “perché ognuno crede che la sua fioca lampada / sia la sgargiante luce del giorno”». Fu anch’egli un convertito? Non lo sapremo mai, perché Richard Burton a sua volta (quante somiglianze!) finì la sua vita avvolto nelle morbose trame di una presenza femminile bigotta e manipolatrice, la cattolicissima moglie Isabel – come l’Isabelle di Arthur!  – la quale brucerà tutti gli inediti, i diari e i preziosi studi scritti da Burton nel corso di mezzo secolo.

Ma si è fatto tardi e tengo per me queste riflessioni notturne sui fantasmi di Harar. M* lascerà l’Etiopia domani, così ci salutiamo scambiandoci educatamente gli indirizzi. Solo tre giorni dopo, lasciando l’albergo, scopro che il nome della via dove sorge, scritto in amarico, in francese e in inglese, è Avenue Charleville Mézières... È bello che il mio primo incontro con Harar sia avvenuto sotto il segno di Rimbaud: il grande poeta profetizzò per sé quell’amore non commisurato all’eros umano ma a un anelito più esigente e radicale, di cui il viaggio resta il simbolo più adeguato: «Mais l’amour infini me montera dans l’âme, / Et j’irai loin, bien loin, comme un bohémien».