Due mesi di vita per un violino

Reportage - Un viaggio nella storia di Cremona, città legata indissolubilmente al mondo della musica e alle botteghe di liuteria
/ 18.05.2020
di Luigi Baldelli, testo e foto

Dire Cremona significa rievocare la storia del violino, quella racchiusa nelle sue botteghe di liuteria e nei ricordi dei suoi maestri liutai. Il violino è tradizionalmente nato, infatti, proprio qui a Cremona. Correva il XVI secolo, ed è stato portato al successo da quello che è considerato il maestro di tutti i liutai, Antonio Stradivari. La storia di Cremona non si può dunque separare dal mondo dei liutai. E allora perché non fare una gita fuori porta con uno scopo diverso dallo svago paesaggistico? Perché non andare a vedere come nasce un violino? Chi sono gli abili liutai, che con le loro mani e la loro esperienza costruiscono questo fantastico strumento a corde? Forse lo strumento principe delle orchestre. Uno strumento esportato e apprezzato in tutto il mondo. Una eccellenza italiana, fatta da artigiani che portano avanti una tradizione secolare. Una tradizione che è stata riconosciuta dall’Unesco come patrimonio immateriale dell’umanità.

Cremona è una cittadina della Pianura Padana, facilmente raggiungibile in treno dal Ticino. Una volta arrivati nel suo incantevole centro storico, dominato dal Duomo, basta camminare nelle sue vie o vicoli per rendersi conto che il violino (e più in generale la musica) è il protagonista di questa città, tanto da essere messo al centro di vetrine e insegne. Non sorprende dunque che ad esso è stato dedicato un museo. Qui si possono ammirare strumenti storici realizzati da Stradivari e altri grandi liutai, si può conoscere la storia del violino dalle origini ai giorni nostri e ascoltare maestri che suonano. Ma l’esperienza più autentica è quella di vedere dal vivo come si lavora in una bottega a tema. A Cremona ci sono più di 150 liuterie. E non è difficile poterle visitare, basta mettersi in contatto con il Consorzio dei Liutai che organizza visite guidate nelle botteghe dei maestri liutai (www.cremonaviolins.com; 0039.0372.46.35.03).

Come varco la soglia di in una di queste, mi accoglie un ambiente magico. L’odore dei legni e delle resine invade l’aria. Le pareti sono ricoperte dagli attrezzi del mestiere: morsetti, pialle, raspe, scalpelli, modelli di casse armoniche. Tavoli con legni e le forme dei violini, i pennelli, trucioli e altri scalpelli. «Ma l’attrezzo più importante sono le mani e l’esperienza» mi dice Stefano Conia, sguardo limpido, ungherese di nascita, liutaio di seconda generazione e da 47 anni qui a Cremona. La sua è una delle botteghe più antiche. Alle spalle del liutaio, all’altro tavolo da lavoro, suo figlio, anche lui si chiama Stefano, e ha scelto di continuare la tradizione professionale del padre, la terza generazione.

Stefano junior sta passando le vernici su un violino, ormai quasi giunto alla fine della lavorazione. «Sono vernici naturali, fatte da noi con delle resine. Senti che buon profumo». E continua a far scorrere con delicatezza il pennello sul violino, mentre mi racconta un po’ di lui. «Ho 47 anni. Ero piccolo quando sono entrato per la prima volta qui in bottega con mio padre. Il primo violino l’ho costruito da mio nonno, in Ungheria. Avevo 14 anni. Da allora, dopo la scuola di liuteria qui a Cremona, ho continuato questa nobile arte».

La bottega è un’esposizione di violini, alcuni ancora in lavorazione, altri finiti e pronti da spedire. Stefano prende due legni, l’acero per costruire il fondo, le fasce e il manico, mentre l’abete rosso per la cassa armonica. Con le nocche batte sul legno e mi fa sentire il diverso suono che producono. «Un buon legno deve essiccare almeno 15 anni». Un violino è composto da 70 pezzi e servono più di 200 ore di lavoro. Intanto, mentre parliamo, il padre è piegato su un fondo di violino e con maestria e cura usa lo scalpello per preparare il fondo. Il sole entra dalla grande finestra che si affaccia sul cortile e i raggi si riflettono sui violini appesi, inondando la bottega di riflessi rossi.

Esco alla luce del sole e decido di visitare un altro giovane liutaio. Mi accoglie Michele Ferrari nella sua bottega, mi vien da dire, minimalista. Poche cose appese alle pareti, due tavoli con un ordine quasi geometrico. Michele è giovane, ha 35 anni e da sempre «ho avuto la passione per il legno, per l’intaglio e per i violini». Anche lui, come un percorso obbligato, ha fatto la scuola di liuteria di Cremona, per poi andare a lavorare in Spagna da un famoso restauratore. «Sono stato a Madrid sette anni, è stata un’esperienza fondamentale». Poi il ritorno in Italia e l’apertura della bottega. «È stato un sogno che si realizzava. Da piccolo volevo fare questo mestiere e oggi eccomi qui. Lo so, sono giovane, e forse può sembrare un mestiere un po’ strano, ma se cresci a Cremona, cresci con i violini e la liuteria. È un lavoro che richiede passione, impegno, ma quando finisci un violino è davvero una bella soddisfazione. Quando vedi il cliente che è contento, quando lo senti suonare, è qualcosa di impagabile». Si alterna da un tavolo all’altro, deve finire una verniciatura e dare gli ultimi colpi di pialla al fondo di un violino. E poi orgoglioso mi mostra due pezzi di legno di abete rosso che hanno più di 40 anni: «Ci sono affezionato, me li ha regalati il mio primo maestro di un paese qui vicino Cremona. Ma prima o poi dovrò usarli». Anche se giovane, Michele ha avuto diverse soddisfazioni di cui una gli illumina ancora gli occhi: «Ero a Madrid, e insieme al maestro, abbiamo restaurato uno Stradivari. Aver riportato “in vita” quel violino è stato fantastico». La tradizione dei maestri liutai è davvero viva e forte a Cremona. Gli strumenti, interamente realizzati a mano, la bravura e professionalità dei maestri liutai, il loro amore per la musica, non ha uguali nel mondo. «Perché ogni violino che realizzo, per me è come un figlio» mi dice Bénédicte Friedman. Sono diversi i liutai stranieri in città: giapponesi, coreani, tedeschi. Lei è francese, arrivata 20 anni or sono dopo un diploma da musicista di violino al conservatorio di Reims e una laurea in musicologia alla Sorbona. Viso gentile incorniciato dai capelli neri. Sul tavolo alcuni fondi di violino: mi spiega come utilizzare lo scalpello per dargli la forma. Muove l’attrezzo delicatamente ma in maniera decisa mentre i trucioli cadono morbidi.

Nella stanza accanto un altro violino aspetta di avere le sue mani di vernice. Bénédicte si siede di fronte e lo prende in braccio come fosse un bambino. Le pennellate sembrano carezze. «Per fare un buon violino non ci sono ricette, ma solo esperienza, passione e amore per questo lavoro. Un lavoro dove non finisci mai di imparare, perché ogni violino che costruisci ti insega qualcosa». In questa visita, scopro anche che il violino, per migliorare il suo suono, deve essere suonato: più si suona, meglio è. «Per me, continua Bénédicte nel suo italiano con la «r» da francese, la più grande soddisfazione è quando vedo che i miei violini e il musicista si incontrano, e si sposano alla perfezione. E allora sai che potranno dare il meglio insieme». Si percepisce da tutti i liutai che ho incontrato che ci mettono davvero amore nel loro lavoro. Chiedo anche a lei qual è stata la più grande soddisfazione. «Sono state tante, ma certamente, ancora oggi, quando sento suonare un mio violino, mi emoziono. Perché ci metto più di due mesi della mia vita per fare uno strumento, così, quando chiudo la cassa, lascio dentro un po’ di me».