Bussole

Non solo tanta  bellezza 
Inviti a letture per viaggiare

«Dove siamo? Siamo al centro. Dove siamo? Siamo ad ovest. Dove siamo? Siamo a Capo Boeo, estrema punta occidentale della Sicilia. Qui c’è il mare grande, mica quelle isolette lì. Pochi chilometri di distanza, finalmente l’orizzonte. Che però sembra una prigione. Cosa ti aspettavi… So cosa significa abitare nell’ovest che più ovest non si può del gomito di Sicilia. Significa abituarsi ai tramonti, cioè ad un lento rincorrersi di epiloghi…».

Un proverbio siciliano dice: «cu nesce, arrinesce», ovvero «Chi esce, riesce». Come dire che solo chi parte può avere successo, essendo precluso ai siciliani, sulla loro isola, lo spazio per azioni positive; ma anche, con nascosto orgoglio, che in fondo, ogni siciliano, se solo partisse, vedrebbe riconosciute le sue qualità. 

Giacomo Di Girolamo, giornalista esperto di criminalità organizzata e corruzione, ha scelto di restare e ora prova a raccontare la sua terra. Luoghi che conosco, per averci tanto viaggiato negli anni passati, e so bene quanto sia difficile parlarne. È una questione di proprietà transitiva. La Sicilia è uno dei posti più interessanti del mondo e questo suo angolo potrebbe essere a sua volta la parte più interessante dell’isola. Ho detto interessante. Non bella, anche se di bellezza ce n’è davvero tanta, accanto ad altrettanta desolata bruttezza: per esempio le coste, un tempo splendide e ora devastate da costruzioni abusive. Interessante per mescolanze di uomini, là dove sono passati fenici, greci, cartaginesi, romani, bizantini, arabi, normanni, svevi, angioini, aragonesi... Affascinante per la sottigliezza arguta dei suoi abitanti, cinici e disincantati. Commovente per la sua cucina, con il liquore Marsala alla fine del pasto. E poi quella luce, così particolare, a evocare altri mondi al di là del Canale di Sicilia. / CV

Bibliografia
Giacomo Di Girolamo, Gomito di Sicilia, Laterza, 2019, pp.126, € 13.–.


Dimenticare Goa

Viaggiatori d’Occidente - L’ultimo rifugio degli hippie in India sta rapidamente cambiando
/ 01.04.2019
di Claudio Visentin

Negli anni Sessanta e Settanta del secolo scorso, migliaia di giovani occidentali, in fuga da famiglie troppo conformiste e dalla società dei consumi, guardarono verso l’Oriente e le sue filosofie in cerca di un’illuminazione. Alla guida di veicoli di fortuna, a cominciare dai celebri Volkswagen Kombi, questi disertori dell’Occidente tracciarono la «Rotta hippie« (Hippie Trail): seimila miglia attraverso sei Paesi e tre grandi religioni. Si partiva da Istanbul per poi attraversare la Turchia, l’Iran, l’Afghanistan, il Pakistan e l’India. Il punto d’arrivo era Kathmandu, nel romantico e medievale Nepal.

A quel punto la maggior parte degli hippie prendeva la via del ritorno e dopo mesi di libertà senza limiti cercava un nuovo spazio nella società. Altri, come Tony Wheeler e la moglie Maureen, si spinsero sino in Australia, senza sapere che vi sarebbero rimasti tutta la vita fondando la più importante casa editrice di guide turistiche al mondo, Lonely Planet. Qualcuno però non se la sentiva di tornare e preferì tagliare tutti i legami con il passato rifugiandosi a Goa, un piccolo Stato dell’India occidentale affacciato sul Mar Arabico.

Goa era stata per secoli l’avamposto dell’impero coloniale portoghese e solo nel 1961 fu riconquistata dall’esercito indiano. A Goa gli hippie trovarono lunghe spiagge sabbiose, un clima piacevole e una popolazione amichevole, anche grazie alla lunga consuetudine con gli occidentali. I giorni, i mesi e gli anni scorrevano lenti e sempre uguali tra vita di spiaggia, meditazione, piccoli commerci, amore libero.

Il personaggio più noto di quella generazione fu Cleo Odzer, una giovane hippie americana: «Un giorno vidi il cartello di un bus che andava da Atene a Goa. India! Non avevo mai sentito parlare prima di Goa ma salii su quell’autobus senza pensarci un attimo». Cleo era la ricchissima figlia del presidente di un’importante industria tessile, ma la famiglia era per lei più un problema che un’opportunità. Dopo una gioventù come groupie e modella, alla fine degli anni Settanta si trasferì a Goa, dove tornò ancora negli ultimi anni della sua vita, sino alla morte nel 2001.

Di Goa e dei suoi hippie si tornò a parlare alla fine degli anni Ottanta. Per qualche tempo la Psychedelic trance, la musica cadenzata e ipnotica dei Full moon party nella spiaggia di Anjuna, spopolò nelle discoteche di tutto il mondo.

Proprio queste feste – insieme all’uso delle droghe, il nudismo e il sesso libero – crearono una divisione tra i pur tolleranti abitanti di Goa e i loro ospiti. Inoltre, tra le due comunità c’era un equivoco di fondo. Gli hippie, stanchi della società dei consumi, apprezzavano la semplicità e la frugalità di vita degli indiani, ma questi invece cercavano disperatamente di uscire dalla povertà: insomma gli uni volevano essere gli altri. Anche per questo negli ultimi anni gli spazi d’azione degli hippie si sono ristretti: per esempio si è cominciato a chiedere loro licenze regolari e il pagamento delle tasse per i piccoli commerci nei mercati delle pulci.

Ad ogni modo il tempo risolverà tutti i problemi. La «Rotta hippie» è chiusa ormai dal lontano 1979, quando l’Ayatollah Khomeini prese il potere in Iran bloccando le frontiere e l’Afghanistan venne invaso dai sovietici. Gli hippie, nati negli anni Cinquanta, invecchiano e i loro eredi, i viaggiatori «zaino in spalla» (backpacker), hanno altre mete (Thailandia, Laos, Vietnam, America centrale) e altri stili di viaggio (per esempio Gap Year).

Al chiudersi della lunga stagione hippie, durata mezzo secolo, gli abitanti di Goa speravano in un sempre maggiore afflusso di ricchi turisti internazionali ma, con loro disappunto, è cresciuto invece soprattutto l’invadente turismo interno indiano. In un Paese con un miliardo e trecento milioni di abitanti, basta un aumento dell’1% della classe media per creare tredici milioni di nuovi potenziali turisti. Tuttavia, anche se l’economia indiana cresce a ritmi del 7% all’anno, la maggior parte delle famiglie del ceto medio ha bassi stipendi e non può quindi permettersi viaggi all’estero. Sceglie dunque luoghi come Goa, dove già oggi i turisti superano di cinque volte i residenti, con conseguenze facilmente immaginabili. E al mercato il posto delle bancarelle degli hippie è stato preso da indiani di altre regioni.

I nuovi turisti sono famiglie o giovani yuppie rampanti in cerca di divertimento. Molti di loro vengono dal nord dell’India, dove i costumi sono più tradizionali. E quindi vengono in spiaggia vestiti ma poi scattano foto alle donne in bikini. Inoltre, sono ostili al turismo LGBT, in forte crescita da quando, lo scorso anno, la Corte suprema indiana ha smesso di considerare l’omosessualità un reato. Di recente il ministro della pianificazione di Goa ha definito i turisti provenienti dal nord dell’India «la feccia della terra»: non proprio un esempio di accoglienza.

La morale della storia? Gli hippie non sono ancora scomparsi del tutto e già un poco si comincia a rimpiangerli. Ma soprattutto il turismo si rivela sempre più capace di mettere in mostra le trasformazioni (e le contraddizioni) del nostro tempo, in un continuo gioco di immagini allo specchio.