Camminando sul tetto del mondo

Viaggiatori d’Occidente - La Strada del Pamir unisce Kirghizistan e Tagikistan, ma i due Paesi si sentono sempre più diversi
/ 29.06.2020
di Paolo Brovelli, testo e foto

Tra le montagne dell’Asia centrale, lungo i nuovi e vecchi rami della Via della Seta, gran parte delle strade è ancora in terra battuta. Uno dei percorsi più alti e impervi è la Strada del Pamir, in russo Pamirsky Trakt, o M41 nella fredda nomenclatura sovietica, il cui tracciato moderno fu abbozzato al tempo degli zar a fine Ottocento, appena la zona divenne colonia russa, per scavalcare una delle regioni più elevate del pianeta: il Pamir, o Bam-i-Dunya, il Tetto del mondo. 

La Strada del Pamir comincia a Oš, in Kirghizistan, ai margini della valle di Fergana, una delle più fertili dell’Asia Centrale, a un migliaio di metri d’altitudine. Se qui un tempo era tutto Impero russo e poi Unione sovietica, dal 1991, quando sono sorte le repubbliche post-sovietiche, la strada lega due mondi: quello dei kirghizi, di retaggio turco, e quello dei tagiki, che invece sono vicini parenti dei persiani, indoeuropei. Due mondi giustapposti, che da lontano paiono vicini, ma invece furono nemici, con antenati, costumi, lingue, facce diverse.

Tra Oš e Dušanbe, la capitale del Tagikistan, all’altro capo della Strada, corrono quasi milletrecento chilometri, solo duecento dei quali nel Kirghizistan. Sono anche quelli con il fondo migliore, ben asfaltati (a parte gli ultimi, l’arrampicata fino al passo Kyzyl Art a 4280 metri). Si snodano tra verdi pascoli d’altura e qualche yurta, ché in Kirghizistan la transumanza è ancora molto in voga, quasi una specie di rivincita sull’abbandono forzato del nomadismo in epoca sovietica. Le mandrie son perlopiù di cavalli; qui l’equino è compagno di vita, mezzo di trasporto, produttore di carne e di latte che, fermentato, diventa kumis, la bevanda nazionale. È ricchezza insomma, come sempre è stato per il nomade dell’Asia che per primo l’ha addomesticato nella notte dei tempi. 

Cugini stretti dei kazaki, i kirghizi, calati secoli addietro fin dalla Siberia, ora son padroni di questo paese ritagliato tra i monti un po’ a casaccio, come sempre s’è fatto per le colonie. Infatti, i kirghizi trabordano: ancora oltre al passo e al confine che introduce nell’altopiano del Pamir e in Tagikistan, troviamo gli stessi zigomi puntuti, gli stessi occhi a mandorla, la stessa lingua turca. Pascoli però non ce ne sono più, né cavalli. Qui ci sono solo rocce, polvere e un orizzonte di picchi vestiti di neve; il filo spinato si srotola a sinistra, che di là c’è la Cina e qui c’era l’URSS. 

Nell’aria sottile che taglia la faccia, d’estate i villaggi sono un deserto popolato solo di donne e bambini mocciosi; gli uomini, pendolari del bisogno, ci si rifugiano solo d’inverno. Karakul per esempio, a 3900 metri, è solo un pugno di case bianche e scalpiccio nelle vie silenziose in riva al suo lago, salato più del mare e pieno di zanzare.

Solo al crocevia di Murghab kirghizi e tagiki cominciano a mischiarsi, o almeno a star vicini. È un grosso villaggio povero e cupo come il suo mercato: i negozi sono ricavati in container arrugginiti, intorno a me occhi severi, di donne velate e schive, ché i tagiki son più sensibili al richiamo di un certo Islam. Non mancano neppure le cineserie, d’altronde la frontiera cinese è vicina e nemmeno in queste lande ci si può sottrarre a One Belt, One Road, l’ambizioso progetto cinese di una nuova Via della Seta. Da lì affluiscono miliardi a palate, da spendere in nuove strade e infrastrutture, con malcelata inoculazione di dosi massicce di influenza politica e culturale. Molti giovani tagiki e kirghisi imparano ora il mandarino e vanno a studiare a Shanghai o a Pechino, snobbando Mosca…

Con una deviazione verso sud ci stacchiamo dalla strada principale. Il fondo è ancor più impervio e sfocia di fronte al Panj, che sarà poi l’Amu Darya, il «fiume mare» dell’Uzbekistan. Il Pamir è padre di tutti i grandi fiumi dell’Asia centrale, asso che il povero Tagikistan forse potrà calare nel secolo XXI, quando l’acqua, sempre più scarsa, sarà «oro blu». Il Panj si snoda nella Valle del Wakhan, da sempre il corridoio per arrivare in Cina. Di là è Afghanistan, una regione di genti del Pamir, parenti dei tagiki dalle vesti variopinte. 

La vasta valle è un’oasi rigogliosa dove rifiatare dagli estenuanti spigoli dell’altopiano. Ci sono villaggi in terra cruda e bei campi arati, cammelli al pascolo, pastori e capre, file di donne cariche di fascine. Un mondo lento. A bordo valle si stagliano rovine antiche di fortezze, a tener d’occhio il passo, o templi buddisti, ché questa fu la via occidentale dei monaci provenienti dalle rinomate università-monastero del Gandhāra, ora nell’alto Pakistan. 

Poi torniamo sulla M41, ancora con le montagne afghane in faccia e i sobbalzi nelle reni. Le rare anse si fanno oasi sui due lati, come Khorog, vivace capitale di provincia, piena di mercati e pulmini carichi, già proiettata verso i passi che portano giù a Dušanbe, la capitale del Tagikistan.

I tagiki sventrano i quartieri sovietici e ripropongono la narrazione del loro mito nazionale. La nuova identità tagika parte da Ismail I, emiro della dinastia samanide che ha riunificato la Persia storica a cavallo del primo e del secondo millennio, spostandone il centro nella sua periferia, a Bukhara e Samarcanda, città tagike in esilio in terra uzbeka. Per i soliti ritagli dei confini coloniali la ex repubblica sovietica del Tagikistan ha dovuto accontentarsi di puntar su Dušanbe, ex villaggio senza importanza. Il colosso di Ismail sotto un arco tutto d’oro domina oggi la piazza principale, con un parco innaffiato da fontane e una collina su cui torreggia, neoclassica, la locale «Casa Bianca». 

In Tagikistan oggi tutto vuol essere samanide, dalla moneta nazionale, il somoni, a quella che un tempo coi suoi settemilacinquecento metri era la vetta più alta dell’URSS, il Picco del comunismo, ora dedicato a Ismail Samani. Tutto fa brodo, per irrobustire la coscienza nazionale. Persino vietar per legge i nomi arabi o russi, tagikizzando anche i cognomi, come ha fatto anche il presidente a vita, Emomali Rahmon, che fino a qualche anno fa si chiamava Rahmonov.

Ma poi tanto c’è sempre qualcuno più realista del re, come l’amico Amirbek, fruttivendolo nel nuovo bazar centrale, lindo come una sala da ballo. Lui risale ancora più indietro nel tempo e sostiene che tutto cominci dai Sogdiani, la cui parlata fin dal VI sec. a.C. era lingua franca lungo la Via della Seta. Oggi sopravvive nel dialetto yaghnobi, destinato all’estinzione con Amirbek e la sua generazione. E mi fermo qui, prima che qualcuno risalga ancora più indietro, chissà, fino all’uomo di Denisova, vissuto settantamila anni or sono, al tempo dei Neanderthal…