L'itinerario

Partenza  

Per chi arriva in macchina da Sion, prendere la strada in direzione di Savièse, dove si troveranno le indicazioni per il Torrent Neuf. In località Binii c’è un primo grande posteggio, mentre un altro è situato un po’ più in alto. Entrambi sono gratuiti.

Dal posteggio P1 (1'049 msm) fino all’inizio del percorso del Torrent Neuf (Sainte Marguerite), bisogna contare una camminata di circa 40 minuti, con un centinaio di metri di dislivello.

Dal  posteggio P2, sono circa 20 minuti con 50 metri di dislivello.

L’intero percorso di andata e ritorno lungo il bisse, da Sainte Marguerite alla buvette di Brac (alla fine del tracciato visitabile) dura dalle 2.30 alle 3 ore (dislivello meno di 100 metri).

L’itinerario è facile e per niente pericoloso, ma bisogna tener conto del fatto che il sentiero supera qua e là dei passaggi piuttosto vertiginosi, per cui è sconsigliato per chi soffre di vertigini.

In estate è prudente portare con sé dell’acqua da bere lungo il percorso.

Raccomandazioni 

L’Association pour la sauvegarde du Torrent-Neuf  avverte con dei pannelli e sul suo sito internet, che i visitatori devono seguire alcuni consigli di sicurezza:

- i bambini vanno accompagnati e sottostanno alla responsabilità dei genitori;
- le carrozzine non sono ammesse;
- proibito l’uso di  roller, skateboard, mountain bike, ecc.

Links utili

https://www.torrent-neuf.ch
http://www.les-bisses-du-valais.ch
http://www.musee-des-bisses.ch


Bisses d’acqua

Passeggiata - Un’escursione al «Torrent Neuf» di Savièse, antico canale d’irrigazione vallesano
/ 18.02.2019
di Romano Venziani, testo e immagini

Mi precede zoppicando, appoggiato a una stampella, André, mentre risaliamo il pendio seguendo il serpeggiare fluido di un canale, in cui scorre rumoreggiando un’acqua limpida accarezzata qua e là dagli sbaffi verde chiaro delle felci.

«Mi hanno nominato répartiteur d’eau nel 1995» mi dice, orgoglioso. «È un mestiere antico e importante, lo facevano già mio nonno e mio padre e io seguo la tradizione di famiglia. All’epoca dormivo in quella cascina laggiù, perché allora c’erano anche i turni di notte, per far sì che i consorziati avessero l’acqua il mattino presto».

È un omone sull’ottantina, André, curvo sulla sua stampella che sembra dover reggere il peso di tutta una vita. Una vita trascorsa accanto all’acqua, del cui defluire lui conosce ogni segreto. «Devi avere buon occhio e buon udito – continua – perché l’acqua ha un suo canto, ora tranquillo, ora gioioso. È un’armonia fluida che devi conoscere a fondo, per capire quando c’è qualcosa che non va».

André Varone, quando l’ho incontrato, era il custode del bisse Torrent Neuf di Savièse, il canale d’irrigazione che disegna la montagna sopra Sion, in Vallese, scolpendo una lunga cicatrice che attraversa le pendici spoglie del Mont Prabé per poi diramarsi in un intrico di capillari sui prati del costone e, più giù, nella distesa di vigneti sovrastanti la città.

È una struttura complessa, l’arco alpino, e una delle conseguenze di questa complessità è la presenza di tanti microclimi, che contraddistinguono molte delle sue vallate. Come il Vallese.

Il cantone si sviluppa da est a ovest, formando un largo solco aperto tra le Alpi vallesane e quelle bernesi. Le perturbazioni, provenienti da sud e da nord spingendo nubi gonfie di umidità, si scontrano con la barriera di montagne e, risucchiate verso l’alto, si liberano del loro carico di pioggia, risparmiando la valle del Rodano, su cui l’aria ormai calda e asciutta ricade sotto forma di favonio. 

La regione è così conosciuta per il suo clima particolarmente secco, ideale per la coltivazione della vite e degli alberi da frutta, che necessitano comunque di acqua. 

Oltre a dissetarci e a rifornirci d’energia, l’acqua è il nutrimento del mito, elemento primordiale e dominante che informa il racconto mitologico di tutte le civiltà, dalla più piccola alla più grande, senza eccezioni. Tutte le idee di creazione, a qualsiasi latitudine, sono collegate alla presenza dell’acqua, che è sostanza costitutiva del mondo e di ogni essere vivente, sorgente di vita e di fertilità. E dove l’acqua non c’è, l’uomo ha fatto di tutto per procurarsela inventando ingegnosi sistemi.

In Vallese, i contadini sono andati a prenderla sulle montagne, ai piedi dei ghiacciai, dove sgorga copiosa e spumeggiante, e, per trasportarla al piano, hanno inventato i bisses, interminabili canali (questo il significato del termine nel dialetto locale) scavati nella terra e nella roccia più friabile oppure, quando ciò non era possibile, fabbricati in legno. Dal tredicesimo secolo, o forse anche da prima, i Vallesani hanno così creato una trama di canali a cielo aperto, che s’infittisce nei secoli seguenti, intersecando i versanti assetati della valle per una lunghezza totale di quasi 2mila chilometri.

Un inventario allestito dal Musée des Bisses di Ayent elenca 272 bisses, in maggior parte situati nell’alto Vallese germanofono, dove sono chiamati Suonen. E forse sono proprio nati lì, grazie agli abili artigiani walser, che avevano trovato il metodo per superare le pareti strapiombanti, ancorando i rudimentali «acquedotti» di legno alla roccia e creando incredibili strutture sospese nel vuoto. 

Una tecnologia che i Walser porteranno con sé nel loro esodo attraverso le vallate alpine e che, tra l’altro, nei primi decenni del 1200, gli permetterà di gettare sulle temute gole della Schöllenen un’ardita passerella, aprendo così un passaggio più agevole sulla strada del San Gottardo. 

Il canto dell’acqua ora si è fatto più tranquillo. È diventato un lungo sospiro che mi avvolge, mentre seguo il passo lento di André lungo il canale del Torrent Neuf. Anche il sottobosco è cambiato, scomparsi i cespugli di ontano e le felci, si è aperto e la dominanza dei verdi si è dissolta nel grigio uniforme del terreno argilloso. Il sentiero che costeggia il bisse è pelato come una mano segnata da un reticolo di vene, le radici affioranti delle conifere, che ci regalano un’ombra rinfrescante e leggera.

«Credo proprio che sarò l’ultimo guardiano del bisse» borbotta André. «È un peccato abbandonare una così bella tradizione, ma i giovani non vogliono farlo, perché per l’acqua non c’è né sabato né domenica. Bisogna amare il mestiere e la natura». Intanto l’anziano répartiteur d’eau ha tolto un pesante lucchetto da una saracinesca e la solleva a fatica aprendo uno stretto varco, da cui una parte dell’acqua del bisse inizia a defluire in un canale laterale.

La storia del bisse del Torrent Neuf di Savièse s’intreccia con la storia del paese e dei suoi abitanti. 

I lavori di costruzione iniziano nel 1430 e durano 18 anni. È il primo grande periodo di realizzazione dei bisses, che risponde a nuove esigenze socio-economiche. Alla metà del secolo precedente, una terribile epidemia di peste si era abbattuta su tutta l’Europa uccidendo un terzo della sua popolazione. Il Vallese, nonostante il suo relativo isolamento alpino, non sfugge al flagello. Con il calo demografico aumentano i terreni agricoli a disposizione degli abitanti scampati al contagio, rendendo possibile l’incremento dei capi di bestiame e, di conseguenza, il commercio della carne, più redditizio di quello dei cereali. La produzione di foraggio richiede però un maggior consumo di acqua, che i contadini andranno a cercare nei luoghi più remoti trasportandola sui pascoli grazie ai bisses, appunto.

Quello del Torrent Neuf rimane in funzione per mezzo millennio, fino al 1934. In quel momento, l’agricoltura si fa più vorace e inghiotte quantitativi sempre maggiori di acqua. Il bisse ne porta 370 litri al secondo, ma non bastano, per cui si decide di abbandonarlo e di scavare un tunnel di quattro chilometri attraverso la montagna. La gente del posto accoglie la sua sostituzione come una rivoluzione, perché il canale a cielo aperto necessita di una regolare manutenzione, si deve ripetutamente pulirlo, sigillare le falle con rami e aghi di pino, riparare i manufatti in legno rovinati dalle intemperie, smontarli a inizio autunno, per non farli spazzar via dalle valanghe, che precipitano dal Mont Prabé, e rimetterli al loro posto a primavera. Un lavoro duro e pericoloso, che ogni tanto fa qualche vittima, come quel tale Luyet, che perde l’equilibrio e precipita per trecento metri gridando «Adieu les copains», prima di sfracellarsi sul fondo del burrone.

Ogni anno, finito l’inverno, i bisses tornano a intonare la loro fluida melodia, mentre il prete benedice l’acqua sorgiva, che riprende a scorrere, e la gente festeggia con vino e raclette, in una sorta di rito propiziatorio.

La gestione dell’acqua era (ed è ancora) affidata a un consorzio di proprietari che si uniscono per costruire il canale, assicurarne la manutenzione e gestirne lo sfruttamento secondo un rigoroso disciplinare. Ogni membro del consorzio ha diritto ad una certa quantità giornaliera di acqua, normalmente espressa in ore o frazioni di ora, e paga questi diritti in base alla superficie dei terreni da irrigare. 

«Questo è il registro» racconta pensoso André, mentre sfoglia un grosso quaderno. «Ogni bisse ha il suo guardiano che lo tiene aggiornato annotando i diritti di ciascun consorziato, i pagamenti, gli eventuali passaggi di proprietà, le cessioni, perché il diritto d’acqua si trasmette per eredità, ma può anche essere venduto». André, il répartiteur d’eau, soppesa con gli occhi il quaderno, soddisfatto e orgoglioso del compito che gli hanno affidato. Ogni giorno, feste comprese, apre e chiude le saracinesche, distribuisce l’acqua, controlla che scorra libera nel bisse e che nessuno se ne appropri senza averne diritto.

Dei quasi duemila chilometri di bisses, 700 sono ancora utilizzati e forniscono l’80 per cento dell’acqua necessaria all’agricoltura vallesana. Il resto è stato abbandonato. Molti canali sono ormai soffocati da terriccio e sassi, ricoperti da un intrico di vegetazione, e i manufatti in legno, staccati dalle pareti strapiombanti, marciscono in fondo ai dirupi. 

Anche il percorso originario del Torrent Neuf di Savièse avrebbe fatto questa fine, se non fosse stato per un manipolo di appassionati, che nel 2005 fondano un’associazione con lo scopo di restaurarlo e riportarlo in vita.

«All’inizio ci dicevano tutti che eravamo una banda di matti» ricorda Patrick Varone, il presidente. 

«Certo, c’è voluta una buona dose d’incoscienza, per immaginare il progetto, prima, e metterlo in atto poi. Ma, si sa, i Vallesani sono tenacemente fedeli al motto “Pà Caponà”, che, per la gente di qui, sta per “non mollare”». 

E così ne è nato uno spettacolare sentiero escursionistico, lungo otto chilometri, che segue il canale fin quasi alle sue origini, partendo da Sainte Marguerite, attorno ai mille metri di quota, dove è stata aperta un’accogliente buvette e restaurata l’antica cappella, del 1448, eretta dai contadini dell’epoca, profondamente religiosi, come solida richiesta di protezione contro i pericoli della montagna. «Siamo contenti del risultato» racconta Partick. «È stata comunque una lezione di umiltà verso i nostri antenati, che hanno fatto un lavoro molto più imponente del nostro. E lo hanno fatto con niente».

Dove il canale corre nel bosco, scavato nel terreno o nella roccia scistosa, il suo recupero è stato più semplice. Tutt’altro discorso quando si è trattato di affrontare le pareti calcaree del Prabé, che il bisse attraversava con un impressionante tracciato aereo. Il canale in legno è stato parzialmente rifatto, riproducendo ex novo i vari componenti della struttura o riutilizzando quando possibile quelli originali. 

I passaggi più impegnativi, a ridosso delle pareti rocciose del Prabé, si superano su tre ponti «tibetani», dai quali si può osservare in tutta sicurezza l’antico percorso del bisse. Sospeso sopra cento metri di vuoto mozzafiato, da cui mi separa solo il graticcio metallico del ponte, osservo le vecchie travi infilate nella roccia. Su ognuna è scolpita una data, l’anno in cui è stata incastrata lì da un acrobatico artigiano, e delle strane incisioni, i marchi di famiglia, che il guardiano di turno sapeva interpretare, deducendo chi aveva posato il bisse e quando la trave andava sostituita per «raggiunti limiti di età». 

«Non finirò mai di ripeterlo – conclude Patrick con convinzione – chi sa preservare e valorizzare ciò che il suo territorio gli offre e quanto ha ricevuto in eredità da chi lo ha preceduto, sarà in qualche modo ripagato». E l’esempio del Torrent Neuf di Savièse lo conferma. L’idea di recuperarne il tracciato, nata da un sentimento di fedeltà e di rispetto verso gli antenati e la propria storia, si è rivelata vincente, dando vita a una straordinaria attrazione turistica, creata e gestita da volontari e visitata ogni anno da centomila persone. Più del doppio dei castelli di Bellinzona.