Aria di novità

Viaggiatori d’Occidente - Alcuni cambiamenti nel turismo sembrano irreversibili
/ 14.09.2020
di Claudio Visentin

Qualche mese fa, proprio su queste pagine, scrissi che la durata della crisi sarebbe stata un fattore decisivo per valutare il suo impatto sul mondo dei viaggi. Una crisi anche intensa ma di breve durata avrebbe permesso di tornare rapidamente alla normalità, sia pure con qualche danno; una crisi più lunga avrebbe invece cambiato alcune regole del gioco.

Quest’ultimo scenario è il nostro presente. Inutile negare l’evidenza, come troppi hanno fatto vivendo l’estate 2020 come se nulla fosse successo (e ne vediamo già le conseguenze nel numero di contagi). Dobbiamo invece accettare che una nuova idea di turismo sta prendendo forma e provare a comprenderla meglio, in una prospettiva di cambiamento e adattamento.

Alcune novità del viaggio 2020 sono ormai evidenti: più vicino e meno lontano, più lento e meno veloce, più cammini e meno città d’arte, più auto (o camper) e meno aerei, più case in affitto e meno alberghi ecc. Soprattutto più turismo nazionale. Abituati all’idea che la Svizzera fosse sicura ma un po’ noiosa, abbiamo invece scoperto infinite possibilità: chi l’avrebbe detto. Alla Svizzera manca solo il mare (e non abbiamo soluzioni in vista per questo…) ma, sin dal secolo scorso, il Ticino col suo clima e i suoi laghi offre un accettabile surrogato. E così è stato, ancora una volta: la buona, vecchia Sonnenstube è tra i protagonisti di questa estate, come nuova nonostante gli anni.

Ancora più importanti sono state le conseguenze del telelavoro. Liberati dall’obbligo di timbrare il cartellino, molti si sono spostati in luoghi più gradevoli, per esempio la casa di famiglia in montagna o qualche piacevole località di mare, purché ci fosse una buona connessione. Ma una volta insediati in un posto dove l’ora in treno da pendolari si trasforma magicamente in un bagno al mare, l’impulso ad andare in vacanza scema. Le vacanze sono sempre state l’antidoto al lavoro d’ufficio nelle grandi città, ma se cambiano queste variabili si trasforma (e si riduce) anche la motivazione al viaggio.

Ecco perché se in un primo tempo abbiamo fatto soprattutto la conta dei danni, e disposto aiuti d’emergenza, ora si tratta piuttosto di cambiare abitudini consolidate, di governare e assecondare questo cambiamento con provvedimenti intelligenti. Un esempio?

Un grande esperto di turismo come Antonio Preiti ha proposto di riservare solo agli alberghi i soggiorni brevi di pochi giorni. Chi invece affitta camere attraverso piattaforme come Airbnb dovrebbe rivolgersi ai nuovi nomadi digitali o remote worker (o come preferite chiamarli) offrendo loro solo soggiorni di media e lunga durata, comunque non inferiori a una settimana. Preiti conclude lucidamente: «In sostanza, avremmo due mercati, quello alberghiero, che non subirebbe così una concorrenza asimmetrica (di chi offre lo stesso tipo di servizio, ma senza gli obblighi di legge e le garanzie per il consumatore) e quello degli affitti brevi, che sarebbero davvero tali, in quanto presuppongano una permanenza non di un solo giorno. In questo modo avremmo città più ordinate, i dati statistici rispecchierebbero la realtà e, soprattutto, aiuterebbero a far crescere un nuovo tipo di turismo che vive la città come residente».

Non è un’utopia, alcune grandi città hanno già cominciato a dettare regole di questo tipo anche prima della pandemia. Per esempio a New York è vietato affittare un intero appartamento tramite Airbnb per meno di un mese (mentre è sempre possibile affittare una stanza della propria casa); anche Parigi e Amsterdam hanno messo dei paletti.

Nel frattempo alcune procedure di emergenza introdotte per ragioni sanitarie sembrano aver trovato un loro senso. In questo momento gli aeroporti, nel loro insieme, mi sembrano più puliti, più sicuri ed efficienti. Per esempio le nuove regole d’imbarco e sbarco dagli aerei senza contatto, fila per fila, hanno eliminato situazioni caotiche alle quali le compagnie low cost ci avevano abituato (male). E anche le nuove disposizioni sul bagaglio a mano (per evitare affollamenti alle cappelliere) hanno mostrato che imbarcare il proprio bagaglio nella stiva potrebbe essere una buona idea per evitare perdite di tempo al momento di salire o scendere dall’aereo. Aspettare poi qualche minuto al nastro dei bagagli è davvero un così gran male?

Un ultimo esempio, decisamente più esotico? Il safari è il prodotto più caratteristico del turismo in Africa ma da sempre, forse per un’inconsapevole eredità coloniale, è stato offerto solo ai turisti internazionali. Giraffe Manor, un albergo di Nairobi famoso per le giraffe libere che si affacciano alle finestre delle camere, ha proposto su Instagram un’offerta speciale per i kenioti. Questi ovviamente si sono offesi, a cominciare dalla scrittrice di viaggio Harriet Akinyi: «Ho strabuzzato gli occhi quando ho visto l’offerta. Che ipocrisia rivolgersi al mercato nazionale solo perché c’è la pandemia!».

Harriet ha qualche ragione: proprio perché le crisi sono sempre possibili, l’albergo delle giraffe avrebbe dovuto aprire alla clientela nazionale già qualche anno fa, in tempi non sospetti. Certo non è così semplice: il costo di un safari di lusso è normalmente fuori dalla portata del turista africano: spesso un mese di stipendio in Kenya non basta a pagare un giorno di safari. Ma è importante trovare proposte, magari diverse, per coinvolgere anche la comunità che vive intorno all’albergo e qualcuno a dire il vero lo ha già fatto; per esempio Asilia Africa, una società che gestisce venti campi tendati in Africa orientale, ha sempre proposto tariffe ridotte per i locali e dopo aver perso la sua clientela internazionale si è limitata a promuoverle più attivamente, in questo caso senza rimostranze.

In realtà il cambiamento nel turismo è sempre stato la regola. Basti pensare che un secolo fa non si sciava né si faceva vita di spiaggia. Il virus ha solo accelerato il ritmo della trasformazione e forse non è neppure un male.