Arakan arcano

Viaggiatori d’Occidente - Oggi segnata sulle carte con il nome Rakhine, questa terra confinante con il Bangladesh resta lo Stato meno sviluppato del Myanmar
/ 11.03.2019
di Massimo Morello

«Vai in Arakan, è un luogo arcano» mi aveva consigliato un vecchio amico alla vigilia del mio primo viaggio in Birmania. L’idea di un luogo arcano mi affascinava. Risuonava anche nel nome: Arakan. Sulle mappe appariva come una terra incognita, confinante a ovest con il Bangladesh, intersecata da fiumi che sfociavano nel golfo del Bengala formando un ampio delta.

Seguendo quei richiami il mio primo viaggio in Birmania mi aveva portato a Mrauk-U, antica capitale di quel regno d’Arakan che si narra sia stato visitato da Gautama Buddha, il Buddha storico, circa 2500 anni or sono; e prima ancora, nel corso di altri cicli cosmici, dai precedenti Buddha.

Le immagini di quei Buddha mi apparvero raccolte nelle centinaia di stupa, templi, pagode che compongono il paesaggio mistico di Mrauk-U, sovrapposto a quello naturale in forme spesso indistinguibili. Albe e tramonti erano colorati da quella patina di luce e vapore che i birmani chiamano than hlat, foschia dorata, trafitta dalle sagome ogivali degli stupa; le palme coprivano le alture circostanti e contornavano i fiumi, i fiumiciattoli, gli stagni, i canali dell’ennesima Venezia d’Oriente.

Nel XVI secolo Mrauk-U era un centro commerciale in contatto con l’Europa, integrato nella rete di traffici commerciali che passavano per la Baia del Bengala. Ma ben poco resta di quell’età dell’oro, solo un villaggio, circondato da rovine di templi e palazzi disseminate in un raggio di una decina di chilometri. Trascorrevo le giornate a vagabondare, chiacchierando coi monaci, fermandomi a condividere il tempo, il tè e un dolce alla banana in qualche banchetto del mercato o in un vecchio albergo immutato dai tempi di Kipling.

Quella stessa atmosfera di sospeso incanto l’ho ritrovata ora, vent’anni dopo. Sono tornato sui miei passi seguendo il cammino delle donne che fanno la spola alla sorgente, con grandi otri sul capo; ho incrociato carretti, tuttora il mezzo di trasporto locale, fermi all’ombra di grandi alberi della pioggia, dove i passeggeri scendono per comperare acqua e frutta e preparare il betel.

Con rinnovata ma in fondo identica emozione ho visitato Shittaung, il più complesso e meglio conservato dei monumenti di Mrauk-U, perdendomi nel suo piano labirintico forse destinato a misteriosi riti iniziatici. E ancora una volta la pagoda di Ko-Taung m’è apparsa come una specie di modellino di Borobudur, a Giava. Ho ritrovato anche la piccola pagoda sovrastata da una statua del Buddha dove un vecchio seduto all’interno meditava sgranando un rosario e con un gesto mi aveva invitato a condividere il suo spazio. È scomparso solo lui.

Vent’anni fa la Birmania era un paese estraneo alla globalizzazione che stava trasformando i paesi del sud-est asiatico come tessere di un domino. Era, come oggi lo è la Corea del Nord, uno «Stato eremita», un paria della società internazionale, dominato da una feroce dittatura. Da allora anche in Myanmar – come si dice ora – la storia ha subito un’accelerazione. Pur tra problemi, incertezze, ambiguità, la Birmania ha mosso i primi passi verso la democrazia. La società, la cultura, l’economia si stanno ridefinendo secondo il modello della nuova globalizzazione in chiave asiatica.

Il mio ritorno in Arakan – ma sulle carte ora si chiama Rakhine – voleva essere uno studio di questo cambiamento, ma si è rivelato invece un ritorno al passato. Forse perché il Rakhine resta lo Stato meno sviluppato del Myanmar (con un tasso di povertà del 78%); forse perché è al centro dell’attenzione mediatica per le vicende dei Rohingya, la minoranza musulmana intrappolata nei campi rifugiati in un perenne ciclo di persecuzioni, fuga e disperazione.

Il regno arakanese fu conquistato dai birmani oltre duecento anni or sono, divenne poi colonia inglese ma pagò i clamorosi errori della partition, la spartizione dell’Impero britannico in India del 1947: molti Rohingya speravano allora di divenire cittadini dell’East Pakistan (oggi Bangladesh) a maggioranza musulmana; si ritrovarono invece birmani.

«Non c’è mai una sola verità fusa nel bronzo. Ogni società cerca il suo cammino in funzione della propria identità» ha scritto Jacques P. Leider, responsabile dell’Ecole Française d’Extrême-Orient per il Myanmar, studioso dell’antica storia dell’Arakan. In una situazione complessa Leider è una delle poche voci fuori dal coro, probabilmente perché mette in guardia contro ogni lettura moralistica del problema, richiamandosi invece a un’analisi storica.

In Arakan, almeno per un profano, tutto appare misterioso come il Byala, antico animale mitico simbolo di questa terra, formato dall’unione di nove animali, veri e fantastici; o ancora il weikza, monaco e mago dai poteri sovrannaturali.

Oggi Mrauk-U sogna di diventare Patrimonio culturale dell’umanità Unesco, entrando così nella contemporaneità. Perderebbe un po’ della sua magia, forse, ma in compenso ne guadagnerebbe molto la vita della popolazione grazie ai guadagni del turismo.

Nell’attesa che la storia faccia il suo corso, oggi come una volta ho lasciato Mrauk-U in battello. Si naviga lentamente lungo il corso del fiume Aungdat Chaung, tra rive basse coperte da risaie e macchie di palme, sino alla baia di Hanka. Dopo tre ore, il viaggio si conclude a Sittwe, capitale e porto d’ingresso del Rakhine. Il fronte del porto è una quinta di vecchi magazzini, negozi di mercanti indiani, un grande mercato. Il molo centrale è coperto dai banchi del pesce. 

Ormeggiati alla fonda, vedo i cargo impiegati nel Golfo del Bengala e i pescherecci cinesi con le stive piene di meduse e oloturie. Sittwe potrebbe essere la location di un film ispirato ai romanzi di Conrad, in un’aria densa di calore, umidità, odori. Poco più a nord, in un lungomare rinfrescato dal vento e delimitato da banchetti che grigliano il pesce, una lunghissima spiaggia. Scriveva Conrad: «Inseguire il sogno e poi ancora il sogno».