India, Assam, Majuli

Ai confini dell’India

Viaggiatori d’Occidente - L’Assam è la cerniera tra India, Tibet e Sud-est asiatico
/ 08.04.2019
di Marco Moretti, testo e foto

Uomini vestiti di bianco suonano tamburi e cantano, seduti per terra nel salone spoglio di un grande tempio, al centro di un giardino circondato da portici con le celle dei monaci. È un satra, uno dei 28 monasteri induisti di Majuli, la grande isola al centro della bassa valle del Brahmaputra, in Assam. Il tempio è aperto sui due lati più lunghi, in fondo un’edicola con il fuoco perenne e una copia del Bhagavad Gita (il testo sacro con l’insegnamento di Krishna); non ci sono idoli, né bramini a officiare il culto. È una singolare forma di induismo – senza caste, né idoli, né abitudini vegetariane – codificata nel XV secolo dal filosofo assamese Sankardev. Un culto che mutua dal buddhismo la vita monastica ma è votato a Vishnu (il dio conservatore indù) attraverso il suo avatar Krishna, per mezzo di musica, danza e teatro.

Anche questi monasteri ribadiscono la diversità dell’Assam dal resto dell’India e mostrano quanto questo Stato all’estremo oriente del subcontinente indiano sia la vera cerniera con il Tibet e il Sud-est asiatico. Qui una miriade di etnie semi mongoloidi di ceppo soprattutto Burmo-tibetano ma anche Thai sono migrate nell’ultimo millennio da Tibet, Bhutan, Nepal, Cina e Birmania, mescolandosi agli Assamesi veri e propri, la più orientale popolazione di lingua sanscrita, modificandone dieta, costumi e fede. In Assam la gente è timida e discreta (rarissimo in India) e non annuisce dondolando la testa come gli altri indiani. Qui i vegetariani sono rari. In cucina non si usano spezie e i dhal indiani si mescolano a chowmein cinesi e a momo tibetani. Come in tutto il Sud-est asiatico si usano i bilancieri per trasportare le merci sulle spalle.

Si raggiungono i satra in rickshaw sobbalzando su strade sconnesse. Il maggiore è quello di Aouniati, vicino alla cittadina mercato di Kamalabari, visitato da molti pellegrini: qui il tempio ospita preziose pitture murali, una grande statua di Garuda (veicolo di Vishnu, non idolo da adorare) ed eccezionalmente una piccola statua di Krishna che suona il flauto. A stupire di più è però quello di Samugari, il satra delle maschere, perché qui da cinque secoli una famiglia di monaci, liberi di sposarsi, tramanda di padre in figlio, l’arte di fabbricare maschere di divinità e animali mitici, impastando argilla ed escrementi di vacca su un’intelaiatura di bambù poi coperta di cotone e dipinta. Sono maschere coloratissime usate per danza, teatro e per il Ras Mahotsav Festival, nella terza settimana di novembre.

Camminando tra risaie e paesaggi bucolici popolati da infinite varietà di uccelli tropicali, a mezz’ora da Garamur si raggiunge un villaggio Mishing, una minoranza linguistica sino-tibetana giunta qui in tempi remoti dal nord della Cina. Hanno uno stile di vita molto simile a quello dei villaggi del Laos settentrionale: allevano maiali, pescano e coltivano riso e patate (i principali alimenti dell’Assam insieme al pesce di fiume), fanno fermentare il riso per produrre una bevanda alcolica, vivono in case a palafitta con strutture di bambù e pareti di rattan, tessono su telai sistemati all’ombra sotto le loro case. Ospitali, invitano i rari visitatori nelle loro abitazioni offrendo birra di riso e spartendo il loro cibo.

Chiuso tra il tibetano Arunachal Pradesh e gli Stati al confine con la Birmania, l’Assam si estende nella bassa valle del Brahmaputra (significa Il figlio di Brahma, il dio creatore degli indù), il fiume sacro che nasce in Tibet e dopo 2900 chilometri raggiunge il Golfo del Bengala dopo essersi unito al Gange nell’infinito delta dei Sundarban. Con le piatte coste sabbiose, in Assam il Brahmaputra si presenta come un’immensa distesa d’acqua senza orizzonte. Lo si attraversa più volte col traghetto per raggiungere Majuli e per visitare l’isola tempio di Umananda. La capitale Guwahati è invece una città caotica, rumorosa e inquinata, dove il primo istinto è fuggire; vicino al tempio nepalese, una delle rare attrazioni cittadine, il tè è venduto in una miriade di botteghe. Le piantagioni di tè, piantate dagli inglesi nell’Ottocento, si estendono su un’ampia parte del territorio. La varietà assamica, con una pianta più bassa della tradizionale Camellia sinensis, è coltivata in pianura, e dà un tè nero esportato in Europa soprattutto per preparare la miscela breakfast. Immense piantagioni di tè costeggiano l’unica strada che da Guwahati attraversa l’intero Assam verso nord-ovest. Il tè è alternato all’altra grande coltura locale, il riso, del quale si contano 220 varietà.

Poche ore a nord di Guwahati si trova il parco nazionale di Kaziranga, il maggiore santuario del rinoceronte asiatico, dichiarato patrimonio dell’Unesco perché ospita i due terzi della varietà unicorno (2450 esemplari). Li si vede in quantità – insieme a bufali d’acqua, elefanti e cervi di palude – partecipando a un safari a bordo di fuoristrada o a dorso di elefante. Rarissimo invece l’avvistamento dei pochi esemplari di tigre presente nel parco. Kaziranga è l’unica destinazione dell’Assam ad attirare i turisti dei viaggi organizzati. Questo Stato ha eliminato da alcuni anni permessi e limitazioni per i viaggiatori indipendenti, ma la sua posizione remota e la carenza di infrastrutture (le strade a nord di Kaziranga sono pessime) limitano il loro afflusso. In tre settimane di viaggio ho incontrato appena otto visitatori occidentali: anche nel mondo del turismo di massa c’è ancora spazio per incontri e scoperte.