Acqua e vino nel deserto

Reportage - Vite e viti che crescono a dispetto delle difficili condizioni naturali e non solo. Adattamento e resilienza oggi come migliaia di anni orsono
/ 10.12.2018
di Amanda Ronzoni, testo e foto

Il 60 per cento del territorio israeliano è occupato dal deserto del Negev: 13mila chilometri quadrati di sabbia, roccia e polvere. Il clima è prevalentemente arido e le precipitazioni variano dai 200-305 mm l’anno nell’area di Be’er Sheva, ai 30 mm scarsi nella regione di Elat, nell’estremo sud. Eppure, come abbiamo visto nelle immagini di cronaca recente, non sono infrequenti le alluvioni lampo, con i torrenti in secca che si riempiono di acqua e fango in pochissime ore, trascinando tutto con loro, ma lasciandosi dietro, almeno per breve tempo, un po’ di vita. La vegetazione altrimenti è scarsa, così come le specie viventi. Il Negev è così da molto, moltissimo tempo: qui è stata rinvenuta la porzione di superficie terrestre più antica del pianeta, un’area rimasta intatta per 1,8 milioni di anni, ad onta di  agenti atmosferici e sconvolgimenti geologici. Ciò nonostante, l’uomo ha fatto la sua comparsa da queste parti già nell’Età della Pietra (circa 7000 anni a.C.), con insediamenti più articolati dell’Età del Rame e del Bronzo (tra il 4000 e il 1400 a.C.). 

Oltre agli insediamenti ebraici, la regione fu interessata dalla presenza dei Nabatei, una popolazione nomade di origine araba, che seppe nel corso dei secoli fare tesoro delle esperienze e del tecnologie di altre tribù che li precedettero, in particolare per quanto riguarda il sistema d’irrigazione cosiddetto desert rain farming (agricoltura da acqua piovana nel deserto). Di fatto i Nabatei crearono una fiorente civiltà in uno dei posti più aridi e ostili non solo del Medio Oriente, ma del mondo intero. Le ricerche in materia di clima confermano che anche all’epoca le precipitazioni erano scarse, con una stagione delle piogge tra ottobre e aprile interessata da fenomeni alluvionali.

Una delle «tecnologie» che i Nabatei si trovarono a dover sviluppare per poter sopravvivere in un ambiente così difficile, fu il reperimento e la gestione dell’acqua piovana. La regione controllata da questa popolazione tra il quarto secolo a.C. e l’annessione all’impero romano nel secondo secolo d.C. è quella dei moderni Stati di Israele e Giordania. Come altre tribù arabe, anche i Nabatei in origine erano prevalentemente allevatori di cammelli e pecore. Per sopravvivere nel deserto scavavano nel terreno buche a forma di bottiglia, più larghe sul fondo e strette in superficie, livellate con lo stucco. Quando si riempivano d’acqua piovana le sigillavano e le tenevano come scorta per i momenti di siccità. Queste preziose scorte venivano realizzate a intervalli regolari lungo le vie carovaniere, opportunamente nascoste, in modo da garantire ai gruppi in movimento abbastanza acqua fino alla sosta successiva. Un patrimonio di acqua e conoscenza gelosamente custodito, che ha permesso ai Nabatei non solo di sopravvivere, ma di prosperare in un luogo ad altri inaccessibile.

Fu così che svilupparono dapprima il monopolio nel commercio di franchincenso, mirra e spezie dalle città dell’odierno Yemen, fino ai porti del Mediterraneo, passando per quella che divenne la capitale del regno: Petra. Nel tempo, le tecnologie nabatee per la conservazione dell’acqua si affinò con il passaggio da uno stile di vita totalmente nomade a quello stanziale successivo alla creazione di insediamenti permanenti, cambiamento che si consolidò durante il periodo della Pax romana (secondo secolo d.C.). I Nabatei si dedicarono maggiormente ad agricoltura e pastorizia, e sfruttando le loro competenze in materia di reperimento e gestione delle acque, riuscirono a creare un sistema estensivo di produzione alimentare in grado di sostenere una popolazione di circa 20mila persone stanziate nel deserto del Negev. 

E fin qui abbiamo parlato di acqua. Ma lunga storia nella regione hanno anche il vino e l’attività vitivinicola. Vinaccioli di vite silvestre sono stati rinvenuti tra i resti di un accampamento di cacciatori raccoglitori del Paleolitico – datati 19’400 anni or sono – situato sulle rive sud occidentali del Lago Tiberiade, in Israele, dove gli esperti fanno risalire la domesticazione della vite durante l’età del Rame (periodo Calcolitico, IV millennio a.C.). Le citazioni che riguardano il vino nella Bibbia sono diverse e la vite appare come simbolo di abbondanza. Nella regione erano presenti vitigni antichi di cui oggi non abbiamo più traccia, in seguito a una concomitanza di fattori umani e naturali. Con l’arrivo del dominio ottomano ci fu un bando del vino per motivi religiosi, cui dobbiamo aggiungere carestie e il declino economico della regione, fattori che condannarono la produzione vinicola in terra di Israele. Per poter stappare nuovamente una buona bottiglia di vino israeliano dobbiamo arrivare a fine Ottocento, quando Edmond de Rothschild fece portare dalla Francia alcuni vitigni di pregio e li fece impiantare a Zichron Ya’akov, sul monte Carmelo, sud di Haifa. 

Oggi le regioni di produzione di vino in Israele sono cinque: Galilea (che comprende le subregioni del Golan e dell’alta Galilea), Shomron, Samson, colline della Giudea e Negev. Proprio la regione desertica esprime alcune realtà interessanti, piccole aziende a conduzione familiare, dette boutique winery, che stanno creando produzioni di qualità in condizioni climatiche davvero difficili. Recuperando il sapere degli antichi Nabatei, questi pionieri hanno ripreso siti abbandonati, dove già due millenni or sono si produceva vino. 

I viticoltori del deserto spesso utilizzano gli antichi terrazzamenti per piantare le viti, ma anche alberi da frutto, sfruttando la porosità della roccia e del terreno locali in grado di immagazzinare e rilasciare poi gradualmente l’umidità accumulata ad esempio durante la notte. L’acqua, incamerata nel sottosuolo durante le alluvioni lampo, resta a disposizione delle piante nei mesi più secchi, garantendo loro la sopravvivenza e un carattere molto deciso ai vini locali, che ad ogni sorso ci raccontano della capacità dell’uomo e della vite di adattarsi e resistere anche nelle condizioni più difficili.