Una vita su misura

Il medico Remo H. Largo, specialista in pediatria dello sviluppo, nel suo ultimo saggio riflette sull’individualità umana
/ 25.12.2017
di Natascha Fioretti

Vivere pienamente e in profondità la nostra individualità è una sfida costante che ci tiene sempre in movimento ma, soprattutto, è una sfida che dobbiamo raccogliere e non possiamo perdere se vogliamo stare bene. Parola di Remo H. Largo, classe ’43, nato a Winterthur, una vita passata ad osservare i bambini, il loro comportamento e il loro sviluppo. Studi di medicina all’Università di Zurigo e pediatria dello sviluppo all’Università della California, per molti anni ha diretto il reparto Crescita e sviluppo della Clinica universitaria per l’infanzia a Zurigo. Uno studio longitudinale sugli sviluppi di oltre 900 bambini su un ampio arco di tempo gli ha permesso di raccogliere le conoscenze fondamentali per la comprensione dello sviluppo umano tanto da indurlo a mettere nero su bianco la sua esperienza restituendo il suo modello di individualità umana. Da qui dunque nasce il suo saggio da poco uscito in Germania e in Svizzera per l’editore Fischer dal titolo Das Passende Leben (La vita su misura), nel quale Remo H. Largo traccia la storia evolutiva dell’individualità umana: «L’uomo non può vivere una vita qualsiasi ma solo la sua. Ogni essere umano aspira a vivere i suoi bisogni individuali e i suoi talenti in armonia con l’ambiente. Meglio gli riesce più crescono il suo benessere e la sua autostima». L’uomo dunque e i suoi bisogni sono al centro di un testo che non manca di esercitare una forte critica sulla società di oggi, sul nostro modo di vivere e sul nostro rapporto con la natura. «Viviamo in un tempo pericoloso nel quale l’uomo ha imparato a dominare la natura ma non a dominare se stesso». Dobbiamo imparare a gestire le nostre paure esistenziali e a ridurre le nostre pretese materiali, dobbiamo assumerci la responsabilità del nostro agire ed essere umili. In passato l’interazione tra i talenti e un comportamento solidale rappresentavano il nocciolo di una ottimale strategia di sopravvivenza. Ma la coesione sociale che includeva famiglia e collettività si è fortemente indebolita mentre si è fatta largo la società anonima pervasa da un diffuso disagio dato dalla mancanza di relazioni stabili e una cultura capace di trasmettere identità e senso collettivo.

Professor Largo, la sua è un’opera molto estesa nella quale da un lato critica la società, dall’altro propone una ricetta per vivere meglio. Crede che ne abbiamo bisogno?

Non abbiamo più un’immagine umana alla quale fare riferimento, questo è il problema di oggi. Non sappiamo più che cosa intendiamo per essere umano, che cosa un essere umano rappresenti o debba rappresentare, significare per noi. Partendo da questo presupposto ho sviluppato un modello che può aiutarci a recuperare la dimensione perduta. Ogni essere umano è unico per cui non esiste un percorso ideale, una strada maestra da percorrere che sia uguale per tutti. Ogni persona deve trovare la ricetta che gli permetta di vivere al meglio la sua vita. E non è facile oggi, anzi è sempre più difficile perché l’ambiente, il contesto nel quale viviamo negli ultimi anni si è modificato notevolmente e continua a farlo con tempi sempre più rapidi. È arrivato il momento di riflettere e di chiederci se questo tipo di ambiente sia ancora quello giusto per noi, se ci permette di soddisfare i nostri bisogni primari.

Non solo un modello, quello che lei ha elaborato è un principio per raggiungere il benessere, di cosa si tratta?
Si tratta di una legge fondamentale che ci dice di vivere seguendo e assecondando la nostra individualità. Osservandola l’essere umano è in grado di vivere un’esistenza cucita su misura per lui, una vita in sintonia con la sua eccezionalità. Alla base di questo principio risiede la supposizione dalla quale ricaviamo lo sviluppo evolutivo-biologico dell’essere umano che determina la continuità di tutti gli individui: ogni uomo con i suoi bisogni individuali e i suoi talenti aspira a vivere in armonia, in accordo con l’ambiente circostante. E più gli riesce maggiori sono il suo benessere, la sua autostima e la sua autoefficacia. Ognuno di noi ha dei bisogni specifici da soddisfare, il bisogno di sentirsi protetto o il riconoscimento sociale. Lo stesso vale per le prestazioni, vogliamo portare a termine delle prestazioni che ci soddisfino, che corrispondano alle nostre capacità, prestazioni che per noi abbiano un senso e non siano dei banali compiti da svolgere come fossimo degli automi.

A proposito di ambito professionale, in un passaggio sottolinea non soltanto l’importanza dell’unicità di ognuno di noi ma anche il fatto, da un lato, che non siamo tutti destinati ad essere sempre i primi della classe, dall’altro, che anche fallire e riconoscere i propri limiti è importante. Siamo in grado di farlo?
Naturalmente la concorrenza c’è sempre stata ma in passato era più moderata e, soprattutto, avveniva tra persone che si conoscevano. Oggi invece la competizione avviene tra persone che nemmeno si conoscono. E non importa se sia in campo sportivo, musicale o lavorativo, tutto ruota intorno al fatto di essere i più bravi e questo causa un enorme stress perché, in fondo, ciò di cui ogni individuo ha bisogno è la sicurezza. I posti di lavoro non sono più duraturi come una volta, le persone nell’arco del loro iter professionale spesso si ritrovano a dover cambiare posto di lavoro e a dover ricominciare tutto da capo. Una situazione fonte di enorme insicurezza, stress e malattie, molti giovani soffrono di mal di testa, problemi legati al sonno, la depressione è sempre più diffusa tra i giovani. Siamo costantemente in affanno per abituarci a nuove condizioni, nuovi colleghi e compagni e corriamo il costante pericolo di trovarci esclusi da tutte le reti di relazione. Una sicurezza emotiva per la maggior parte delle persone esiste solo per un limitato tempo.

A proposito di insicurezza e di relazioni umane poco solide, lei dice che sono il risultato della società di massa anonima nella quale viviamo. Come siamo arrivati fin qui?
Non abbiamo vissuto ancora abbastanza per potere davvero comprendere quanto sia negativa per noi questa società di massa anonima. In passato eravamo abituati a vivere in gruppi di persone fidate, ogni essere umano conosceva l’altro e ognuno in qualche modo dipendeva dagli altri, magari da chi aveva più esperienza nei lavori manuali o da chi era bravo a fare musica. In principio vivevamo in una comunità molto stabile. Oggi tutto questo è stato sostituito da una società di massa anonima della quale non sappiamo come si svilupperà nei prossimi anni, così come l’economia. C’è una cosa elementare che abbiamo perso rispetto al passato ed è la tradizione. Intanto viviamo nella rincorsa di continui cambiamenti, novità e montature mediatiche che ormai influenzano ogni nostra relazione.

Instabilità, insicurezza, paura, perdita di tradizione, come se la passa la cultura in tutto questo?
Solo in una comunità di persone possiamo soddisfare alcune nostre esigenze come la sicurezza, il riconoscimento sociale, uno stato sociale stabile. Nella società di massa anonima tutto questo è labile, dobbiamo costantemente riconquistarlo e spesso per molte persone non è nemmeno possibile. La cultura è sempre stata un importante collante, solo che oggi quando parliamo di cultura pensiamo alle sue grandi prestazioni e manifestazioni che valgono ormai soltanto per l’intrattenimento e il consumo. Ci muoviamo da una montatura mediatica all’altra, la disperazione dell’industria cinematografica o del teatro è totale perché non si sa più cosa proporre di nuovo per attirare l’attenzione e allora ci si rifà al passato e si ripropongono cose vecchie sotto mentite spoglie cercando di renderle attrattive. Operazione che il più delle volte fallisce e per me è sintomatica nell’individuare le differenze tra oggi e il passato. La cultura un tempo era tradizione, una tradizione che si tramandava di generazione in generazione, una tradizione che era espressione di identità mentre la cultura era appartenenza ad una collettività. Un tempo si usava ballare e cantare insieme, ci si raccontava delle storie, si stava insieme in modo attivo e partecipato mentre oggi ci nutriamo di grandi momenti di coesione che durano il tempo di un concerto rock, ma il sentimento collettivo subito scompare.

Altra importante questione di cui secondo lei dobbiamo preoccuparci è il nostro rapporto con la natura. In che cosa sbagliamo?
Viviamo in un tempo pericoloso nel quale l’uomo ha imparato a dominare la natura ma non a dominare se stesso e questo con delle conseguenze disastrose per l’ambiente. In passato vivevamo completamente immersi nella natura. Vivevamo in grotte o capanne per dormire e trovare riparo e stavamo tutto il tempo fuori all’aria aperta. Siamo sempre dipesi dalla natura e non da un appartamento o da una città. Lo vediamo molto bene nei bambini, con loro possiamo andare nel bosco, sulla riva di un ruscello a giocare e non si annoiano mai, non dicono mai «voglio andare a casa». Se invece devono stare chiusi a giocare nella loro camera allora si annoiano.

Ma a molti bambini oggi succede proprio questo, non il contrario...
È vero ed è una catastrofe in grado di causare anche rallentamenti nello sviluppo. I bambini da sempre per stare bene hanno bisogno di due elementi: la natura e altri bambini. Un tempo si avevano più fratelli e sorelle e nel vicinato c’erano altri bambini con i quali giocare. Momenti e occasioni che oggi sono molto più rari. Il problema principale connesso a questa situazione è quello della fatica e del dispendio di energie. Se il bambino gioca nella sua stanza per i genitori è molto più semplice da gestire mentre richiede più attenzione e messa in campo di energia e tempo se viene portato a giocare nel bosco magari con altri bambini.

Verso la fine del libro, quando si parla del nostro rapporto con lo Stato e con l’economia, anche questo motivo di insoddisfazione e di disagio, cita Friedrich Dürrenmatt e il suo discorso fatto nel 1990: «Sediamo in una cella arredata in modo confortevole». Ci riguarda in qualche modo?
Oggi disponiamo di una grande sicurezza in fatto di cibo, nutrizione, abbiamo un surplus materiale, una grande sicurezza in fatto di salute, diritto, disponiamo di un buon sistema di formazione. E disponiamo anche di importanti libertà, possiamo decidere quale professione intraprendere, dove vivere, i nostri vestiti possiamo decidere di comprarli online, possiamo scegliere il nostro medico, il parrucchiere... Ma per tutto questo paghiamo un prezzo molto alto, dipendiamo dalle strutture anonime dello Stato e dell’economia. Sediamo appunto in una cella ben ammobiliata e i guardiani che si prendono cura di noi sono le istituzioni anonime. E la felicità non risiede qui ma nella nostra capacità di vivere, di fare esperienza della nostra individualità secondo il principio del benessere.

Lei è stato pediatra per tutta la sua vita, quanto ha influito sulla stesura di questo libro?
Se non fossi stato un pediatra, se non avessi trascorso la mia vita ad osservare i bambini, il loro comportamento e il loro sviluppo, questo libro non avrei mai potuto scriverlo. E credo che molto degli adulti possa essere compreso soltanto se si conosco i processi di sviluppo dei bambini. I bambini sono un’importante risorsa per imparare a comprendere ciò di cui abbiamo bisogno. E proprio come insegnanti e genitori devono imparare a gestire i diversi talenti dei bambini, la società deve trovare strumenti e modi per agire correttamente nei confronti della varietà dei talenti e delle necessità della società.