Tra vaccino e mutazioni

Covid-19 - Sanità, società ed economia alla ricerca di un equilibrio per uscire dalla pandemia
/ 22.02.2021
di Maria Grazia Buletti

A inizio mese, l’Ufficio federale della sanità pubblica (Ufsp) ha indicato che in Svizzera il totale dei contagi da mutazioni di Coronavirus è salito a oltre 4mila, 646 in più rispetto a tre giorni prima. Inoltre: «Gran parte delle mutazioni (ndr: 1621 casi in quel momento) riguarda la variante inglese e 69 quella sudamericana». Altri 2448 casi non hanno potuto essere associati con precisione ad alcuna mutazione specifica e ciò implica una serie di considerazioni di cui tener conto nelle linee di contagio e nella trasmissibilità del virus. 

La buona notizia è che con il vaccino vediamo la «fine in fondo al tunnel», ma la strada per arrivarci è ancora lunga, conferma il dottor Alessandro Diana che, da vaccinologo, pediatra e infettivologo, ci aiuta a fare conti e chiarezza con una serie di concetti e situazioni che, manco a dirlo, stanno anch’essi mutando strada facendo: «Prima che questa pandemia si trasformi in un’epidemia saranno ancora necessarie misure considerevoli per contenere il virus che continua ad adattarsi alla situazione, anche se grazie alle vaccinazioni, la diffusione della pandemia incontra ogni giorno maggiori ostacoli». 

Complice una stanchezza generale, abbiamo bisogno di chiarire parecchi concetti: da pandemia a epidemia, il virus e le sue mutazioni per rapporto al vaccino e alla sua efficacia, la strategia vaccinale e l’equilibrio delle aspettative della popolazione in bilico fra esigenze del sistema sanitario, della società e dell’economia, insieme al «fardello virale» che oggi passa il testimone dall’anziano al giovane. 

«Questo virus è nato come pandemia per la sua diffusione globale, mentre sarà epidemico al momento in cui sarà circoscritto ad aree precise nelle quali tenerlo controllato», esordisce il dottor Diana al quale chiediamo pure lumi sulla strategia vaccinale adottata dalla Confederazione, che oggi fa storcere il naso ad alcuni oramai allo stremo che, senza vaccino, ancora devono fare i conti con chiusure e limitazioni. «È legittimo chiedersi se francamente valga la pena di vaccinare un ultra novantenne con malattie pregresse, la cui speranza di vita è relativamente bassa, o se non sarebbe meglio vaccinare una persona con una speranza di vita superiore», afferma Diana. Ma spiega che la strategia vaccinale opera scelte diverse dall’idea di base della vaccinazione il cui principio non sta nel salvare la vita alle persone molto anziane a discapito dei più giovani: «Ogni vita ha egual valore, a prescindere dall’età, e poi tutti moriremo prima o poi. Il problema è che proprio queste persone anziane e con malattie complesse sono quelle che, ammalandosi a causa della pandemia, mettono a rischio la capacità del sistema sanitario perché bisognose di cure altamente specialistiche». 

In soldoni, dunque, la scelta di vaccinare un target di persone molto anziane sta nel dover alleggerire la pressione del sistema sanitario, senza dimenticare che: «Sappiamo che quando i sistemi sanitari sono al collasso, tutta l’economia affonda parallelamente». La strategia vaccinale non mira dunque a salvare il singolo, bensì a fare in modo che siano vaccinate quelle persone «bersaglio» del virus in modo che non finiscano all’ospedale: «A 80 anni abbiamo osservato il 15 per cento di complicazioni e una grande possibilità di morire di Covid; se il sistema sanitario fosse stato gravato dai bambini, avemmo cominciato a vaccinare loro». L’equazione diventa chiara: «La salute pubblica non dà più valore alla vita di un novantenne rispetto al cinquantenne. Ma per uscire da questa pandemia bisogna alleviare la capacità del sistema sanitario, partendo col vaccinare i più a rischio». 

Questo anche se le continue e numerose mutazioni del virus aprono a nuovi scenari che toccano età dei contagiati, trasmissione, carenza di vaccini e prospettiva di una nuova ondata: «Non possiamo negare che domani i principali obiettivi da vaccinare saranno proprio i giovani e già ora stiamo osservando come i bambini stessi stiano diventando nuovo bersaglio del Coronavirus. Sappiamo che il decorso della malattia è molto meno importante che nell’adulto, ma oggi ci interroghiamo sul potere di trasmissibilità del bambino come vettore del virus». 

L’analogia con la varicella chiarisce la preoccupazione: «Ad esempio, nel bambino la varicella ha un decorso molto più lieve che per l’adulto. Questi può per contro essere facilmente infettato dal bambino e sviluppare la malattia in modo anche gravissimo». Per il Coronavirus, oggi la sanità va verso una raccolta dati nei bambini, prima sottovalutata e ora al vaglio in un’evoluzione di osservazioni scientifiche a cui ci siamo oramai abituati. Se a giugno assisteremo a una flessione del numero di persone ospedalizzate, allora potremo affermare che saremo riusciti nella missione della strategia vaccinale e potremo proseguire, ad esempio, con una strategia di rafforzamento: «Parliamo di cocooning: si vaccineranno i giovani, la cerchia che sta attorno alla persona a rischio, per proteggere quest’ultima, anche se vaccinare direttamente le persone a rischio è molto più efficace». 

Ad ogni modo, gli studi epidemiologici permetteranno pure di dire, entro l’estate, se le persone vaccinate saranno in grado di arrestare la trasmissione del virus, oltre ad essere protette dagli anticorpi del vaccino che però, a causa delle continue mutazioni, dovrebbe essere inoculato con una certa urgenza a più persone possibile: «Se sarà provato che il vaccino evita la trasmissione del virus, non sarà più tema individuale ma un atto di solidarietà: se mi vaccino contribuisco non solo a evitare che altre persone si infettino, ma freno la possibilità del virus di mutare in nuove varianti che potrebbero inficiare l’efficacia vaccinale». 

Oggi, la momentanea carenza dei vaccini e il virus mutante ci pongono dinanzi a una possibile recrudescenza dei contagi e ci impongono ancora grandi sacrifici e misure di protezione. Domani dovremo considerare i pesanti effetti a medio e lungo termine: «Parliamo di long covid syndrom per cui il fardello virale sarà declinato su tutta la salute pubblica: contati i deceduti, sollevata la capacità del sistema sanitario, si ridefinirà il nuovo impatto del Coronavirus, che diventerà una nuova malattia». Fra gli scenari ipotizzati dal nostro interlocutore: «Il vaccino non sarà obbligatorio, pur assicurando l’approvvigionamento che permetta di vaccinare anche il diciottenne che lo desideri».

Tutti meritano di riceverlo, anche chi presenta un decorso più lieve e un rischio inferiore, dice in sintesi il vaccinologo. In un momento come questo, in cui siamo pronti con la logistica ma mancano ancora le dosi per un piano vaccinale ideale, egli conclude: «Speriamo che le dosi si possano presto avere con maggiore regolarità e giusta frequenza».