Parlare dialetto è sempre un vantaggio

Intervista – Dopo quasi 37 anni di attività, Franco Lurà, direttore del Centro di dialettologia e di etnografia della Svizzera italiana, a fine marzo va in pensione
/ 19.02.2018
di Fabio Dozio

Una vita dedicata al dialetto. Una passione per la lingua, per i suoni, per le parole, per le storie, per la gente che lo parla. Occhi azzurri, capelli brizzolati ed eloquio torrenziale: è Franco Lurà, Direttore del Centro di dialettologia e di etnografia, a fine marzo pensionato. Ha lavorato quasi 37 anni in questo ufficio, uno degli Istituti eccellenti del Cantone, anzi della Svizzera italiana. Infatti, si tratta della prima realtà che ha contribuito a far crescere il concetto di Svizzera italiana, caro a Stefano Franscini, unendo le valli del Ticino con quelle italofone del Canton Grigioni. L’avventura di chi ha creduto nella bontà di far nascere il Vocabolario del dialetto della Svizzera italiana, un’opera enciclopedica monumentale di cui questo Paese può essere orgoglioso, è infatti iniziata nel 1907, grazie al linguista Carlo Salvioni.

«Affronto la pensione con la massima serenità – ci dice Lurà – perché è una decisione che ho già preso tempo fa. C’è un po’ di rincrescimento per un lavoro che mi piaceva molto e che mi ha dato molte soddisfazioni e in cui mi sono molto impegnato. Zücch e melún ala sua stagiún, quindi è giunto il momento di smettere e di cominciare altre cose».

Quando e come è nata la passione per il dialetto?
L’amore per il dialetto è nato all’Università di Zurigo grazie a un professore molto particolare: Heinrich Schmidt, che è colui che ha inventato il rumantsch grischun, la lingua romancia unitaria, era molto stravagante, originale e bravo. Viveva di notte, faceva le sue lezioni la sera e arrivava ai corsi di dialettologia con plichi di dischi sottobraccio e, a dipendenza della regione che si stava studiando, si ascoltavano canzoni, a volte si cantava assieme, poi si analizzavano i testi. Portava calendari in dialetto, opuscoli, testi. Si partiva dal lato pratico per poi capire le regole della lingua. Mi sono perfino messo a studiare il rumeno, e lì c’era un mondo che si apriva perché il rumeno è un po’ il congelatore delle lingue neolatine e quindi si trovano degli esiti particolari che precedono lo sviluppo delle lingue romanze.

Ha rimpianti, qualcosa che non è riuscito a realizzare?
Ho lasciato incompiuto Il dialetto comune della Svizzera italiana, una sorta di sfida controcorrente. Di regola il dialettologo va a cercare le cose particolari, antiche e rare. Lavoro che abbiamo fatto per tanti anni con il Vocabolario, con il Lessico e con altre iniziative. Con questa opera si voleva fare il vocabolario del dialetto comune, delle cose quotidiane, da Airolo a Chiasso e da Campo Vallemaggia a Poschiavo. Una sorta di basic dialect. Eravamo a buon punto, ma verso la fine c’era ancora un lavoro di revisione che andava al di là del mio mandato ed è quindi giusto che queste decisioni le prenda il mio successore. È rimasto incompiuto, ma spero che vada in porto.

Com’è cambiato il dialetto in questi 37 anni?
C’è un livellamento, un po’ come avviene in tutte le cose della nostra società globalizzata. Il dialetto è cambiato perché sono state smussate tante particolarità locali, si sono perse tante parole che si riferivano a realtà locali del mondo contadino o altre scalzate dagli equivalenti italiani. Oggi quasi più nessuno parla di giüstrell, giüstron o negrisöö, ma tutti dicono mirtilli. Salta giò dal mirtillo, si dice. Il dialetto è cambiato dal punto di vista della ricchezza lessicale, si è semplificato in certe strutture grammaticali o morfosintattiche ed è diventato una lingua più livellata. Anche l’uso è in netto calo, le statistiche ci dicono che attualmente meno di un terzo della popolazione ticinese dichiara di parlare anche dialetto a casa. È l’effetto della società multilingue che avanza.

Secondo lei ha senso insegnarlo a scuola?
Qualche tempo fa c’era stato un tentativo con la Scuola Club di Migros Ticino, i corsi erano frequentati soprattutto da svizzero tedeschi, che hanno un altro modo di intendere il dialetto. Io credo che abbia senso e sia importante mantenere o inserire nella scuola un’attenzione sulla realtà dialettale, ma non necessariamente dal profilo dell’insegnamento. La cosa migliore per tramandare il dialetto è parlarlo in famiglia o con gli amici. Bisogna attirare l’attenzione sulla realtà dialettale attraverso lo studio delle usanze e delle tradizioni. Ciò può permettere di avere un aggancio più diretto con il proprio paese. Sarebbero utili e interessanti corsi in ambito scolastico che pongano l’attenzione sulla realtà locale in tutte le sue sfumature e quindi anche sul dialetto.

I genitori che conoscono il dialetto dovrebbero parlarlo con i figli?
C’è stato un momento in cui il mondo della scuola ha fatto pressioni, per sconsigliare ai genitori di parlare dialetto con i figli accampando presunte difficoltà scolastiche. In realtà la situazione è molto diversa: studi non molto recenti dimostrano che la crescita di un bambino plurilingue permette una maggior elasticità mentale e assicura una protezione contro le malattie degenerative in età avanzata. Inoltre il dialetto apre le strade della conoscenza del proprio paese. Capire cosa vuol dire un toponimo, cosa dicono i nonni o poter leggere testi in dialetto sono cose arricchenti. La letteratura dialettale ha dato risultati altissimi anche nel nostro piccolo Ticino. In Lombardia, certe pagine di Carlo Porta hanno una un valore letterario europeo. Io ho avuto un’esperienza come soccorritore alla Croce verde di Mendrisio per 17 anni. Con le persone anziane, se parlavi dialetto, il contatto era facilitato e ho percepito in più di un’occasione una sorta di luce positiva, di sollievo e conforto che ha facilitato l’interazione. Parlare dialetto è sempre un vantaggio!

Lo scrittore Alberto Nessi ha definito il dialetto «la lingua degli affetti».
È vero che se la famiglia lo parla, il dialetto diventa la lingua degli affetti. Abbiamo un bellissimo esempio in questo senso. Recentemente, forse all’Epifania, papa Francesco ha detto esplicitamente che la lingua della fede è il dialetto, la fede si trasmette in dialetto poi ci penseranno i catechisti a perfezionare la teoria, ma lo slancio iniziale è il dialetto della famiglia, delle madri e dei genitori. C’è un altro bell’esempio a proposito di affetti: come si fa a dire ti amo in dialetto? Ta vöri ben ha una pregnanza che l’italiano non può eguagliare. Ti amo è ormai banalizzato da mille usi, è una frase slavata. Ta vöri ben è anche meglio di ti voglio bene.

Che valore ha la letteratura in dialetto della nostra regione?
Bisogna distinguere: oggi si tende a chiamare poesia un po’ tutto, basta mettere due parole in rima... le poesie scritte per compleanni o feste degli amici possono essere argute e divertenti, ma finisce lì. Ci sono poi delle prove letterarie di autori che hanno saputo trasfondere nel dialetto e nella scrittura dialettale un’alta dose di arte e di poeticità: Alina Borioli, Giovanni Orelli, Giancarlo Bullo, Gabriele Quadri, Pino Bernasconi, persona coltissima che ha scritto in dialetto ma parlava spessissimo in italiano dotto. Non vorrei far torto dimenticando qualcuno ma ci sono penne notevoli anche a casa nostra.

A volte, ultimamente, il dialetto viene ripescato come strumento per sottolineare la nostra identità. Una specie di «prima i nostri» della lingua.
L’uso di una lingua come strumento di chiusura verso l’altro è un’assurdità nei termini, perché la lingua è fatta per esprimere e comunicare. Se si pretende che questa comunicazione rimanga solo all’interno di una cerchia chiusa vuol dire essere miopi e non capire qual è la vera funzione del linguaggio. Credo che sia sbagliato ergere delle barriere di qualsiasi genere, ma anche e soprattutto linguistiche perché non è lo scopo per cui siamo stati dotati di questo stupendo strumento che è la parola.

Lei è il padre del Lessico dialettale della Svizzera italiana, pubblicato nel 2004...
Sono fiero del Lessico ma non è solo merito mio, è il frutto di una redazione che ha lavorato molto bene. Ho avuto l’idea, la costanza e il merito di insistere affinché si realizzasse. Mi sentivo un po’ stretto dalla lentezza del Vocabolario, opera indubbiamente enciclopedica e fondamentale per la conoscenza del paese. Dopo anni d’insistenze è partito il progetto del Lessico grazie all’intuizione di Dino Jauch, che ha voluto collegare l’opera con i festeggiamenti per il duecentesimo della nascita dei cantoni Ticino e Grigioni.
È stato un lavoro entusiasmante con collaboratori bravissimi e molto attivi. Siamo riusciti a portare a termine un’impresa corposa e importante in un tempo contenuto.

Il Vocabolario della Svizzera italiana è un’opera che suscita critiche per la lentezza dell’avanzamento. A che punto siamo?
Siamo alla lettera D. Il Vocabolario viene spesso citato, ma in realtà è poco conosciuto. È un’opera fondamentale per la conoscenza del nostro territorio. Ha il difetto di essere nato con questo indirizzo alfabetico. Se invece del Vocabolario in ordine alfabetico, il Centro producesse delle monografie nessuno avrebbe da ridire perché non ci sarebbe l’asticella del traguardo. Sono particolarmente orgoglioso di aver potuto diversificare l’attività del Centro che all’inizio si occupava solo del Vocabolario, realizzando molte altre proposte divulgative. Il lavoro fatto dal Centro in questi anni ha contribuito a togliere al dialetto quella nomea di lingua negativa, provinciale, di espressione volgare, di veicolo che limita la possibilità di riuscita sociale. Ora siamo arrivati alla valorizzazione e all’apprezzamento. Speriamo che ciò contribuisca ad arrestare l’erosione che si è manifestata negli ultimi decenni.

Il Centro da lei diretto si occupa anche dei Musei etnografici del cantone.
Abbiamo raggruppato i due settori, Vocabolario e Musei, e questa è un’altra mia soddisfazione. Ciò ha permesso una sinergia di azioni e d’intenti molto fruttuosa. Il settore dei musei etnografici, grazie alle persone che ci lavorano, anche ai volontari, è una realtà molto viva e propositiva che sta facendo parecchio sia per organizzare nei posti più periferici delle manifestazioni culturali, sia per valorizzare la realtà di queste aree. Sarà importante anche in futuro mettere a confronto dal punto di vista antropologico ed etnografico le diverse realtà che compongono la nostra società.