Mantenere il cuore in salute

Medicina - Nelle malattie cardiovascolari sono fondamentali il fattore tempo e la prevenzione in tutte le sue declinazioni
/ 22.11.2021
di Maria Grazia Buletti

Prevenire è meglio che curare, a maggior ragione se parliamo delle malattie cardiovascolari: prima causa di morte a livello mondiale e fattore di rischio importante per l’insorgenza di alcune patologie che, a loro volta, portano a danni anche gravi. Un esempio su tutti è l’ischemia, ovvero la riduzione dell’afflusso di sangue a un organo che, se prolungato nel tempo, ne può determinare la morte cellulare.

«Oggi è riconosciuto che il 30-50 per cento delle malattie si potrebbe evitare; ciò vale anche per quelle cardiovascolari per prevenire le quali sono fondamentali una sana igiene di vita e l’individuare tempestivamente i sintomi che, per una buona prognosi, vanno indagati immediatamente». A parlare è il cardiologo Marco Valgimigli, vice primario all’Istituto Cardiocentro Ticino EOC, il quale sottolinea che il problema principale per gli operatori sanitari, e per la comunità in generale, è quello di diffondere efficacemente il messaggio sull’importanza della medicina preventiva, riducendo così l’onere della malattia sia per l’individuo sia per la società: «Avere cura del nostro corpo e fare attenzione ai segnali che ci manda è uno strumento per prevenire molte patologie che potrebbero minacciare seriamente la nostra salute».

Il dottor Valgimigli sottolinea come oggi, rispetto a un tempo, «la mortalità nell’infarto del miocardio è ridotta dell’80 per cento». Malgrado ciò, «la maggioranza di chi ancora ne muore è rappresentata da coloro che non arrivano in ospedale o ci arrivano troppo tardi». La sua impressione è condivisa da altri colleghi: «Mi colpisce in modo drammatico come in Ticino le persone sottovalutino i sintomi per ore, giorni o settimane prima di recarsi all’ospedale, rendendo poi estremamente vano il trattamento nella fase acuta».

Bisogna agire al momento della comparsa dei sintomi: «Si dice che il tempo è muscolo ed è cervello, ed è determinante per salvarsi da un evento cardiovascolare». Eppure, confermano il problema due studi (Euroaspire1 e un altro pubblicato da «Lancet») in cui sono stati intervistati quei pazienti con meno di 70 anni, dimessi dopo un ricovero ospedaliero per infarto acuto, ischemia, bypass aortocoronarico o angioplastica: «I malati intervistati sei mesi dopo la loro dimissione hanno dimostrato che troppo pochi di loro seguono con il dovuto scrupolo le norme prescritte».

Il limite rimane dunque la persona stessa, anche se il capitolo prevenzione è saliente e si sa che per preservare la salute cardiovascolare si può fare molto, a cominciare dalla prevenzione primordiale: «È necessario affrontare il problema ricorrente di malattie prevedibili che colpiscono seriamente l’essere umano: parliamo di un individuo sano, senza fattori di rischio per sviluppare una malattia cardiovascolare facilmente prevenibile, grazie a una visita annua (o semestrale) nella quale il medico valuta pressione arteriosa, colesterolo e glicemia: escludo così di essere ammalato ma so bene che per evitare l’insorgenza di fattori di rischio ne devo prevenire lo sviluppo».

Ciò anticipa la prevenzione primaria, di cui parleremo, «e riguarda lo stile di vita senza alcun approccio farmacologico: una sorta di modus vivendi del cittadino sano, dunque non sedentario, che cura l’alimentazione, non fuma e poco altro ancora». Valgimigli ricorda che migliorare la prevenzione primordiale, attraverso uno stile di vita sano, permette di diminuire la percentuale di popolazione con problemi cardiovascolari; agendo dunque «sui fattori di rischio modificabili e non modificabili». Tra quelli non modificabili rientrano età, sesso, razza e familiarità per la malattia stessa: «Nell’anamnesi si indaga se famigliari al di sotto dei 65 anni abbiano avuto infarto miocardico, angioplastica coronarica, bypass, stroke: in caso di risposta affermativa questo diventa un fattore di rischio del quale dobbiamo prendere atto perché non lo possiamo cambiare».

Fra i fattori di rischio modificabili riconosciamo stile e igiene di vita: ipertensione arteriosa, alterazione di colesterolo e trigliceridi, diabete, fumo, obesità, vita sedentaria e pochi altri fattori come stress e quelli psico-sociali: «Tanto più precocemente li identifichiamo e li controlliamo, maggiore sarà il beneficio vitale». Il professore osserva però che «purtroppo è difficile trasmettere questo messaggio alla popolazione che si sente sana e non vuole avere la sensazione di essere un paziente».

Giungiamo alla prevenzione secondaria che consta «in una diagnosi precoce della condizione patologica, che porta a una cura rapida ed efficace per garantire la quale è fondamentale riconoscere i sintomi di queste patologie molto frequenti, in modo da non ritardare l’attivazione del servizio di emergenza, l’arrivo del paziente in pronto soccorso e quindi l’intervento medico necessario. A questo stadio bisogna curare in modo più incisivo».

Infine, la prevenzione terziaria ha lo scopo di diagnosticare precocemente il decorso e l’evoluzione delle principali cause patogene: «Mira a fermare o ritardare lo sviluppo di una malattia esistente e delle sue conseguenze tramite la diagnosi precoce: un infarto e mai più un altro, un ictus e mai più un secondo, ricordando che chi ha avuto una manifestazione della malattia aterosclerotica (infarto) è a rischio per ictus e manifestazioni periferiche».

La riabilitazione è fondamentale e significa ritorno alla normalità: «Induce uno stile di vita normale attraverso programmi a lungo termine, con l’accettazione dell’evento e la serenità del ritorno alla quotidianità. Così si limitano il più possibile le conseguenze negative e si vuole migliorare al massimo la qualità di vita del paziente». L’aderenza terapeutica è l’anello debole, ed è laddove la medicina cardiovascolare procede per evitare la cronicità: «Miriamo al raggiungimento dell’aderenza terapeutica da parte del paziente stesso col quale instaurare un colloquio basato sulla fiducia, in cui individuare la sua costanza nell’assunzione farmacologica». Di fatto: «Le malattie croniche hanno aderenza terapeutica decadente in modo esponenziale nel tempo; perciò il futuro sarà nei farmaci da somministrare semestralmente, o in specifiche terapie non farmacologiche».

Il cardiologo invita a riflettere sulla guarigione, la quale non significa che il danno non sia mai esistito, ma ci sprona a renderci responsabili del fatto che questo danno, presto, non dovrà più controllare le nostre vite.