Il dottor Paolo Merlani con Giovanna Pezzoli, responsabile infermieristica ORL (Didier Ruef)

L’unione (ri)genera la forza dei sanitari

Covid – Il personale curante resiste fra professionalità, solidarietà, resilienza e preoccupazioni
/ 30.11.2020
di Maria Grazia Buletti

«Sono assistente di cura in una casa anziani ed è molto diverso da qui, nel reparto di Medicina intensiva dedicata ai pazienti Covid dell’Ospedale La Carità di Locarno, dove mi sono reso conto che nessuno mi saluta o mi riconosce (come i miei vecchietti) perché parecchi pazienti sono intubati e gli unici suoni sono quelli dei respiratori che indicano che devi cambiare la bombola di ossigeno, ad esempio. Allora mi rimbocco le maniche e mi adopero in supporto ai curanti: li aiuto a mobilizzare i pazienti, cambiare i letti, rifornisco del materiale mancante e, al bisogno, compilo i fogli di sorveglianza dei pazienti coi loro parametri vitali». Il sergente Matteo Duarte ha 20 anni ed è uno dei 12 militi volontari giunti alla Carità di Locarno in servizio d’appoggio ai curanti in prima linea durante la seconda ondata Covid.

«Un nuovo impiego di 2500 militi, tra professionisti, militari in ferma continuata, formazioni in servizio e volontari, messi a disposizione dall’Esercito in appoggio ai Cantoni per i servizi di cura negli ospedali o il trasporto di pazienti, il cui criterio di sussidiarietà è soddisfatto quando sono stati esauriti tutti gli strumenti civili a disposizione dei Cantoni richiedenti», spiega il colonnello SMG Simone Quadri, comandante dello Stato Maggiore di collegamento cantonale territoriale per il Ticino (D. territoriale 3). Egli concretizza da parte dell’Esercito le richieste e i bisogni espressi dal Cantone. Il tenente Giovanni Battista Vassalli (capo distaccamento per i militi ora ingaggiati a Locarno) afferma che tutti prestano servizio, previa formazione specifica, su base volontaria: «In civile svolgono diverse professioni: dallo studente in medicina a quello liceale o chi è già infermiere, e non mancano persone con professioni che esulano dall’ambito curante ma che si sono annunciati da soldati sanitari». L’impiego, previsto per ora fino a metà dicembre, comporta giornate piene: «I militi partono alle 7, dopo colazione, dall’albergo che li alloggia a Losone ed entrano in ospedale dove si cambiano di divisa per prestare servizio nei reparti a loro assegnati: cure intense, medicina o dislocati secondo necessità. Pranzo e cena all’interno del nosocomio e rientro in sede alle 19». Possono disporre di un sostegno psicologico: «Il cappellano dell’Esercito è sempre disponibile e possiamo fare pure capo ai sostegni del servizio psico-pedagogico militare e al team di psicologi ospedalieri».

L’analisi della condizione psicologica abbraccia tutto il sistema sanitario, da mesi confrontato con l’emergenza della pandemia, il cui assetto è stato riorganizzato a marzo per far fronte alla prima ondata e subito ripristinato in occasione di questa seconda curva di contagi. «In un ospedale “non covid” come il Civico dobbiamo comunque assicurare le cure specialistiche a pazienti che ne necessitano (come ad esempio interventi di neurochirurgia e relativa degenza) a prescindere dal discorso Covid: ciò comporta una presa in carico molto più delicata e complessa»: è chiaro il professor Paolo Merlani, direttore sanitario ORL e primario della Medicina intensiva, in prima linea nella task force sanitaria pandemica. Giovanna Pezzoli, responsabile infermieristica ORL e vice capo area infermieristica EOC, ricorda: «Noi sanitari c’eravamo prima, ci siamo e ci saremo anche dopo la pandemia che ora viviamo come una grande sfida, ma con il suo rovescio della medaglia dato da grande sacrificio e responsabilità necessari in questa seconda fase acuta, nel complesso troppo prolungata e l’incognita della sua evoluzione». Racconta l’evolversi della condizione psicologica dei sanitari: «I letti si recuperano, il personale sanitario e specializzato non si trova così facilmente (pensiamo agli infermieri specializzati per la medicina intensiva o per i pazienti dializzati, ad esempio). Ciò genera in noi un vero sentimento di frustrazione: vorremmo arrivare dappertutto ma comprendiamo che non è sempre possibile». Tutti sulla stessa barca e con la stessa grande voglia di dare il meglio («come sempre, d’altronde, prima durante e dopo gli applausi»), ma con un «chilometraggio sprint» in più che comincia a farsi sentire: «Siamo spossati dalla prima esperienza e dai turni prolungati fino a 12 ore, preoccupati per l’evoluzione pandemica e le relative incertezze, per il numero di posti letto disponibili, anche perché il virus ci fa ogni giorno navigare a vista, con un raggio di azione di 48 ore e lo stress di cambiamenti repentini dovuti alle sorprese che ci riserva strada facendo». 

Oggi, a differenza della prima volta, il professor Merlani sottolinea l’importanza del prosieguo nella presa in carico di tutte le altre patologie: «L’attività ospedaliera, che deve continuare anche per la cura di tutte le altre patologie, ci rende equilibristi sempre all’erta». Dice cosa è cambiato: «All’inizio abbiamo proceduto per tentativi, con le sommarie informazioni giunte dalla Cina e secondo ciò che succedeva in Italia; oggi disponiamo di terapie più mirate: sappiamo quali farmaci non usare e abbiamo scoperto quali sì (come gli steroidi e gli anticoagulanti); pure pazienti e numeri sono cambiati». Così come sta cambiando l’atteggiamento dei sanitari (e della società) di fronte allo tsunami informativo: «Non ascoltiamo più assiduamente la cronaca monotematica, espressione di questa maratona la cui enorme prima ondata è stata affrontata con incredibile energia. Veniamo da un’estate passata in trepidante attesa di un’onda che invece è arrivata più tardi e differisce pure dalla prima. Questo virus non smette di sorprenderci: la prima onda era più alta di quanto pensassimo, la pausa tra le due era più lunga, poi la seconda ondata (che ci aspettavamo più alta) è un ibrido tra la prima e le nostre previsioni». Il rischio è che tutto duri più a lungo («fino ad aprile?»): «L’idea di correre una maratona alla velocità di uno sprint crea uno sforzo emotivo e intellettuale e non so come e quanto riusciremo a farvi fronte». Tante incognite per medici e infermieri: «Siamo tutti uguali e sulla stessa barca, ciascuno nel suo ruolo. La sofferenza comune genera sostegno vicendevole». Si resiste chiedendosi fino a quando: «Sono sempre stupito dalla resilienza dell’essere umano che sa sopportare l’inimmaginabile e sortisce risorse che non si sognava di avere, con energie emotive, intellettuali e fisiche straordinarie. Ci chiediamo come siamo riusciti a giungere fino qui, però temo il momento della discesa dell’adrenalina che ci sta permettendo di darci sempre fino in fondo ai pazienti e tra di noi». 

Entrambi concordi nelle incognite: «Come vivremo l’attesa di un’eventuale terza ondata? Strada facendo abbiamo sempre lasciato un pezzetto di noi stessi. Speranza, forza, risorse: tutto è un po’ più ridotto». E una preoccupazione di Merlani: «Le risorse economico-sanitarie prosciugate dalla pandemia potrebbero mettere in difficoltà le condizioni di lavoro future; ne siamo consci e ne temiamo le conseguenze, anche emotive».