La professoressa Francesca Rigotti

La pigrizia costa fatica

Intervista – L’ozio forzato a cui ci ha costretti il lockdown ci ha messo di fronte alle reali difficoltà dell’essere meno attivi, ne abbiamo parlato con la filosofa Francesca Rigotti
/ 31.05.2021
di Alessandra Ostini Sutto

La storia della pigrizia ha radici antiche, che si incrociano con quelle dell’ozio e dell’accidia. L’ozio, padre di tutti i vizi, è pure virtù del letterato. Analogamente l’accidia è vizio capitale, anche se nel tempo vi sono state intere classi sociali che ne hanno fatto il loro vanto e la loro aspirazione. Passando alla pigrizia, essa si ritrova in numerosi testi letterari, in alcuni come tratto caratterizzante di un personaggio, in altri come atteggiamento di ribellione contro la società. In gioco è la rivendicazione del desiderio di riposo e dell’esigenza del non voler fare. Di questi temi si è occupato Gianfranco Marrone, ordinario di semiotica all’Università di Palermo, nel suo La fatica di essere pigri, uscito circa un anno fa, subito dopo il primo lockdown. Si tratta di un saggio fondato sul paradosso secondo il quale per essere pigri, atteggiamento duramente criticato dalla società occidentale, sia in realtà necessario darsi da fare e compiere uno sforzo sia fisico che intellettuale. In un’epoca come quella attuale, che glorifica la prestazione e in cui non esiste distinzione tra tempo libero e lavorativo, dovendo, in ognuno di questi ambiti, essere costantemente produttivi, non far nulla è infatti tutt’altro che scontato. L’arte del dolce far nulla, nucleo centrale del libro, è quindi una libertà guadagnata da chi resiste ai doveri sociali e si ribella ai ritmi frenetici della vita moderna. La prova della tesi di Marrone, secondo il quale ozio e pigrizia non sembrano appartenere all’uomo moderno, l’abbiamo avuta con i lockdown impostici per contrastare il coronavirus, durante i quali, chiusi nelle nostre case, abbiamo sperimentato un periodo di «ozio forzato» che ci ha messi di fronte alla reale difficoltà nell’essere meno attivi.

Da queste considerazioni abbiamo preso spunto per riflettere sul concetto di pigrizia con Francesca Rigotti, filosofa e saggista italiana, che è stata docente presso le Università di Göttingen e Zurigo e visiting fellow all’Università di Princeton; nel 1996 ha iniziato ad insegnare alla Facoltà di Scienze della Comunicazione dell’Università della Svizzera italiana. Tra le sue pubblicazioni, si segnalano più di venti di monografie, tradotte in tredici lingue, per le quali Rigotti ha ricevuto diversi premi. La filosofa è inoltre autrice di numerosi articoli e saggi apparsi su riviste specializzate internazionali. 

Professoressa Rigotti, il termine «pigrizia» ha tutt’oggi una connotazione negativa, mentre l’accidia è addirittura uno dei sette vizi capitali; quali sono le loro «colpe», perché sono ritenute così gravi per l’animo umano? Quali sono, d’altra parte, i lati positivi di queste inclinazioni? 
Più complessa e articolata della pigrizia, l’accidia è il vizio tipico di chi conduce una vita isolata, contemplativa: è infatti un tratto caratteristico dei monaci medievali che talvolta si lasciavano prendere da sconforto, tristezza, inquietudine. Nel mondo greco antico invece, l’accidia era indifferenza al dolore altrui. Oggi la chiameremmo mancanza di empatia, se non depressione, trasformando in malattia quello che una volta era considerato vizio. L’antica accidia si presenta oggi nelle forme della noia di vivere e della depressione, quel «vuoto oscuro e maligno padrone della mente del depresso dei nostri tempi, che chiede aiuto alla psicoanalisi e agli psicofarmaci» di cui parla Sergio Benvenuto nel suo libro intitolato appunto Accidia. La passione dell’indifferenza. La pigrizia è una faccenda più banale: pigro è chi rifugge dallo sforzo e dalla fatica, agisce lentamente e con poca voglia, è tardo e pesante nel muoversi (il termine «pigro» è imparentato con «pingue», grasso).

L’ozio, simile per significato alla pigrizia, ha più spesso una valenza positiva; come mai? Quali sono le differenze tra i due concetti? 
Un momento: nell’accezione comune l’ozio non è proprio una virtù, anzi. La teologia morale ne fa una tendenza alla pigrizia e alla negligenza dei propri doveri. Nel mondo romano invece «ozio» era opposto a «negozio» cioè al tempo della vita attiva e degli affari pubblici; era il momento dedicato alla vita privata o allo studio e alle attività letterarie (otium litterarum). Oggi l’antropologia rivaluta l’ozio e la pigrizia come fattori di stimolo nell’escogitare soluzioni per risparmiare tempo e fatica. L’ozio non sarebbe più il padre di tutti i vizi, né la pigrizia un tratto da correggere, ma entrambi fattori di inventiva e creatività.

Gianfranco Marrone ha pubblicato lo scorso anno La fatica di essere pigri, un testo sull’arte del dolce far nulla, vista come una libertà che nell’attuale società viene attribuita a chi rinuncia all’operosità e alla produttività richieste in favore dell’aspirazione al riposo. Cosa pensa di questa lettura della pigrizia? 
Marrone è semiologo ma anche fine antropologo della modernità e la sua analisi va nella direzione di una sorta di valorizzazione della pigrizia o in ogni caso di riflessione sul senso del nostro continuo agitarci e trovare per ogni attività un utile: si progettano vacanze intelligenti per imparare noi e i figli, si fanno giochi divertenti ma che siano istruttivi, mi raccomando, e via dicendo. Soprattutto rimpinziamo di attività la vita dei bambini togliendo loro il diritto alla noia. 

Anche la tradizione filosofica ha riflettuto sulla pigrizia, in molti casi valutandola negativamente, in altri con valenze positive… 
Il pensiero antico ha valorizzato il cosiddetto otium philosophicum nel senso di cui abbiamo detto sopra, cioè in quanto tempo libero dal lavoro e dalle attività pubbliche (vita activa) e corrispondente a uno stato di raccoglimento e di riflessione (vita contemplativa). Il filosofo e uomo politico romano Seneca, scrisse addirittura un trattato sull’ozio, inteso però sempre come momento lontano dagli affari pubblici e dedicato a riflettere sulle grandi questioni del mondo e dell’umanità. Quindi una bella differenza con la pigrizia, anche perché il lavoro intellettuale intenso non è per nulla facile e riposante. Non è buttar giù alberi con l’accetta, d’accordo, ma anche «buttar giù» pensieri e riflessioni richiede fatica e impegno. 

Capita di dire – o quantomeno di sentire – che «il mondo è pieno di scansafatiche»; nella realtà dei fatti però la maggior parte delle persone si è lamentata della situazione di stop forzato con la quale ci siamo confrontati nell’ultimo anno ed ha faticato a dover essere meno attiva; come commenta questo apparente paradosso? 
Non è un paradosso, semplicemente non è vero che il mondo è pieno di fannulloni; è pieno invece di pregiudizi, per esempio relativi ai popoli che indulgerebbero nella «dolce vita» invece di faticare. Ci sono persone più lente di altre ma non è detto che i risultati e le prestazioni delle une siano migliori o peggiori di quelli delle altre. 

Che spazio e che ruolo occupa quindi la pigrizia in una società della prestazione come la nostra? In che modo la pandemia in corso, con le connesse limitazioni alle nostre libertà e attività, ha avuto un’influenza su di essi? 
Prima della pandemia dovevamo tutti muoverci continuamente, correre come criceti sulla ruota; nemmeno in montagna si poteva più camminare, bisognava correre e correre con lo scopo di raggiungere la vetta e precipitevolissimevolmente ridiscendere. Poi le limitazioni dei diritti e delle libertà civili messe in atto per contrastare la pandemia hanno costretto moltissime persone all’inazione, impedendo loro di lavorare e guadagnare in cambio di una umiliante elemosina statale. Tante persone si sono ritrovate depresse a ragione, non per malattia. È stata loro permessa unicamente una vita davanti allo schermo, anzi questa non-vita è stata esaltata con parole trionfaliste: «Guardate quant’è bello lavorare a distanza, è come prima soltanto un po’ diverso». Come se tutte le categorie di lavoratori potessero lavorare e guadagnare battendo tastini e come se le lezioni a distanza, a scuola o all’università, fossero la stessa cosa di quelle in presenza.

Parlando di influenze del contesto, leggevo che la malattia del nostro tempo le sembra piuttosto «l’indugiare sul facile e immediatamente gratificante», con evidenti legami con i social media. Quali altre applicazioni vede di questa tendenza? Le motivazioni hanno a che fare con una forma di pigrizia, superficialità o c’è dell’altro? 
Altre applicazioni di questa tendenza le vedo nel fatto che non si fanno figli: non che io mi auguri la crescita demografica, siamo già anche troppi. Tuttavia colgo una tendenza a non darsi da fare in attività impegnative, faticose e a lunga scadenza; perché appagarsi con un bambino che urla di notte e richiede cure costanti e non con un bel videogioco o una chattata con gli amici? Trovo corrispondenza con questo modo di comportarsi e il principio di singolarità che pervade la società. Singolarità nel senso che io sono unico e speciale nonché l’ombelico del mondo. Sto scrivendo un libro, su questo tema. Uscirà a settembre per Einaudi col titolo L’era del singolo.