(Annick Romanski)

La mano della donna sulla pietra

Incontri – Cristina Di Pietro è una delle poche donne scalpellino da laboratorio del Ticino. Ci racconta la sua esperienza in un settore, quello della lavorazione della pietra, che è ancora molto maschile
/ 02.04.2018
di Roberta Nicolò

I luoghi comuni sono difficili da sradicare e, soprattutto in campo professionale, esistono ancora tanti pregiudizi e disparità di trattamento. Secondo il sociologo americano Michael Kimmel, soprattutto nel mondo del lavoro, la parità tra i generi, sebbene auspicata, è lontana dall’essere realtà: «le nostre vite sono decisamente cambiate, ma le nozioni che abbiamo sui due generi sono culturalmente radicate nella nostra mente, e sono le stesse che si tramandano da generazioni». Facile immaginare, quindi, che anche in Ticino ci siano mestieri che sono ancora ritenuti appannaggio maschile, ambienti nei quali una donna rischia di essere discriminata. 

La lavorazione della pietra è un’attività importante dell’economia ticinese. Sono però pochissime le ditte che offrono la formazione di scultore o scultrice su pietra. È un mestiere che, alle nostre latitudini, non garantisce un reddito sufficiente e che pone quindi gli artigiani davanti a una grande sfida, ovvero quella di ritagliarsi una nicchia di mercato. Se sei donna le possibilità sembrano essere ancora meno. 

Cristina Di Pietro è scalpellino da laboratorio (marmista), lavora la pietra nel suo laboratorio a Giubiasco, un materiale che nel pensiero comune sembra appartenere per natura all’uomo. Ha scelto questo mestiere perché crede fermamente che scolpire in maniera artigianale il sasso abbia a che fare più con la passione, l’arte e la conoscenza tecnica che con l’appartenenza di genere. 

«Fin da bambina amavo lavorare il legno, trasformare il materiale in oggetti. Avevamo una casa in montagna e durante le estati passavo il mio tempo dipingendo e costruendo manufatti lignei. Alcuni di quei lavori li ho ancora. Avrei desiderato fare la scuola di scultura su legno, finite le medie, ma in Ticino non era possibile e l’alternativa sarebbe stata quella di fare l’apprendista falegname. Ma io volevo diventare scultrice. Questo era il mio sogno. Mi sono informata e ho scoperto l’apprendistato di scultura su pietra. L’idea mi ha conquistata. Ho fatto la formazione a Rancate lavorando con entusiasmo e passione. Mi sono diplomata in quella stessa ditta come miglior marmista vincendo due borse di studio per il proseguimento degli studi all’estero. Ho ricevuto il premio Rotary come miglior studente e due riconoscimenti cantonali come miglior apprendista del mio anno. Finito l’apprendistato mi sono trasferita a Verona dove mi sono diplomata nel settore artistico scultoreo, come copiatore di opere d’arti, mosaico e restauro. I buoni risultati mi hanno confermato che non conta se sei uomo o donna, ma che questo è un mestiere nel quale sono importanti passione e impegno. Nei miei anni in Italia ho incontrato altre donne che come me hanno scelto di scolpire la pietra e che lavorano con soddisfazione in questo settore. Sono tornata in Ticino piena di entusiasmo e pronta a mettere la mia competenza a servizio del territorio. Ma la mia preparazione non è bastata. In Ticino vige un’ottica molto maschile. Non ci sono donne e, soprattutto nel settore legato all’industria e sui cantieri edili, diventa molto difficile farsi ascoltare dai colleghi ed essere riconosciuta nel ruolo. Nonostante abbia ben quattro diplomi a Lugano mi volevano assumere con un contratto di stage».

Un mestiere, quello dell’artigiano della pietra, che rischia di scomparire. L’utilizzo di macchinari sempre più sofisticati, negli anni, ha contribuito a differenziare la produzione industriale da quella artigiana, ma il pregiudizio di genere resta immutato in entrambi gli ambienti.

«C’è poca conoscenza di questo mestiere e soprattutto vige ancora forte il pregiudizio per il quale per scolpire a mano occorre essere fisicamente forti. La pietra è vista come un materiale duro, difficile. In verità è una materia duttile come le altre e quello che occorre sono i giusti attrezzi e la corretta manualità. Ecco perché lo studio è importante. Si tratta di usare bene mani e polsi, di avere la postura giusta. Ci vogliono precisione, pazienza e creatività. Queste doti non dipendono dal genere, non importa se sei uomo o donna. Oggi poi ci sono anche i macchinari computerizzati che aiutano le industrie a realizzare alcuni prodotti. Ho un diploma anche come programmatore a controllo numerico, ma io prediligo sempre il lavoro artigianale. Nel mio laboratorio tutto viene rigorosamente scolpito a mano, non ho macchine. Il mio è un atelier nel quale il valore aggiunto è dato proprio dalla padronanza della manualità e dall’approccio artistico. Credo che la discriminazione, il pregiudizio, nascano soprattutto dall’ignoranza, intesa come non conoscenza. Per esempio, nella Svizzera interna, dove ho lavorato per un periodo, su dieci marmisti quattro sono donne. Non ci sono disparità di trattamento e quello che conta è fare bene il proprio lavoro. La conoscenza del mestiere è maggiore anche tra la gente comune che non si stupisce nel vedere una donna che lavora la pietra. Sul nostro territorio manca addirittura il confronto tra colleghi, tra chi fa lo stesso mestiere. Anche sul versante artistico. Non c’è scambio e questo non aiuta a superare i pregiudizi». 

Una corretta educazione, fin da bambini, può aiutare ad aprire la mente e a comprendere un mestiere come questo. Una convinzione condivisa anche da Cristina Di Pietro: «negli ultimi anni mi sto dedicando all’insegnamento, sia nelle scuole con i più piccoli, sia in ambito privato con gli adulti. Penso che occorra far conoscere alle persone la magia della pietra e la sua lavorazione. Che sia indispensabile rompere questa visione maschilista. Niente è più efficace dell’esperienza diretta. I bambini si pongono in maniera naturale nei confronti della scultura, non si chiedono se sia un’attività da maschio o da femmina. Lo affrontano con la curiosità tipica dei più piccoli e scoprono quanto sia divertente lavorare un “sasso”. L’adulto, invece, è più difficile da avvicinare. Teme molto il materiale. Probabilmente lo immagina quasi ostile. Ha paura che lo metta di fronte a dei limiti. Basta semplicemente trovare il coraggio di superare lo scoglio psicologico iniziale e allora, proprio attraverso il fare, si riescono a superare anche gli stereotipi che vogliono che la pietra sia prerogativa maschile».