Insegnanti fuori dall’aula

Scuola – Lezioni a distanza: abbiamo chiesto ad alcuni docenti di condividere con noi sentimenti e pensieri
/ 30.03.2020
di Laura Di Corcia

Da una decina di giorni abbondanti, a causa dell’epidemia, la scuola ticinese ha adottato la didattica a distanza, che oggi come oggi si può avvalere di tecnologie molto efficaci, in grado di permettere il raggiungimento degli obiettivi come (o quasi come) se si fosse in classe. Che cosa significa, però, per i docenti accompagnare bambini e ragazzi in questo momento così delicato? Come è possibile mantenere un contatto che sia anche caldo, umano, a distanza, in un periodo dove ce n’è ancora più bisogno del solito?

«Quando è iniziato tutto, la prima cosa alla quale abbiamo pensato noi docenti è stata quella di preservare la serenità dei bambini cercando di gestire nella maniera più opportuna le informazioni che giungevano loro da ogni dove. Ora la situazione si è evoluta e le scuole sono state chiuse, ma la cura della sfera affettiva, come quella didattico-disciplinare, restano per noi prioritarie», spiega Anna Bosio, insegnante di italiano presso le scuole medie. «Mi sta sorprendendo, ma nemmeno troppo, che persino gli allievi più svogliati si facciano sentire spesso, chiedendo ai docenti conferme sulle consegne: questo dimostra che sentiamo tutti un grande bisogno di normalità. Certo, gli strumenti sono nuovi e serve un po’ di tempo per rodarli in modo che si esprimano al meglio: è una sfida per tutti, compresi noi docenti».

Una sfida che però è vissuta con calma e con fermezza, come spiega Chiara Ravasi, docente di scuola elementare. «Quello che provo come professionista è una grande tranquillità. Mi sento bene, anche perché come gruppo siamo molto affiatati e abbiamo cercato strategie comuni per comunicare con gli allievi. Credo che la cosa più importante sia far sentire che la scuola c’è: continua. Per questo personalmente telefono un paio di volte a settimana ai bambini, cercando un contatto anche con le famiglie per capire se le consegne sono chiare, se ci sono delle difficoltà». Le telefonate, magari via Skype o sul numero di telefono, sono il modo migliore per segnare una presenza. «Quest’ultimo periodo è molto particolare anche per noi docenti che tutte le mattine eravamo abituati a sentire dai nostri bimbi un bel Ciao maestra, lo sai che… o Guarda, ti ho portato un disegno! – spiega Christina Malek, che insegna alle scuole elementari – Riflettendo quindi su quanto ci mancano le piccole ma preziosissime cose che contraddistinguono la nostra quotidianità, come gruppo docenti abbiamo deciso di puntare sul mantenere viva e costante la relazione con gli allievi attraverso letterine che strappano anche qualche risata, uno scambio di e-mail e regolari telefonate per una chiacchierata. Parlando con i genitori è emerso che questi piccoli gesti e l’atteggiamento positivo da parte nostra porta nei cuori dei più piccoli un sentimento di rassicurazione. Anche se lontani è fondamentale, ora come non mai, sentirsi comunque uniti e vicini».

Uniti, nei timori e nel senso di spaesamento che accomuna tutti, compresi gli insegnanti. «Io stessa mi aggrappo alla scuola come i miei allievi, per mantenere una normalità che oggi sembra lontana – continua la docente di scuole medie Anna Bosio – Credo che sia giusto che i ragazzi sappiano che anche noi siamo da soli, che anche noi abbiamo dei timori, che la paura, che magari non ammettono di avere, è condivisa. È importante che sappiano che anche con noi docenti, come in famiglia, possono esprimere le loro emozioni, pur filtrate dalla tecnologia che ovviamente non restituisce la forza e potenza di uno sguardo, di un contatto umano diretto». Lo scambio attraverso mezzi tecnologici come Skype o Zoom, una piattaforma utilissima per fare video-conferenze il più possibile vicine ad una lezione normale, crea un diverso rapporto con gli insegnanti, paradossalmente anche più intimo di quello che può avvenire nella classica aula scolastica.

«Ogni ostacolo può essere un trampolino di lancio – puntualizza Andrea Paganini, docente di italiano presso il Centro di formazione in campo sanitario e sociale di Coira – La novità è che ora non siamo noi che andiamo a scuola, ma è la scuola che viene a casa nostra. Inizialmente questo sollecita la creatività e la flessibilità di tutti. Ma poi nasce un clima per certi versi più intimo e più rilassato del solito, a tratti più ironico, ma non per questo meno impegnato. La vita entra nelle lezioni (capita che le mie figlie – tre e sei anni – si affaccino al mio studio). Argomenti di attualità offrono spunti di discussione: in genere sono io che aggiorno sulla situazione o raccomando d’aver cura di sé e degli altri; ma anche gli allievi condividono ciò che hanno capito di questa pandemia, le domande ancora aperte, le preoccupazioni. Alcuni allievi, avendo una formazione in ambito sanitario, possono essere richiamati in servizio; qualcuno lavora nella protezione civile; a un’allieva s’è ammalata la mamma».

Purtroppo (e ci auguriamo di no) alcuni docenti potranno presto essere confrontati con allievi che vivono momenti molto duri in famiglia. Le parole, allora, che non possono chiaramente annullare la realtà, possono lenire, suggerire percorsi emotivi, attraverso il potente strumento del racconto. «Nel dramma, nel momento tragico, dobbiamo cercare di reggere, di trovare radici, ovunque ci sia sostanza: soprattutto nelle storie, nei racconti, fondamentali in tempo di crisi. A casa, con i miei figli, leggo libri e realizzo videoracconti che diventano documenti d’analisi da inviare ai futuri insegnanti della SUPSI – racconta Daniele Dell’Agnola, insegnante di scuola media e docente presso la SUPSI – Come persona che vive di scuola e di musica sul palco dei teatri, l’assenza si fa sentire nel cuore. Ora il lavoro è più personale e richiede più energie per segnare la presenza». Questa la parola chiave: presenza, seppur nell’assenza fisica. «Non vorrei idealizzare questa situazione, che resta drammatica – conclude Andrea Paganini – ma ho l’impressione che, nonostante la distanza fisica, si stabilisca una certa vicinanza sociale, una solidarietà e una complicità, un certo qual clima di famiglia che forse può perfino aiutarci a diventare un po’ più umani».

In fondo, la scuola e più in generale la pedagogia, fra le tante missioni, hanno sempre avuto questo compito: coltivare e far crescere l’umanità. Azzardiamo a dire che nessun virus può ostacolarla, in questo.