Formazione a distanza, un bilancio

SUPSI – Una doppia indagine svolta tra studenti e docenti della Scuola universitaria professionale ha permesso di risolvere alcune criticità e approfondire il tema in prospettiva di un insegnamento misto
/ 11.01.2021
di Stefania Hubmann

Carico di lavoro, autonomia, solidarietà, comunicazione, solitudine, schermo, connessione, guadagnare tempo, mancanza del contatto. Parole che sintetizzano alcuni aspetti positivi e critici di una conseguenza diretta dell’emergenza sanitaria sugli studenti: l’insegnamento a distanza. Questi concetti sono emersi da una doppia indagine svolta dalla Scuola universitaria professionale della Svizzera italiana (SUPSI) la scorsa primavera, indagine che ha permesso sia di risolvere le criticità delle prime settimane, sia di approfondire le questioni principali in prospettiva di un insegnamento misto. L’andamento pandemico ha purtroppo confermato in autunno la necessità di percorrere questa via, in grado però di offrire anche nuove opportunità sul lungo termine. L’urgenza si è infatti rivelata un potente acceleratore nello sfruttamento delle risorse tecnologiche da parte degli studenti come del corpo insegnante. A quest’ultimo sono nel frattempo state offerte proposte formative ad hoc. Tutto ciò nella consapevolezza che non è possibile sostituire in toto le lezioni in presenza, in particolare in un contesto formativo come quello di una scuola universitaria professionale che si distingue proprio per l’attenzione rivolta alla dimensione sperimentale. Due settimane di sospensione dei corsi a marzo e poi direzione e docenti della SUPSI sono riusciti ad assicurare continuità all’insegnamento in modalità a distanza mantenendo un orario settimanale che supera le 30 ore. Con quali risultati? Il principale consiste sicuramente nell’aver garantito la conclusione dell’anno accademico. Certo, le difficoltà non sono mancate, in ragione di un rivolgimento repentino e di uno sfruttamento fino a quel momento assai limitato delle potenzialità offerte dalla tecnologia. Imboccata durante il lockdown l’unica via percorribile, il team incaricato di gestire l’emergenza dopo alcune settimane ha voluto coinvolgere gli studenti attraverso un questionario per capire quali fossero le difficoltà di una didattica a distanza e di conseguenza ovviare a quelle facilmente risolvibili.

«L’elevato tasso di risposte – spiegano i professori Wilma Minoggio e Fulvio Poletti – ci ha subito confermato la portata di questo cambiamento per i nostri studenti. Inviato a 2517 iscritti nei quattro Dipartimenti, il primo questionario di aprile ha raccolto il 70% delle adesioni». Responsabile del Servizio sviluppo e coordinamento istituzionale della formazione di base la prima e alla guida del Servizio didattica e formazione docenti il secondo, i nostri interlocutori evidenziano un’altra reazione significativa degli studenti SUPSI: la comprensione nei confronti di direzione e docenti per gli sforzi intrapresi a loro favore in una situazione per nulla prevedibile. Situazione che ha quindi comportato una serie di difficoltà. «L’elemento principale è sicuramente l’aumento del carico di lavoro, in parte riconducibile all’iniziale scarso coordinamento fra gli insegnanti. Segnalati anche il confronto con molteplici canali di comunicazione, problemi di connessione e la mancanza di interazione diretta con docenti e compagni, a testimonianza del ruolo fondamentale della dimensione relazionale in una comunità di apprendimento». Grazie alle linee guida elaborate dopo l’analisi dei questionari e indirizzate al corpo insegnante, si è potuto risolvere a breve gran parte dei problemi segnalati dagli studenti. Ridurre i canali di comunicazione, così come intensificare lo scambio fra i docenti per meglio distribuire le attività assegnate alle classi, accompagnare gli studenti con sessioni a distanza di chiarimento, sono alcuni dei suggerimenti che hanno permesso di fare la differenza.

Quali invece i vantaggi di questa forma di insegnamento secondo i giovani destinatari? «Dal primo questionario – spiegano i due intervistati – insieme a un apprezzamento generale per aver garantito la continuità degli studi sono emersi diversi motivi di soddisfazione, come l’autonomia nell’organizzazione dello studio, le nuove competenze legate agli strumenti tecnologici, la sospensione delle trasferte (risparmio di tempo e denaro, maggiore sostenibilità ambientale) e la continuità del curricolo. Vantaggi che sono stati confermati nel secondo questionario». Da rilevare, che fra aprile e giugno sono stati organizzati diversi focus group con oltre 40 studenti per approfondire gli aspetti salienti dell’insegnamento a distanza. Precisa Wilma Minoggio: «Gli studenti hanno dimostrato di desiderare questo approfondimento manifestando la loro disponibilità nell’ambito del primo sondaggio. È stata l’occasione per tornare anche su questioni meno tecniche come le interazioni fra compagni, la conseguente organizzazione dei lavori di gruppo, le difficoltà delle matricole e le relazioni fra studenti e docenti».

Questi ultimi sono stati coinvolti nella seconda indagine, alla quale ha partecipato la metà dei circa 2400 studenti e 600 docenti interpellati. Tasso da valutare positivamente considerata la tempistica coincisa con la conclusione del semestre. Uno degli obiettivi di questa seconda tornata di domande era volto a sondare la disponibilità a implementare la formazione a distanza nell’ambito di un sistema misto, sia per fronteggiare le possibili emergenze autunnali (puntualmente verificatesi), sia per adeguare la Scuola universitaria professionale all’evoluzione tecnologica. Fulvio Poletti conferma che questo processo appare imprescindibile e in gran parte condiviso da studenti e docenti. «L’emergenza ci ha permesso di sviluppare una riflessione più ampia sulla formazione. Dal secondo sondaggio emerge chiaramente la disponibilità a introdurre la didattica a distanza per le lezioni teoriche, ma non per gli ambiti legati alla sperimentazione come seminari, laboratori e atelier. Se all’inizio numerosi docenti si sono trovati in difficoltà, perché la maggior parte di loro non aveva dimestichezza con le risorse tecnologiche (76,1% di risposte in questo senso), le necessità del momento hanno generato forme di auto-mutuo aiuto all’interno del corpo insegnante, sostenuto anche da esperti nei vari ambiti. Gli studenti da parte loro hanno particolarmente apprezzato le videolezioni registrate che, restando a disposizione sulle piattaforme digitali, possono essere riascoltate secondo le necessità di ognuno. L’introduzione della tecnologia nella didattica potrebbe inoltre favorire una riduzione della presenza obbligatoria (pari all’80%), da tempo auspicata dagli studenti».

Lezioni in presenza e da remoto non si differenziano però solo perché le seconde sono mediate da uno schermo. L’approccio, così come la conduzione, devono tenere in considerazione che un’attività didattica del secondo tipo richiede strategie proprie per organizzare gli spazi online, mantenere alta l’attenzione degli studenti, incoraggiarne la partecipazione e assicurare nel complesso il loro apprendimento. Per permettere agli insegnanti di adeguare le loro lezioni, il Servizio didattica e formazione docenti ha proposto da novembre un ciclo di otto webinar-guida intitolato Let’s blend! Esso vuole infatti offrire suggerimenti per la progettazione e la realizzazione di corsi in modalità blended (mista) o a distanza.

Da strumento di soccorso la tecnologia si è quindi trasformata per la SUPSI, come per altre realtà, in opportunità di rinnovamento per rimanere al passo con l’evoluzione della società. In prospettiva potrebbe dunque prevalere un sistema misto che ottimizzi le rispettive forme di insegnamento in relazione alle specificità della Scuola universitaria professionale. In sintesi il potenziale delle risorse tecnologiche deve rimanere al servizio della visione pedagogica globale.