Come sono fatte le emozioni

Intervista a Lisa Feldman Barrett, professoressa di Psicologia alla Northeastern University di Boston
/ 11.12.2017
di Stefania Prandi

Un giorno, mentre era al liceo, Lisa Feldman Barrett accettò l’invito di un compagno che le faceva la corte. Non si sentiva attratta da lui, ma pensò che non ci fosse nulla di male nel bere un caffè insieme. Mentre parlavano, iniziò a sentire il viso arrossire, lo stomaco in subbuglio e la testa girare. Forse per lui provava qualcosa, pensò. Appena arrivata a casa, però, si ritrovò in bagno con lo stomaco sottosopra e poi a letto, con l’influenza, per una settimana. Come aveva potuto confondere un possibile innamoramento con un malanno di stagione? Lisa Feldman Barrett è professoressa di Psicologia alla Northeastern University di Boston e tiene lezioni all’Harvard Medical School e al Massachusetts General Hospital. Ha trascorso la sua carriera cercando di capire come il cervello costruisce le emozioni: il suo lavoro è culminato in un libro, How Emotions Are Made: The Secret Life of the Brain (Come sono fatte le emozioni: la vita segreta del cervello), tradotto in cinese, coreano, russo, giapponese, romeno, spagnolo, polacco, ucraino, turco e svedese. «Azione» l’ha intervistata. 

Professoressa Barrett come funzionano le emozioni?

Un’emozione è l’ipotesi migliore che il cervello formula rispetto a una sensazione fisica, basata su una situazione presente oppure su un’esperienza passata. Faccio un esempio: immaginiamo che il cuore mi stia battendo forte. Questa funzione del corpo non ha un significato intrinseco. Supponiamo che io stia guardando un film horror. Il mio cervello potrebbe ipotizzare, basandosi sulla conoscenza della paura e delle esperienze passate, che il cuore stia battendo perché sono impaurita. Oppure, se mi sto preparando a calciare il pallone per vincere una partita, il mio cervello potrebbe immaginare che il cuore batta forte perché sono in agitazione. Ancora, se qualcuno di attraente mi si siede vicino, se mi batte il cuore potrebbe essere un segno di eccitazione. In ognuno di questi casi, le ipotesi del cervello preparano il corpo per un’azione e diventano l’esperienza reale: paura, agitazione, eccitazione. 

Come è cambiata rispetto al passato l’interpretazione delle emozioni?

Per lungo tempo gli studiosi hanno pensato che le emozioni fossero prodotte da un meccanismo distinto nel cervello e nel corpo. L’idea era che il cervello fosse dotato di un circuito cerebrale per la paura, di uno per la felicità e così via, e tutto fosse arrivato a noi attraverso l’evoluzione, dai nostri antenati. Si pensava che questi ipotetici circuiti venissero innescati da eventi esterni e causassero reazioni fisiche ed espressioni del viso. Questa è la visione che io chiamo «classica» e che arriva da Platone, dalla Grecia antica. Il problema è che finora non ci sono stati studi scientifici che abbiano individuato un circuito, un’area, un sistema, uno schema di attività neuronale nel cervello per determinate emozioni. Anche le espressioni facciali che esprimono le emozioni non sono né ricorrenti né specifiche. Persone diverse esprimono quello che provano con espressioni diverse. Non ci sono prove che il cervello contenga dei circuiti emozionali. Nel mondo reale non funziona come nei cartoni animati: si piange se si è tristi, ma si può anche sorridere, essere accigliati, oppure non avere particolari espressioni. Il battito cardiaco può accelerare oppure no. Quindi, abbiamo bisogno di trovare una teoria migliore per le emozioni, che risponda alle variazioni che vediamo negli studi di laboratorio e nella vita di tutti i giorni. 

Nel suo libro spiega che molte idee che abbiamo sulle emozioni sono sbagliate. Non è vero, ad esempio, che tutti proviamo le stesse emozioni. Perché?

Tutti gli esseri umani provano le «sensazioni base»: piacere, fastidio, calma, agitazione. Queste sensazioni risultano universali e si presentano in ogni momento della vita. Le emozioni, invece, sono più complesse. Un’emozione familiare per gli occidentali come la paura, ad esempio, non è semplificabile perché contiene sfumature importanti. Di solito è spiacevole, ma può anche essere piacevole, come quando si è sulle montagne russe oppure si guarda un film horror. E ci possono essere reazioni diverse alla paura: c’è chi si immobilizza, chi lotta, oppure chi ride. Le variazioni sono individuali e dipendono anche dalla cultura. 

È importante dare un nome alle emozioni? 

Una parola legata a un’emozione permette al cervello di costruirla e concepirla in maniera più efficiente. Possiamo dire che è una scorciatoia per imparare e comunicare i concetti correlati. Il punto, comunque, per le ricerche del mio laboratorio non è dare un nome alle emozioni, ma capire se il cervello le concepisca davvero. Stiamo ipotizzando che il cervello non riesca a concepirle e non possa vederle nelle altre persone. La ragione non è intuitiva, me ne rendo conto, nel mio libro ho impiegato due capitoli per spiegarla. Ogni persona in salute ha esperienza delle «sensazioni base» senza avere bisogno di parole. Ma emozioni come la rabbia, la sorpresa, la paura sono qualcosa di più. Abbiamo un’idea di queste emozioni perché sono radicate nel nostro cervello a causa della nostra cultura. Senza un concetto per la rabbia, ad esempio, non possiamo davvero provarla, possiamo solo avere una sensazione spiacevole. Questo può essere più facilmente comprensibile se consideriamo emozioni che non esistono nella nostra cultura, per esempio quella che in russo si chiama «rocka», una sorta di angoscia spirituale. Se non si è mai imparato questo concetto emozionale, e non lo si può combinare con altri concetti che si conoscono, non se ne può fare esperienza. 

Le donne e gli uomini sono emozionalmente uguali?

L’idea che ci siano differenze è dovuta a uno stereotipo, che convince le persone che le donne siano più emozionali, il che non fa altro che rinforzare il pregiudizio. Nel mio laboratorio abbiamo monitorato uomini e donne per settimane, attraverso un computer. Il risultato è che donne e uomini sono uguali nel modo in cui vivono le emozioni. Abbiamo anche fatto un esperimento nel quale abbiamo mostrato foto di facce femminili e maschili, chiedendo ai partecipanti quali fossero più «emozionali per natura». In gran parte sono state indicate le facce femminili. Il punto è che le facce mostrate nell’esperimento erano le stesse, semplicemente quando le abbiamo indicate come femminili abbiamo cambiato i capelli. 

*L’intervista è stata tradotta e in alcuni passaggi sintetizzata e adattata dalla giornalista