Tutto ciò che è solido

/ 08.08.2022
di Cesare Poppi

La linea dei pali della luce che corre lungo la pista scompare oltre l’ultima collina laggiù, sulla linea d’orizzonte dove una nuvolaglia cupa annuncia il prossimo diluvio. Abbiamo chiesto all’ultimo villaggio dove ci siamo fermati fino a dove arriva: ci sarà elettricità a Gurumbelle? A Ducie c’è la luce? Nessuno pare saperlo. Un anziano taglia corto alle mie insistenze: «se vedi la coda di un serpente nell’erba, puoi dire dove sia la testa?!». Sarà. Però. Però la verità è che quello che nei villaggi hanno guadagnato in intensità stanno perdendo in estensione.

Quarant’anni fa le mappe mentali della geografia regionale erano disegnate individualmente dal network della parentela dei lignaggi e dei clan distribuiti sul territorio. Un adulto sapeva benissimo dove fossero i suoi parenti lontani così come sapeva arrivare al loro villaggio quando c’era bisogno, e soprattutto per andare a una festa funebre. Ma sapere dove arriva la linea elettrica è inutile. Basta e avanza che arrivi qui. E il numero del cellulare fa il resto. I parenti sono dentro la magica scatoletta. Oltre sunt leones.

In Ghana (come altrove?) la tecnologia fa perdere adesione al concreto. Allontana il corpo fisico dalla terra come allontana dai rapporti sociali. Si allenta il grip sulla realtà delle cose. Il virtuale poi costruisce dominii d’azione logicamente ordinati intesi a fotocopiare e soddisfare desiderata individuali ormai sganciati da una realtà indipendente e sovrana. Soddisfarli diventa un diritto. Che spesso trasfigura in frustrazione ed aggressione populista: Governo Ladro. E mentre riparto all’inseguimento della coda del serpente per risalire fino alla testa – se c’è – per sapere come potrò organizzare i miei desiderata quando arriverò finalmente al capolinea, mi interrogo sull’impatto che il virtuale ha avuto qui, dove fino a quarant’anni fa non si trovava il cherosene per le lampade a petrolio e si bruciava l’olio di karité che ora comprano i profumieri di Parigi.

I sedili di tronchi che segnavano l’ingresso dai villaggi sono spariti o giacciono trascurati in rovina. Ancora dieci anni fa ne erano il punto focale. Costruiti all’ombra fitta di un mango ci si congregavano gli anziani. Chi faceva ceste, chi scolpiva un manico di zappa, chi chiacchierava, chi discuteva di politica… molti sonnecchiavano. L’Altropologo ci passava le giornate a raccogliere notizie, ascoltare il canale internazionale della BBC – e dormire. I visitatori forestieri si fermavano a spiegare i motivi della visita, rendere omaggio agli anziani, magari bere una calabassa di birra di sorgo prima di procedere all’interno del villaggio. Si scambiavano le notizie e si commentava. Il mondo aveva ancora una maniglia per il quale afferrarlo e cercare di farne senso. Ora non è più. Nemmeno liquefatto – come sosteneva Zygmunt Bauman: si è fatto d’etere, di messaggi invisibili che viaggiano nell’aria e che nessuno vede se non quando arrivano dentro la scatoletta e allora parlano e tu puoi rispondere senza vedere nessuno. Come se fossimo tutti diventati ciechi. Almeno le streghe si vedono volare di notte come palle di fuoco – le comete. Quell’altra cosa là no. Basta aggiungere soldi ed è come volare con l’aeroplano. Dentro ci sei tu. Ma nessuno ti vede.

Alì, il mio amico e assistente, è andato a un funerale in un villaggio remoto e mi ha mandato un video con le maschere Sigma che danzano in onore del defunto. Alì è ufficialmente musulmano come tutti coloro che, inurbati dai villaggi, diventano artigiani in città. Alì fa il meccanico di moto e gli costa meno andare alla moschea che non fare costosi sacrifici di vacche, pecore e capre agli dei del suo villaggio. Questo non significa che non ci creda, però. La sera, quando torna, mi chiede se ho ricevuto sul telefonino il video con le maschere che danzano. Controlliamo assieme: «Sono entrate! Inshallah!» commenta Alì con un sorriso di sollievo. Nel 1984 non mi permettevano neanche di fare fotografie. Quelle che scattai di nascosto svanirono con la mia intera scorta di pellicole danneggiate da una troppo lunga permanenza ai tropici. Un disastro. Allora pensai alla vendetta di Sigma. Seriamente. L’altra sera guardo Alì negli occhi e dico a me stesso che no – il digitale non lo regge neanche Sigma. «Allahu Akbar!». Ma sotto sotto non sono contento.

«Tutto ciò che è solido si dissolve nell’aria…»: così Marx descriveva le ambivalenze, le incertezze, i dubbi e le contraddizioni di un mondo che cambiava con l’incedere della Rivoluzione Industriale. A distanza di più di un secolo Marshall Berman lo avrebbe citato per descrivere la condizione cronica della modernità compiuta. Poi Bauman: società liquida. Nel Nord del Ghana la socialità diventa impalpabile: costa meno telefonare che rischiare la vita su uno scassatissimo triciclo. E si fa tutto da casa: su quattro sopravvissuti, l’altro giorno sulla panchina al villaggio, tre erano al cellulare. Il quarto dormiva. Senza pietà. Kyrie eleison.