Professioni al femminile

/ 18.03.2019
di Angelo Rossi

In coda alla giornata della donna occupiamoci, per una volta, di un’evoluzione che reputiamo sia ancora poco conosciuta: la femminilizzazione delle professioni. Siccome la quota delle donne nel totale dell’occupazione aumenta è anche logico che aumenti la quota femminile nelle singole professioni. In realtà però questa evoluzione ha dovuto superare le molte barriere poste dalla tradizione. In Svizzera, l’esempio più conosciuto è quello dell’imbianchino. Come molti mestieri dell’edilizia quello dell’imbianchino era, ancora un paio di decenni fa, riservato ai maschi. Oggi, invece, conta già una percentuale elevata di donne. Prova ne è che agli esami di fine tirocinio del 2017 si sono presentati 270 donne e 326 uomini. Tra i giovani pittori, quindi, la quota delle donne è, già oggi, superiore al 40%. Quello che vale per la Svizzera non sembra valere per il Ticino. In Ticino, infatti, le professioni dell’edilizia non stanno femminilizzandosi. Non abbiamo indicazioni statistiche sul numero delle apprendiste imbianchine, l’annuario statistico pubblica solo i dati relativi all’insieme del settore costruzioni. Nel 2016 gli apprendisti in formazione nell’edilizia erano 676, di cui 8 donne. 

Se l’edilizia resta per le apprendiste ticinesi un settore da conquistare, in altri rami della produzione e dei servizi hanno invece già fatto passi in avanti. Oggi alle giovani che terminano la scuola dell’obbligo si offre, anche in Ticino, un ampio ventaglio di sbocchi professionali, certamente molti di più di quanto l’economia del Cantone offriva cinquant’anni fa alle loro nonne. Lo dimostra il fatto che, mentre nel 1970 nei quattro rami (tessile, abbigliamento, igiene e toilette, commercio e vendita) con più di due terzi di apprendiste si trovava più del 90% delle apprendiste, nel 2016, i rami con larga maggioranza di apprendiste, erano diventati 11 (artigianato, biblioteche e archivistica, cure infermieristiche, lavoro sociale e orientamento, salute e protezione sociale, scienze veterinarie, servizi medici, stilismo e moda, studi dentistici, tessile e abbigliamento), ma in essi non rappresentavano più del 35% del totale delle apprendiste nel Cantone. Questo significa non solo che sono apparse un certo numero di nuove professioni nelle quali la quota delle apprendiste è superiore ai due terzi, ma anche che la quota delle apprendiste nei rami che erano riservati ai maschi deve essere considerevolmente aumentata, edilizia esclusa, naturalmente. 

Vista dal profilo delle opportunità di lavoro e di carriera delle donne, questa evoluzione è sicuramente positiva. In particolare è positivo il fatto che le quote delle donne nelle professioni tradizionalmente riservate ai maschi comincino ad aumentare. Per far questo è stato però necessario superare barriere fissate dalla tradizione e, in certi casi, creare nuove scuole cantonali destinate alla formazione delle apprendiste nelle nuove professioni della salute e del sociale. 

Si può dire che in questi casi l’intervento finanziario dello Stato è stato determinante. La tendenza alla femminilizzazione della formazione professionale aiuta a ridurre la discriminazione che esisteva, in certi di rami dell’economia ticinese, nei confronti dell’occupazione femminile. Se la guardiamo però dal profilo dell’economia nel suo insieme, invece, essa contiene anche aspetti negativi. Negativo, in particolare, è il fatto che lo sviluppo di formazioni per le donne si sia fatto soprattutto nel settore dei servizi alla popolazione, ossia in un settore i cui rami si caratterizzano per la bassa produttività. 

All’economia nel suo insieme, quindi, la diversificazione in atto nella formazione non è che abbia portato molto. Di fatto è probabile che la stessa non abbia portato molto anche alle donne, poiché le professioni del settore dei servizi in cui l’impiego femminile abbonda sono anche professioni poco o mal pagate.