Minoranze storiche e nuove minoranze

/ 11.10.2021
di Orazio Martinetti

L’approvazione dell’articolo «Matrimonio per tutti» (modifica del Codice civile) s’inscrive in una tendenza ormai largamente condivisa, perlomeno nelle società occidentali, vale a dire quella mirante a riconoscere anche alle coppie omosessuali diritti fino a ieri denegati. Sul piano giuridico siamo dunque di fronte a un progresso, già presente nella coscienza di ampie fasce della popolazione prima che nei paragrafi di legge, e che possiamo far risalire al lungo e ramificato cammino che prese avvio in età moderna con la pubblicazione dei Delitti e delle pene dell’illuminista lombardo Cesare Beccaria (1764). È quell’opera capitale il punto di partenza dei successivi sviluppi in campo penale, civile, politico e sociale; un itinerario, come sappiamo, non lineare, costellato di interruzioni e battute d’arresto, ma mai abbandonato, nemmeno nei periodi più bui della storia. Questo cammino ha condotto l’umanità nell’«età dei diritti», per citare il titolo di un fortunato volumetto di Norberto Bobbio. Il che non relega in secondo piano i «doveri», come qualcuno paventa, ma permette ad entrambi, diritti e doveri, di compiere un salto di qualità, per misurarsi con le questioni che l’evoluzione della società pone, specie in campo ambientale e biomedico. Di qui la nascita dei diritti detti di terza o quarta generazione, destinati a rispondere ai dilemmi etici derivanti dagli sviluppi delle tecniche riproduttive, dall’emergenza climatica o dalle angoscianti implicazioni della «buona morte».

La cittadinanza, come le ultime votazioni hanno confermato, appare sensibile nei confronti di queste esigenze legate al destino dell’individuo, alle sue aspirazioni e progetti di vita. Ricordiamo tutti che fino a qualche anno fa il clima era ben diverso, poco propenso a lasciar filtrare nel discorso pubblico argomenti come le questioni di genere e le preferenze sessuali. Anzi, quando si parlava di «minoranze» il pensiero correva non ai gruppi discriminati e dileggiati, ma alle «stirpi» linguisticamente minoritarie: i romandi, i ticinesi e i grigionesi italofoni, i romanci. Erano queste le minoranze storiche che a scadenze regolari battagliavano per veder riconosciute le loro istanze nell’amministrazione bernese e nelle aziende controllate dalla Confederazione. A dirimere le vertenze intervenivano poi, a livello pre-parlamentare, le associazioni civiche come la Nuova Società Elvetica, il Forum Helveticum, Rencontres Suisses, Coscienza Svizzera, Helvetia latina.

Da questi sodalizi passava gran parte delle lamentele e delle sollecitazioni che salivano dal basso, dai circoli locali, e che non sempre i partiti riuscivano ad intercettare. Erano anche i luoghi in cui la tradizione federalistica del paese trovava l’espressione migliore, evitando che la democrazia, con il suo principio di maggioranza, finisse per soffocare sistematicamente le richieste delle piccole comunità. Questa rete associativa, incoraggiata e in parte co-finanziata dalle autorità federali, favoriva insomma la composizione pacifica dei conflitti, incanalando sul nascere lo scontento che determinate scelte suscitavano in una parte della popolazione (distribuzione dei posti di lavoro, ubicazione di tribunali e altri uffici ecc. ). Una funzione coesiva che finì per assumere un significato salvifico: «il federalismo per la sua stessa natura non conosce problemi di minoranze». Non era del tutto vero, ovviamente, e tuttavia la politica mai avrebbe osato voltarle le spalle.

Ora questo civismo confederale langue. La società in cui viviamo – «la società delle singolarità», come la chiama il sociologo tedesco Andreas Reckwitz – non sembra più porre al centro delle sue preoccupazioni le richieste delle minoranze etnico-linguistiche, ma il percorso esistenziale dei singoli individui, le domande di riconoscimento dei gruppi prima obbligati alla semi-clandestinità per ragioni religiose o sessuali, una parificazione effettiva e non formale tra uomo e donna, in ambito lavorativo come nel disbrigo delle faccende domestiche. Tutto legittimo in un regime democratico, in cui l’ultima parola spetta al popolo. Non vorremmo però che questo nuovo corso nel campo dei diritti finisse per oscurare o addirittura ignorare le altrettante legittime attese e rivendicazioni delle minoranze storiche, da decenni, se non da secoli, impegnate a promuovere il proprio patrimonio linguistico-culturale in tutte le sedi in cui soffia – o dovrebbe soffiare – lo spirito della concordia confederale. Non una contrapposizione tra diritti (gli uni individuali, gli altri collettivi), non un’alternativa secca, ma un’integrazione per far avanzare entrambi sul terreno della civiltà giuridica.