Le nuove povertà/8

/ 27.07.2020
di Lidia Ravera

«Credo di conoscere la sua giovane moglie», la frase gli sembrò così inverosimile che Tom sorrise. Un sorriso sciocco, imbarazzato. Il sorriso di chi non capisce.
«Prego?», disse, volendo rivestire di una certa finezza il suo sconcerto.
«Ieri sera ho accompagnato a cena sua moglie», disse il vecchio, «è stata un serata incantevole, sua moglie è una donna intelligente, anche se non è il primo aggettivo con cui la definirebbe la maggior parte degli uomini. Ha una grazia malinconica e una conoscenza di se stessa, dei suoi limiti e delle sue armi davvero fuori dal comune. Soprattutto nella vostra generazione, così socievole distratta e pragmatica. Mi ha davvero sorpreso».

Tom guardò quell’uomo vecchio, vestito con abiti costosi e consueti. Gli guardò le unghie perfettamente curate, inspirò il profumo di un dopobarba muschiato, ascoltò la voce senza accenti, il timbro sicuro, intonato. Gli parve che rassomigliasse a quella di Frank Sinatra. Parlava cantando e certamente era in grado di cantare parlando. Improvvisamente fare bella figura con lui gli parve una priorità assoluta, più importante di tutte le possibili risposte  gelose o aggressive. No, non gli avrebbe chiesto come faceva a sapere che lui era il marito della donna rimorchiata la sera prima. Non gli avrebbe dato del porco né dello spione.
Disse semplicemente:
«Sì, mia moglie è speciale».
«E dunque è sua moglie, non la sua fidanzata».
«Mi retrocede a fidanzato quando vuole rimorchiare».

Sentì nella sua stessa voce una nota sgradevole. Provò fastidio per sé stesso. Una sensazione frequente, nell’ultimo periodo. Il vecchio rise con gusto, dissipando ogni ombra.
«Lei mi lusinga, mio caro Tommaso. Io sono al di là di ogni possibile desiderio. Non desidero e non vengo desiderato. È uno dei vantaggi della condizione senile».

Tom si rese conto che era stanco della soddisfazione fasulla con cui quelli della generazione di suo padre e sua madre affrontavano l’età più schifosa della vita. Ci vedeva una insopprimibile smania di continuare a sentirsi superiori. Si chiese se il vecchio avesse partecipato alle storiche ribellioni degli anni settanta, se avesse scopato sulle barricate come gli avevano raccontato i suoi, e i loro insopportabili amici. La verità è che erano ricchi, quelli di quella generazione. Suo padre aveva scritto per il cinema quando ti pagavano le sceneggiature prima ancora che tu le scrivessi. Tre film e ti compravi casa. Come se l’avesse evocata, sua madre rispose al messaggio proprio in quel momento. «Certo che ti sfamo figlio caro: ci sono anche Betta e la bimba?»
«No» digitò, «sono solo».
«Evviva! Tête-à-tête. Tuo padre ha un torneo di tennis». Seguivano cuori pulsanti e faccine soddisfatte.

Il vecchio, che evidentemente aveva superato qualsiasi forma di autocensura, guardava lo schermo cercando di leggere. Tom glielo avvicinò, per facilitargli provocatoriamente l’operazione
«Vado a pranzo da mia madre. Tanto immagino che lei non mi avrebbe invitato in un ristorante costoso. Anche se sono intelligente quanto mia moglie, forse anche di più».
Il vecchio rise di nuovo.
«Non sia risentito con me. Non ne vale veramente la pena».

Tom, improvvisamente, provò l’impulso di mettere fine a quella situazione ambigua, gli parve che il vecchio si pavoneggiasse troppo ed ebbe voglia di offenderlo. «Lei ha una bella pensione, immagino. Io no. Non ce l’avrò mai. Alla sua età probabilmente non ci arrivo neanche. E se ci arrivo non avrò i soldi per rifarmi i denti, né per la fisioterapia, né per la badante. Mio padre ha fatto l’artista ben pagato e si è comprato una casa lussuosa, poi ha venduto la nuda proprietà perché vuole campare da ricco anche se il cinema è morto e lui non becca più un ingaggio. Così non erediterò neanche il mattone».

Si alzò, come al solito era riuscito soltanto a offendere sé stesso, recitando la lagna dei soldi. La nuova povertà intellettuale di massa. Il disagio collettivo dietro cui cercava di nobilitare il suo fallimento. Il vecchio rimase seduto, lo guardava con un interesse neutrale.
Quello sguardo a Tom parve ironico e questo veramente era intollerabile.
«La smetta di ronzare attorno a mia moglie, non si renda ridicolo», disse, andandosene.

Il vecchio lo guardò finché scomparve, quindi si mosse in direzione del palazzo davanti a cui aveva depositato Betta la sera prima. Aspettò davanti al portone che qualcuno aprisse, si intrufolò all’interno, trovò la buca delle lettere giusta. Era l’unica con tre nomi invece del cognome: Betta Tom e Sara.
Era chiusa. Il vecchio infilò agevolmente una busta.
«Per Betta»

(Continua)